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Protezione civile, la grande incompiuta

Da gennaio a oggi non si è trovato il tempo per modificare il vecchio regolamento sulle indicazioni del nuovo Piano approvato. E il corto circuito diventa istituzionale

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Il Faro on line (Appunti di viaggio) – La Protezione civile a Fiumicino c’è… ma non esiste. Può sembrare un paradosso, eppure è la realtà, visto che innegabilmente lavorano e operano con la storica associazione Nuovo Domani una settantina di volontari regolarmente autorizzati dagli Enti Superiori, ma altrettanto innegabilmente siamo ancora senza un Ufficio di protezione civile regolarmente costituito, senza una sala operativa dedicata alle emergenze, senza che il Consiglio abbia approvato le modifiche al  regolamento comunale specifico.

Insomma, siamo in Italia – e più specificatamente a Fiumicino – dove l’approssimazione è la regola, e l’efficienza è un lusso. Va chiarito – anche se la cosa non esime da responsabilità comunque a carico di una figura politica – che  il sindaco Montino si è sgolato per far si che certe procedure riguardanti la Protezione civile fossero portate a compimento, firmando tutto ciò che c’era di firmare. Fatto sta che l’ultimo episodio del rogo all’aeroporto (che – va ricordato – insiste nel territorio comunale di Fiumicino) ha riproposto per fortuna non in maniera drammatica l’assenza (ma sarebbe più giusto parlare di presenza-assenza) di un Piano di protezione civile.

Eh già perché il Piano in realtà c’è, visto che è stato approvato il 7 gennaio 2015, con una mappatura dell’intero territorio comunale, aree a rischio, passaggio di cavi elettrici, condutture del gas; un “giochetto” che all’Amministrazione – e dunque alla collettività – non è costato nulla (a fronte di un prezzo medio di 200.000 euro per un lavoro del genere) visto che è stato fatto dal delegato Alfrdo Diorio con la collaborazione dell’associazione Nuovo Domani; quasi un anno e mezzo di lavoro per poi vederlo ammuffire dentro un cassetto.
Ad oggi infatti quel Piano non è operativo, e se domattina dovesse accadere un disastro non ci sarebbero le condizioni per operare al meglio.
Certo qualcosa si farebbe, certo gli uomini della protezione civile agirebbero con professionalità, certo il Comune si attiverebbe; ma sempre nell’italica emergenza, lasciando alla buona volontà ciò che dovrebbe essere organizzato per legge.

Di più. La Protezione civile avrebbe un ufficetto al terzo piano di via Portuense, peccato che sulle carte interne al Comune non sia scritto da nessuna parte. E cosi’, se per rispondere a un fax della Regione Lazio chi occupa quella stanza andasse in economato a chiedere una risma di carta, si sentirebbe rispondere picche, non per cattiva volontà ma perché non esiste un riferimento al quale agganciare la consegna di quei fogli. Incredibile, vero? Eppure è così.

E se questa cosa fa sorridere, ben più grave è invece quando il “corto circuito” accade in presenza di una calamità. Dove può accadere – ed è accaduto – che le squadre di Protezione civile non possano, anzi non debbano, operare; esistenti nella realtà ma non sulle carte formali, e dunque impossibilitate ad intervenire. Accade anche che nei comunicati ufficiali di ringraziamento non debbano essere citati gli uomini della Protezione civile, non perché non ne abbiano titolo o merito, ma perché non si può ringraziare un “fantasma”, un’entità che tutti vedono ma che non ha sostanza.

Il rogo del Da Vinci ha messo in luce proprio questo, un po’ a tutti i livelli: quando si parla della burocrazia, di questo mostro che rallenta tutto, si fa un torto all’intelligenza dei cittadini; la burocrazia ha nomi e cognomi. I ritardi, quando non voluti (per giochi di potere o altro), sono comunque figli del lassismo, dell’approssimazione, dell’indifferenza. E quello che va in fumo in questi casi, prima ancora delle strutture colpite dagli incendi, è la credibilità delle istituzioni, pubbliche o private che siano.
Angelo Perfetti
 

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