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Il terribile corsaro Dragut torna a sbarcare sulle coste

Tra fantasia e realtà, tra ieri e oggi, è bello ricostruirsi eroi

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Il Faro on line – Con un programma variegato e ricco di sorprese a grande richiesta torna l’evento che ha sorpreso ed affascinato un numerosissimo pubblico nell’estate 2014: la rievocazione storica dello sbarco del temibile corsaro Dragut sulle coste Scauresi! Quest’anno il programma prevede due serate, una a Scauri e l’altra a Minturno: nella prima ci caleremo in un piccolo borgo marinaro la cui quiete verrà sconvolta dal temibile corsaro, che rapirà alcuni concittadini ed incendierà la torre Saracena; nella seconda nella Traetto medioevale arriverà il corsaro e dopo una feroce battaglia incendierà il castello, per poi tornare e pentirsi dopo una lunga fuga. In contemporanea, ci sarà un mercatino storico con produttori e artigiani,  scene di vita quotidiana, degustazioni di prodotti tipici, artisti di strada, spettacoli folcloristici.

Venerdì 10 luglio Scauri: Ore 19.30 apertura con gli sbandieratori; Ore 20.00 sbarco del corsaro DragutOre 21 rapimento, saccheggio con incendio della torre saracena. La serata prosegue con spettacoli vari, artisti di strada con  mangiafuoco, balli, giochi ed esibizione degli sbandieratori.
Sabato 11 luglio Minturno: Ore 21.30 apertura arrivo di Dragut con le donne rapite, battaglia, incendio del castello, fuga e pentimento del corsaro. A seguire spettacoli con artisti di strada, arcieri, falconiere, e spettacolare incendio del castello.
Domenica 12 luglio Ore 9.30 Processione e Santa messa. Ore 17.30 sfilata dei carri votivi e sfilata dei gruppi folk a seguire spettacoli con gruppi folcloristici locali ed internazionali e a finire incendio del Castello. La rievocazione dello sbarco di Dragut a Scauri, viene presentata nela rievocazione, come osservata attraverso gli occhi semplici di un paesano.

La vita scorreva tranquilla il 21 luglio del 1552: le donne tessevano la tela e vendevano merci, gli uomini producevano oggetti d’artigianato, gli sbandieratori si esercitavano in piroette con le bandiere. La vita ferveva e si dipanava in pace.Un giorno si videro delle barche spuntare da dietro il Monte d’Oro.La gente accolse lo straniero che stava arrivando come un liberatore, pensando che fosse inviato da un Duca che si fingeva a noi amico.Invece era il feroce Dragut, che ne sapeva una più del Diavolo! Ma cosa poteva mai depredare in queste terre? Poteva solo razziare la povera gente e rapire i più giovani, per farne schiavi!I corsari infatti salirono su Traetto ed iniziarono ad ammassare il popolo al centro del castello. Scelsero i giovani e le giovinette migliori per portarli via. Si diressero anche a Castellonorato, il mitico castello dello Conte Onorato, e fecero razzia anche lì, distribuendo fuoco, sangue e lacrime. Il castello di Minturno fu incendiato.
 
Le mogli, videro partire, forse per non fare mai più ritorno, i loro mariti. Il loro pianto fu inconsolabile. Le case furono derubate delle loro povere suppellettili. Le bestie, necessarie al lavoro dei campi, furono uccise. Non si sa se per puro fato, quando Dragut ripartì con il suo triste carico, la sua flotta fu colta da una tempesta. I fulmini guizzarono sugli alberi delle navi, le vele si lacerarono, il mare sembrò loro aprirsi come alle porte dell’inferno. Fu allora che Dragut vide una nuvola in cielo diventare bianca come la neve e gli apparve il volto di una donna con il viso avvolto in un telo azzurro intessuto di stelle. Nella tradizione popolare quella donna fu salutata in seguito come la Madonna delle Grazie.
Sì pentì amaramente, il corsaro, di aver profanato il cuore del mondo. Fu costretto dalle preghiere delle donne o forse dal destino a tornare nelle nostre terre, per restituire ciò che aveva depredato.

Nella cornice della più famosa Sagra delle Regne, giunta alla sua sessantunesima edizione, si rievoca per il secondo anno di seguito un evento del passato: lo sbarco del Corsaro Dragut sulle spiagge di Scauri, le sue devastanti razzie culminate con l’incendio del Castello di Minturno e dei borghi circostanti, come quello di Castellonorato, e la straordinaria resistenza poplare, tramandataci tra storia e leggenda.

«Urri mammella mia,‘nzerra le porte!e tu tatigliu miopiglia la scoppetta,ca so’ arrivati gli turchialla marina!». A distanza di cinque secoli, lo sbarco ci ricorda che le genti di allora seppero trovare proprio come risposta alla dispersione ed alla violenza, energie necessarie per unirsi e combattere l’oppressione. Gli abitanti di Scauri, i suoi pescatori, i contadini, i pastori, i commercianti di Traetto, della vicina Castellonorato, seppero in quei lontani giorni rispondere con la consapevolezza di appartenere ad un’unica terra lambita da un solo mare.
Trovarono la forza per rinascere, seppero riabbracciarsi, dopo la dispersione e la violenza, senza distinzione di gonfaloni o di provenienza! Ricordare le scorribande di Dragut, oggi serve ad esaltare lo spirito di tutte quelle persone che seppero rialzarsi. Dopo la paura esse seppero rimboccarsi le maniche e ricostruire dalle ceneri delle loro case. Il simbolo del Castello incendiato da Dragut resta, ancora oggi, un punto di partenza per una nuova consapevolezza, non una resa al sopruso. ….

È giusto che si ripeta quel piccolo, grande miracolo di sinergia, di lavoro comune, di entusiasmo per la ritrovata appartenenza Ecco perché organizzare la rievocazione dello sbarco, oggi è anche una sfida: tante associazioni provano a mettere insieme le proprie risorse per svolgere un lavoro comune, dai gruppi folkloristici, alle associazioni di teatro, al Comitato Dragut. Il messaggio che si vuole lanciare è uno solo: è ancora possibile, come i nostri padri ci hanno tramandato, convertire il corsaro, da depredatore in colui che restituisce? È ancora possibile che le genti del nostro Golfo si convertano da disperse in riunite attorno al proprio lembo di mare? Come tanti secoli fa, con la rievocazione storica dello sbarco si celebra un inno alla capacità di tutti di invertire la rotta e riconquistare a questi territori la loro dignità. È tempo di restituire la consapevolezza di possedere, in noi stessi e nelle bellezze delle terre che abitiamo, ciò che abbiamo lasciato depredare e disperdere. 

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