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Parigi, il racconto di una mamma che quella sera ha “scelto” il ristorante vicino all’orrore

"Il gatto nero che non ha attraversato la strada mentre passavo impugnava un kalashnikov made in Europe, sdoganato con il beneplacito della comunità internazionale"

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Il Faro on line – Elisabetta Friello è una donna (e una mamma) che si è trasferita a Parigi per lavoro ormai da anni. Era anche lei in uno dei ristoranti di Parigi, quella maledetta sera di venerdì. Il caso ha voluto che ne scegliesse uno a poche centinaia di metri da quello dove hanno fatto irruzione quelli dell’Isis. Le abbiamo chiesto di raccontarci i momenti di quella terribile serata. Ne è venuto fuori un racconto accorato, incredulo, spaventato. Che condividiamo con tutti i lettori del Faro on line.

“Finalmente, è venerdi!
benché l’attesa del treno che mi riporta a Parigi da Marne la Vallée sia stata lunga, posso ufficialmente considerarmi a riposo per il week end. Cosa importa che la data suggerisca una sfortuna che mi rende scettica, io sono piuttosto impaziente all’idea di ritrovare un parente lontano per riassaporare un po’ di aria di casa mia. Accetto perfino – e volentieri – la proposta di cenare in un ristorante sardo dove spero di trovare nomi e sapori nostrani ma soprattutto di trascorrere una piacevole serata a due passi da Bastille e République, lontana dalla routine che scandisce le mie settimane lavorative all’est della capitale.

Sono le 19.40. Apro la porta del ristorante – accidenti, sono in ritardo – e con essa schiudo l’incurabile golosità con la quale assaporo anticipatamente le gustose pietanze accompagnate da gustose discussioni in un italiano timido e mutante, incrociato con un francese curato e la sanissima lingua dell’affetto. Un italiano che ritrovo con altrettanta golosità.

Mi sento fortunata, guardo la famiglia seduta due tavoli più in là ed osservo come la mamma insegni alla sua bambolina rosa ad arrotolare dei lunghissimi fili di pasta che guizzano come i gamberi che li coprono e penso a mio figlio (e alla sua sfrenata passione per la pasta), che passa la settimana col suo papà. Lo immagino seduto in una posizione improbabile sul divano, ad incoraggiare virtualmente la squadra nazionale francese che gioca in TV e a formulare la sua versione di telecronaca non potendo assistere di persona alla partita. E sorrido affettuosamente.

Sono passate le 22 e le ottime pietanze divorate con l’accento sardo cominciano ad insultare il girovita, mentre rifletto alle aleternative del dopocena – un cocktail a Bastille? a République? forse un bar in cui si possa ballare e soprattutto cominciare a fare i conti con le calorie assunte. Continuano ad arrivare clienti e lo spazio si fa esiguo. Ma è venerdi ed il fine settimana non fa che cominciare. Sono fortunata e mi sento cittadina del mondo.
Con un gesto ed un verbo carichi di cortesia, il cameriere ricostituisce una tavolata di 5 persone in uno spazio che non potrebbe accoglierne più di tre ed invita un papà ed i suoi tre figli maschi ad insediarvisi, proprio dietro la nostra tavola e a consumare la meritata pizza (tutti gli ormoni in circolo offuscao il lirismo dei Malloreddus – che ne capiscono questi giovani?).

Per appianare l’inconcepibile paradosso del girovita espanso in uno spazio che si riduce ogni istante di un infinito millimetro in più, accettiamo di intraprendere una conversazione con i nostri neovicini, che ignorano quanto la nostra gaia esclamazione sia dettata dal copioso pasto e dal vino verace.Continuo a sorridere anche quando uno dei tre cloni annuncia con nonchalance, assaporando un intermabile boccone di pizza, che c’è stata una sparatoria a qualche isolato da li’. “Pare che ci siano più vittime di Charlie Hebdo”.

Continuo a sorridere incredula ed ho già l’impressione che i miei sensi abbiano preso un senso unico al contrario. Avvisaglie di incomprensione. Sarà l’età, o il vino verace, domando al ragazzone di ripetere la frase e con rispettosa solerzia, ricevo lo stesso eco. “C’è stata una sparatoria in un ristorante a qualche passo da dove mi trovo. ora e qui”.

le mie mani afferrano maldestramente il telefono – mio Dio, non ho quasi più batteria – e mi replico in almeno tre pesone distinte. Una cerca di non cedere al panico e continua la conversazione, l’altra ha già inviato 3 messaggi di cui uno per accertarsi che mio figlio stia bene – “che? sparatorie? non sapevo! ora non posso mettere il TG perché il bimbo sta ancora guardando la partita” – e l’altra formula incessantemente scenari di fuga.
Tutti i sensi sono in allerta, l’insidiosa inquietudine comincia a trasparire sui visi bassi dei clienti, illuminati dagli schermi di decine di smartphone iperattivi che annunciano tragedie – vicine vicine – e che tolgono il respiro, rendendo la paura sempre più malcelata.

