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Montino, anche in caso di rinvio a giudizio la maggioranza resterà in sella

Il sindaco: "I chioschi? Abbiamo sanato un problema lungo 14 anni"

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Il Faro on line – Fiumicino è scossa. In città si parla molto delle notizie sui movimenti delle Procure sulla persona del sindaco Montino. Il centrodestra si è autosospeso per protesta, il M5S ha chiesto chiarimenti in Consiglio, aleggia la richiesta di dimissioni. La domanda ineludibile dunque è questa: è un fatto che ci siano due inchieste che riguardano la sua persona, una per fatti relativi alla Regione l’altra per vicende prettamente comunali.

Come vive questo momento?
“Beh, le due inchieste le vivo aspettando con grande fiducia i risultati delle indagini, ovviamente mi difendo e mi difenderò, senza fare però alcun tipo di polemica e mantenendo una linea di rispetto. Per giudicare bisogna aspettare comunque le sentenze; parlare prima, commentare e persino condannare prima delle sentenze può essere estremamente fallace”.

D’accordo, ma un eventuale rinvio a giudizio sposterebbe qualcosa nell’assetto amministrativo attuale?
“Il rinvio a giudizio fa parte ancora della fase preliminare. La legge Severino, tanto per intenderci, scatta per gli amministratori locali al giudizio di primo grado. Ma anche questo, a volte, non basta; alcune esperienze come quella di De Luca presidente della Regione Campania lo dimostrano, ma anche De Magistris a Napoli, Errani in Emilia Romagna.Tutti amministratori finiti nell’occhio del ciclone e poi usciti assolti. Forse c’è una riflessione generale da fare che non riguarda il giudizio finale, che per sua natura al terzo grado stabilisce una verità definitiva. Il punto è prendere per acclarata un’accusa e trasformarla in sentenza. Forse una maggiore cautela dovremmo averla un po’ tutti”.

Beh, però va detto che una certa deriva giustizialista l’ha cavalcata proprio la sinistra, soprattutto ai tempi dell’era berlusconiana
“Sì, questo lo ammetto. Poi però ognuno è responsabile di ciò che fa. Perlomeno da parte mia non c’è mai stato altro che una battaglia di tipo politico, sia quando ero all’opposizione in Senato con governo Berlusconi sia alla Regione Lazio con la Polverini. Non ho mai invocato dimissioni per indagini in corso, ma sempre nel merito del contenuto politico. Se c’è stata esagerazione da parte di qualcuno, va detto che ha sbagliato”.

Lei però le dimissioni della Polverini le chiese pubblicamente…
“Attenzione, quella iniziativa era la somma di una serie di iniziative che contestavano quel modo di governare la Regione. Il caso Fiorito fu solo la goccia che fece traboccare il vaso, ma le dimissioni non erano chieste per l’indagine, bensì, ad esempio, per lo scellerato piano sanitario che portò alla chiusura di 18 ospedali. Non solo la criticammo, ma presentammo un contro-piano di riassetto della sanità, con una serie di iniziative sui territori di tutta la regione. Ed eravamo in disaccordo con la piega che aveva preso politicamente e amministrativamente la regione. Di più: non a caso il gruppo del Pd si dimise in blocco, prima delle dimissioni dell’intero consiglio comunale”.

Le indagini sui fondi regionali stanno seguendo il loro corso, ma nel frattempo è arrivata la tegola dell’inchiesta sulle concessioni demaniali per i chioschi, che vede impelagati pezzi importanti di questa amministrazione. Com’è lo scenario su questo specifico tema?
“Da parte mia si è avuto un atteggiamento estremamente rigoroso e chiaro nella gestione di questa vicenda. Sono partito da un dato: è da 13 anni che è stato fatto un bando, 13 anni di calvario, 13 anni dentro i quali ci sono stati non so quanti ricorsi, a tutti i livelli giudiziari. Con un’amministrazione, quella precedente, che si è mossa in un modo completamente sbagliato e vessatorio. Invece di attenersi scrupolosamente al bando di gara, visto che non è stato azzerato perché evidentemente non c’erano i presupposti per farlo, lo ha reso operativo solo parzialmente, creando confusione. Un’amministrazione seria aveva il dovere di chiudere questa situazione”.

Sul territorio e sulla gestione dei chioschi è cambiato qualcosa nella sostanza?
“No, non è cambiato nulla, perché è da 13 anni che i gestori dei chioschi lavorano su 2.000 metri, pagano lo stesso canone che pagheranno in concessione, la scadenza sarà la stessa prevista da quella che la giunta precedente aveva denominato ‘convenzione’. Quindi non c’è né nella sostanza né nella pratica alcuna differenza di trattamento”.

E la “famigerata” delibera di consiglio comunale, che ha coinvolto nell’indagine i consiglieri?
“Era una delibera di indirizzo. Che dice al dirigente: se ci sono tutte le caratteristiche, si proceda alla concessione demaniale, sempre degli stessi 2.000 metri che i gestori stanno utilizzando da 13 anni. Abbiamo fatto un atto di chiarezza, non qualcosa che agevola qualcuno”.

Ma questi 2.000 metri non sono “oltre” ciò che prevede la legge?
“No. Cerchiamo di spiegare: nel 2002 quindici soggetti vincono un bando pubblico, tra i quali amministratori della precedente e dell’attuale amministrazione. Erano previsti 40 metri quadri per una struttura commerciale più una serie di strutture di supporto all’area di vendita, costituiti da zone d’ombra, pedane, servizi di supporto, sicurezza balneazione ecc.  dentro un’area complessiva da concedere pari a 2.000 metri quadri.
Il Sindaco di allora, nel 2003 in piena campagna elettorale, fa perfezionare dagli uffici comunali i 40 metri per poter mettere la struttura commerciale, e lascia in pregiudicato, nell’atto concessorio, l’area di 2.000 metri. La delibera comunque fa riferimento al contenuto del bando. E i gestori si insediano, ormai 14 anni fa, su un’area di 2.000 metri, cominciando ad esercitare.Dopo la campagna elettorale, una volta eletto, Canapini manda i vigili a fare i verbali e a sequestrare le aree; siamo nel 2003.

Pochi mesi dopo il Gip di Civitavecchia dissequestra tutto, perché non si era tenuto conto che i gestori avevano vinto un bando che già prevedeva i 2.000 metri. E inizia un’odissea di ricorsi, dove si è arrivati, tolti casi particolarissimi, al dissequestro costante di ciò che veniva bloccato. Nel 2014, altro sequestro, perché la Procura interpretava la mancanza di concessione non dava titolo per restare in quelle aree. La convenzione, in quanto tale, non era riconosciuta dall’autorità giudiziaria.
Il tutto viene impugnato a Tribunale del Riesame, che, dopo la sentenza definitiva del Consiglio di Stato, ha ritenuto valido anche il titolo precedente. Non solo la concessione è valida, ma anche la forma spuria della Convenzione è stata ritenuta valida. E ha dissequestrato ancora una volta i chioschi”.

E adesso?
“Io non so qual è l’elemento nuovo scatenante la nuova inchiesta, ma so cosa abbiamo fatto come Amministrazione che vuole rispettare le leggi: uscita la sentenza del Consiglio di Stato, preso atto della decisione del Riesame, abbiamo pensato di mettere un punto di chiarezza. Quale? Quello originario, ossia il bando”.
Angelo Perfetti

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