Seguici su

Cerca nel sito

“Mad” presenta “Il Bosco e la Riviera” di Antonio Farina

La pittura del “Doganiere” pontino è caratterizzata dal profondo blu-verde degli specchi d’acqua

Più informazioni su

Il Faro on line – L’approccio alla pittura di Antonio Farina è rassicurante, ultra-tradizionale, ma allo stesso tempo di assoluto sconvolgimento emozionale. Con quel tanto di “strapaese”, di radicamento spaziotemporale, di vera o presunta ingenuità che consente, in una realtà sempre più alienata e alienante, il riposo e il ristoro dell’occhio e della mente. Può, da un punto di vista della critica, essere o sembrare questa una diminutio? A molti, probabilmente; a quanti, credo, abbiano da tempo e nel medesimo ambito, più o meno scientemente, abdicato alla scomodità e alla responsabilità d’esercizio del libero arbitrio, per accodarsi al carrozzone di un’estetica prevalente, di edulcorata e consumistica globalizzazione, dove oggi, fatte salve alcune lodevoli eccezioni, sembrerebbe non essere posto per il canto di singoli sognatori come Antonio Farina.

Uno dei maggiori meriti del curatore di Mad, e della presente mostra, consiste proprio, grazie al cielo, nel perseguire da tempo una linea di “cuore” e di “pancia” oltre che “d’intelletto” e di “concetto”, la stessa che, entusiasticamente e dal profondo, m’imbriglia e m’imbroglia ogni volta in situazioni altre dalla definizione istituzionale del politically correct, eppure uniche e irripetibili. 

La forza di Antonio Farina sta essenzialmente in quei suoi stralci di vegetazione, folta al punto da definirsi macchia, o giungla, così da impedire di filtrare al minimo raggio di sole, che invadono la tela prima da dritto e poi, riflettendosi in immoti stagni o canali, da rovescio. Sono canne, pini mediterranei, svettanti “calìps”, e poi, a pelo d’acqua, strani spannocchiamenti di rigogliose graminacee palustri mezze verdi e mezze bionde, un po’ marcite un po’ essiccate.

Impossibile sottrarsi al magnetismo del profondo blu-verde degli specchi d’acqua, degli intrecci e contorcimenti delle radici, un po’ come accade per le mangrovie palustri della Louisiana: la rivisitazione lirica di un mondo semiperduto, quello della lestra, della palude, del canale pontino d’immemore fascinazione, da Sartorio a Indrimi, reinterpretato, desertificato e amplificato dalla metafisica individualissima di un artista così singolare, al punto da far dimenticare ogni varia ed eventuale connotazione stilistica, in virtù di uno straordinario quanto inatteso afflato emozionale.

Davanti alle lussureggianti visioni di Antonio Farina, condotte con inventiva ingenua e sapiente al tempo stesso, come non pensare, e da subito, ai paesaggi di riviera del grande Rousseau il Doganiere, caposcuola  francese del movimento “naif”, nume tutelare di Guillaume Apollinaire, del giovane Picasso e dell’intera avanguardia storica del Bateau Lavoir? Lo stesso verde umbratile sottobosco, giungla domestica calligraficamente, ossessivamente descritta foglia a foglia, in ogni meandro; lo stesso affollamento dei fusti arborei a invasione del campo celeste; mancano, per adesso, in Farina l’Eva incantatrice, la Tigre o il Pitone del Doganiere: ma a fianco di una delle sue migliori giungle di canale pontino spunta solitario il profilo immobile dell’artista, mezzo uomo mezzo mangrovia, nuovo Homo Selvaticus  di un’epoca estrema, a salvaguardia dell’estremo suo Eden.

Più informazioni su