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Consorzio Chianti a Martina: “No al clone Usa”

Il Faro on line - "Caro ministro Martina, il Chianti si fa in Toscana, non in California. Chiediamo rispetto per la storia e il prestigio del nostro marchio, che e' il portabandiera del vino italiano nel mondo". Quello di Giovanni Busi, il presidente del consorzio vino Chianti, e' un grido di allarme, ma allo stesso tempo un appello rivolto direttamente al ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Maurizio Martina. Una sollecitazione decisa, mossa nel giorno dedicato all'anteprima della vendemmia 2015, il "Chianti Lovers".    

Un evento, per il mondo vinicolo, quasi solenne: consorzio, produttori, stampa, buyers, aperto al trading. Ingredienti miscelati all'interno dell'architettura razionalista dell'ex Manifattura Tabacchi di Firenze, un vecchio 'attrezzo' del 1940, un gioiello rivestito di travertino dal carattere suggestivo, per troppi anni lasciato ai margini dei palcoscenici fiorentini.    
Una cornice adatta allo sbicchierare dei rossi mentre Busi va diritto al punto: "Il Made in Ital y- spiega alla 'Dire'- si difende anche proteggendo quelle denominazioni che raccontano una tradizione non riproducibile altrove, un tutt'uno economico-culturale non traslabile. La nostra qualita', il nostro territorio, il nostro vino, non si possono clonare".

Ma dal dogma appassionato al disagio il passo e' breve: "vedere sugli scaffali americani vino Chianti prodotto negli States e non in Toscana, per un verso e' insopportabile, per l'altro crea grossi problemi al nostro fatturato. Insomma, non e' di certo una questione secondaria", dice ancora Giovanni Busi. E qui il presidente del consorzio Chianti fa la conta dei meriti: il consorzio tiene insieme circa 3.600 operatori di cui 600 imbottigliatori, nel 2015 oltrepassera' 110 milioni di bottiglie, "ed e' la prima Docg rossa italiana".    

Numeri e risultati "sudati, ottenuti sul campo, investendo tanti soldi, anche attraverso risorse Ue. Penso al lavoro sul rinnovo dei vigneti, ma anche agli sforzi per ottenere un prodotto migliore e quindi maggiore competitivita' sul mercato". Tutto questo, si traduce in "regole, disciplinari, controlli severi prima di tutto al nostro interno.
E alla fine, tutto questo rischia di essere vanificato". Perche'? "Il problema sono gli Stati Uniti". Croce e delizia: un mercato fondam entale, "il primo sul fronte dell'export", che tuttavia rappresenta l'emblema "della concorrenza sleale, visto che poi e' li' che si produce e si imbottiglia tranquillamente il Chianti americano. Una pratica alla luce del sole, perche' riconosciuta dal governo americano: per loro- sottolinea Busi- non si tratta assolutamente di frode. La stortura e' tutta qui".

La battaglia invece dovra' essere dura. Per questo "chiediamo al ministro Martina incisivita', soprattutto nei tavoli dell'Europa". La fase, infatti, e' di quelle calde, decisive: al centro della questione c'e' il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership, ndr) tra Stati Uniti ed Europa, dove "in ballo ci sono le grandi denominazioni italiane, una partita che non riguarda soltanto il vino ma, facendo un ragionamento a 360 gradi, l'agroalimentare italiano di qualita', come il Parmigiano. Sappiamo che su questo versante Martina e' in pista in prima persona, pero' ora gli chiediamo di fare un grosso sforzo, un passo ulteriore per l'agroalimentare e la denominazione del Chianti".

"Ci opporremo sempre a chi tenta di usurpare la forza dei nostri marchi geografici dal Chianti al Parmigiano, dal Grana Padano al Barolo. Abbiamo gia' ribadito in ogni sede, in particolare in Europa, la necessita' di un salto di qualita' nella tutela internazionale delle nostre indicazioni geografiche, anche attraverso accordi bilaterali. Non c'e' dubbio che il Ttip debba tenere in considerazione proprio questo aspetto, perche' si tratta di una materia decisiva del dossier agroalimentare". Cosi' alla DIRE il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, oggi a Bruxelles per il Consiglio agricoltura e pesca, rispondendo a Giovanni Busi, presidente del consorzio vino Chianti, che lamenta la presenza "sugli scaffali americani di vino Chianti prodotto negli States e non in Toscana", chiedendo "incisivita'" in Europa mentre e' alle viste il trattato Ttip (Transatlantic trade and investment partnership, ndr).    

"In questi mesi l'Italia ha promosso incontri operativi importanti come l'Asse mblea mondiale delle Indicazioni geografiche a Expo, dove per la prima volta le associazioni italiane dei consorzi food e vino hanno aperto un dialogo con le associazioni dei Common names americani- spiega Martina- insieme al lavoro diplomatico abbiamo fatto un passo in piu', costruendo un modello unico di intervento contro l'italian sounding sul web".

"Siamo l'unica istituzione al mondo a garantire ai 'brand geografici' la stessa tutela contro i falsi che hanno i grandi marchi privati su piattaforme mondiali come eBay e Alibaba- segnala alla DIRE il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina- grazie a questi accordi, ad esempio, abbiamo bloccato in un mese flusso di falso Parmigiano per oltre 99mila tonnellate di prodotto, 11 volte superiore alla produzione di quello Dop. Numeri simili li abbiamo raggiunti con le operazioni su falsi vini doc e Docg".    I

nsomma, "la nostra battaglia al fianco dei produttori va avanti, consapevoli che su questo fronte ci giochiamo non solo un fattore economico ma l'identita' stessa dei nostri prodotti", conclude Martina. (Ran/Dire) 

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