“Eli, i terroristi si spostano in macchina con un kalashnikov; hanno fatto degli ostaggi al Bataclan e le forze speciali della polizia sferrano l’attacco per liberarli. la situazione è grave, ti prego rientra subito. Vai sottoterra e rientra più in fretta che puoi. Scrivi il mio numero su un pezzo di carta per poter chiamare da un altro telefono. Fai in fretta”. Fretta. Grave. Ostaggi.
Mi sento ancora fortunata, amici e famigliari mi scrivono dall’Itaila, dall’India, dal Canada, dagli Stati Uniti e come per incanto, tutti gli abitanti del mondo disegnano un punto interrogativo cosi’ carico di apprensione, di sdegno, di rabbia e di inquietudine mentre a soli 700 metri stanno sibilando pallottole, scoppiando bombe umane, dibattendosi corpi e colando sangue di decine di persone innocenti. Mentre la morte circola, fottendosene della calunnia e beffando la vigliaccheria che li definisce, un venerdi sera. Fretta.

Sono passate le 23, sono incollata alla sedia, le tre “me” ridiventano una, confusa ed attonita. Mi torna in mente quel terribile venerdi di gennaio in cui una strage ingiusta è stata inflitta alla libertà di opinione e ad una nazione intera e sento riaprirsi una ferita che non credevo mia. Ancora nessuna rivendicazione per questo nuovo venerdi, ma come immaginare che non si tratti di un atto terrorista? penso a mio figlio, al mio ex marito e spero che rimanga abbastanza autonomia per poter scrivere loro quanto li amo. la Roulette gira. 

La fermata della metro è a pochi passi e il  venerdi i trasporti sono aperti fino a tardi, i miei piedi obbediscono ad un insospettato istinto di sopravvivenza mentre intrattengo il mio parente con diversivi palesemente inefficaci.”E se qualcuno avesse piantato una bomba nella metro? Un taxi allora…ma se la roulette si fermasse sul 13 nero proprio mentre giro le spalle?” No…io non sono superstiziosa, ma ora sono consapevole che ogni istante conta e che tutta la volontà del mondo non potrà mai vincere il caso. Mio figlio è al sicuro e la roulette gira.

Il perimetro è stato chiuso, le sirene spiegate e veicoli sfrenati eseguono traiettorie inquietanti.Mi dirigo mecccanicamente sottoterra (per fortuna, la linea 5 è rimasta aperta verso Sud), lo sguardo perso ed impaziente, la metro stranamente vuota. Saro’ presto al sicuro. La Roulette gira.Ogni estraneo diventa paradossalmente un confidente, il mio vicino annuncia  l’ultimo bollettino raccapricciante, tutti mormorano sommessi e stonati una Cronaca nefasta – mio Dio, succede ora e qui, vicino vicino.

E passata la mezzanotte, mio figlio è al sicuro e ora lo sono anch’io. Il Presidente Hollande pronuncia lo stato di emergenza e la chiusura delle frontiere e delle scuole l’indomani. E già domani ma la curva spazio-temporale dello scempio provoca la distorsione di immagini, suoni e sensazioni. Di chi è la colpa? chi puo’ aver perpetrato questi atti insensati? Nessuna rivendicazione è in grado di giustificare il fanatismo.

Guardo sconcertata le immagini, so che domani al risveglio l’amarezza e lo sgomento saranno una certezza ancora più dolorosa”Potevo esserci io li, al Bataclan, a festeggiare il mio compleanno con gli amici. E poteva esserci mio figlio allo stadio, ad esultare per il goal della sua squadra, un venerdi come tanti altri”La brutalità delle statistiche mi ricorderà che questa Battaglia è anche la mia, che io sono in guerra in Siria, in Palestina, nel Mali, senza aver mai impugnato un’arma e senza averlo mai domandato. Mi ricorderà che l’ipocrisia produce tante vittime quante quelle rimbalzate dal terrorismo. Che il gatto nero che non ha attraversato la strada mentre passavo impugnava un kalashnikov made in Europe, sdoganato con il beneplacito della comunità internazionale.
E contro questa certezza, l’illusione, almeno per questa notte, che mio figlio sia al sicuro.
Purtroppo è ancora venerdi”.

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