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Giustizia…ta, il dramma di una famiglia a Canale della Lingua

Un contenzioso per l'acquisto di una casa dura da 18 anni. Sulla struttura sono stati spesi circa 300 milioni... e adesso padre, madre, 3 figlie e nipoti rischiano di perdere tutto

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Il Faro on line – E’ possibile pagare circa 300 milioni di vecchie lire per non essere proprietari di una casa? E’ possibile investire i risparmi di una vita su un immobile e rischiare di vederselo portar via bruciando tutto il capitale? In Italia sì. Anzi, più precisamente nell’ex Consorzio Canale della lingua, ora Consorzio Aurora.

Quella che stiamo per raccontare è una storia simbolo, quella di una famiglia italiana che racchiude un po’ le vicende di coloro che, per un motivo o per un altro, si sono visti portare via dalle banche o dai privati quella che era diventata la propria dimora, sulla quale aveva speso fior di quattrini non solo per l’acquisto ma per le migliorie, per poi finire a mani vuote.

Un’ingiustizia (intesa come disposizione naturale contraria alla virtù dell’equità), tutta nostrana, dove spesso il diritto è dei più forti (o dei più furbi), dove la burocrazia mette lacci e lacciuoli il più delle volte fatti apposta per imbragare la brava gente, dove i tempi dei tribunali sono da Terzo mondo. E dove alla fine la giustizia non è mai sinonimo di Giustizia.

Non sta a noi ergerci a magistrati, e dunque non emetteremo condanne o assoluzioni; piuttosto l’intento è di fare la fotografia di uno spaccato della società attuale. Che vede una famiglia decidere di acquistare un manufatto grezzo proprio nel territorio dell’attuale X Municipio, mettersi d’accordo con il proprietario per dividersi il piano di sotto (acquistato) e il piano di sopra (lasciato al proprietario stesso). L’edificio però è grezzo, e c’è dunque necessità di completarlo. Tutti i lavori, nonché i materiali, sono a carico della parte acquirente. Che così inizia l’emorragia di contanti – ben oltre quanto scritto nel preliminare di vendita -, per sistemare la casa dove andare a vivere e l’appartamento del piano di sopra, operazione effettuata per ottenere uno sconto sul prezzo finale.

Tutto fila liscio finché la parte venditrice non decide di fare un passo indietro. L’ultima tranche infatti non viene pagata perché il promissario venditore non aveva ancora acquisito tutta la documentazione idonea per poter effettuare il rogito; da lì la decisione di tirarsi indietro e chiedere la risoluzione del preliminare. Ovviamente senza restituire un centesimo dei soldi spesi per la costruzione effettiva degli appartamenti, né del denaro dato all’inizio. Tutto in cavalleria, probabilmente in attesa di un nuovo acquirente con il quale fare il doppio affare. Nemmeno la successiva richiesta di pagare in contanti il rimanente, seppur fuori dai tempi preventivati, smuove la situazione.

E così inizia una lunga trafila giudiziaria (fatta anche di colpi bassi, denunce di truffa contro la parte acquirente, archiviate direttamente dal Gip perché senza alcun riscontro), ora approdata in Cassazione, che vede prima vincere la famiglia coinvolta poi, in appello, ribaltare la decisione.Poco importa se nel frattempo su quel pezzo di terra sono stati spesi i risparmi di una vita, né che in quella casa abitino madre, padre, figlie e nipoti. La mancanza del rispetto dei termini previsti – anche se la colpa non è degli acquirenti – vale la richiesta di gettare in mezzo a una strada un’intera famiglia che, su quel terreno, ha già speso circa 300 milioni di lire.

Si dirà: ma le regole sono regole. Colpo di scena: quel terreno è stato venduto senza che la sanatoria fosse già stata approvata (cosa poi avvenuta in seguito) e senza avere titolo sulla particella catastale per la quale è stato pagato l’importo. “E allora? – tuona Lucia Coppola – Dov’è il Diritto?”

Adesso la vicenda, come detto, è in Cassazione, e sulla famiglia di Lucia ancora pende la spada di Damocle dello sfratto e della perdita di ogni bene, presente (casa) e passato (soldi).

Ironia della sorte, come spesso accade quando il destino si fa beffe della vita della gente, il papà di Lucia era uno di quei “servitori dello Stato” tutto d’un pezzo, quegli uomini probi di una volta per i quali una stretta di mano era più vincolante di qualsiasi scrittura privata o pubblica; per i quali la divisa che portavano era una seconda pelle. Altro che truffe, altro che furbizie.

Una vicenda iniziata addirittura nel settembre del 1998, ben 18 anni fa. Una storia unica? Purtroppo no, una come tante altre, di cittadini spesso truffati dalle cooperative, a volte dagli stessi costruttori.

In questo caso però, per evitare che il Diritto fosse appannaggio del… dritto (di turno), è stata inviata una lettera “a cuore aperto” al Presidente della Repubblica. In quanto supremo garante dello Stato italiano, in quanto padre di famiglia, ma anche in quanto capo dei Giudici, presidente del Csm, e dunque dell’organo che controlla l’operato dei magistrati. I quali devono sì dare conto dei codici civili e penali, ma prima ancora dovrebbero dare certezza a quel senso di Giustizia che ormai è diventato irriconoscibile nella nostra società; il che provoca uno dei danni più gravi persino rispetto all’impoverimento dell’economia nazionale: la sfiducia dei giovani verso il proprio Paese.

Ultimo atto: un reclamo all’ordinanza, attualmente sul tavolo di un Giudice, per arrivare alla revoca del diritto a non essere sfrattati fino a che il giudizio non sia concluso in Cassazione. E’ stata infatti presentatat un’opposizione all inibitoria in corte di Appello. Se il magistrato darà l’ok, una famiglia con padre, madre, tre figlie e nipotini sarà sbattuta in mezzo alla via, alla faccia dei soldi spesi negli anni e degli impegni presi. E il Faro on line sarà lì quel giorno per chiedere come  mai in Italia possano accadere ancora oggi cose di questoo tipo.
Angelo Perfetti

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