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Quei ‘semi di pace’ piantati da Giovanni Paolo II

La Giornata mondiale di preghiera per la pace replicata a 30 anni di distanza da papa Bergoglio

Quei ‘semi di pace’ piantati da Giovanni Paolo II

Il Faro on line – Quella sera del 27 ottobre 1986 nella città di san Francesco, il santo della fratellanza tra i popoli, spirava un vento gelido. Mentre Giovanni Paolo II pronunciava il discorso finale di uno dei momenti del suo pontificato che più restano scolpiti nella storia, la Giornata mondiale di preghiera per la pace replicata a 30 anni di distanza da papa Bergoglio, i leader religiosi convenuti da ogni parte del mondo per un evento senza precedenti, seduti alle sue spalle, tentavano di ripararsi come potevano dal freddo pungente.

Il Dalai Lama, capo dei buddisti tibetani, intirizzito, si portava fin sopra la bocca la tonaca giallo ocra e amaranto, nel tentativo di scaldarsi. Alla sua sinistra Maha Ghosananda, la testa fasciata in un velo per ripararsi dal vento, si sistemava sulle gambe una coperta di lana. Dall’altro lato, sempre dietro Wojtyla, il primate anglicano George Carey, che indossava solo la talare viola, senza cappotto né copricapo, raccoglieva le mani attorno alla bocca soffiandoci sopra.

Un passo più avanti, in piedi, veste e cappotto bianchi, Wojtyla parlò loro “in spirito di profondo amore e rispetto”, chiamandoli “fratelli”. “Anche se ci sono molte e importanti differenze tra noi”, disse, “c’è anche un fondo comune, donde operare insieme nella soluzione di questa drammatica sfida della nostra epoca: vera pace o guerra catastrofica?”.

E proseguì: “Per la prima volta nella storia ci siamo riuniti da ogni parte, Chiese cristiane e comunità ecclesiali e religioni mondiali, in questo luogo sacro dedicato a san Francesco per testimoniare davanti al mondo, ciascuno secondo la propria convinzione, la qualità trascendente della pace. La forma e il contenuto delle nostre preghiere sono molto differenti (…) e non è possibile ridurle a un genere di comune denominatore. Sì, ma in questa stessa differenza abbiamo scoperto di nuovo forse che, per quanto riguarda il problema della pace e la sua relazione all’impegno religioso, c’è qualcosa che ci unisce”.

Per Giovanni Paolo II, la pace andava auspicata, professata, implorata ma soprattutto manifestata, attraverso un impegno concreto. Doveva imprimersi nelle coscienze come un simbolo potente. La stessa scenografia dell’evento contribuiva non poco a dare sostanza allo “spirito di Assisi” che nasceva quel giorno e che già allora intendeva proiettarsi nel futuro.

La gestazione non era stata facile, percorsa da critiche e dubbi, sia dentro che fuori la Chiesa. Quell’immagine dei leader religiosi riuniti nella piazza della Basilica inferiore di San Francesco era stata pensata e fortemente voluta dal Papa polacco, non da tutti sostenuta ma infine si era imposta con successo. Quella preghiera, comune pur se distinta, insieme ma separati, nella formula rispettosa degli uni accanto agli altri, senza confusioni, riusciva nell’intento di dare al mondo un momento unificante, un gesto di simbolica tregua piena di speranze.

Convocare ad Assisi nell’ottobre 1986, quando lo scenario della Guerra fredda si avviava al tramonto ma ancora tre anni mancavano al crollo del Muro di Berlino, era stata una delle grandi intuizioni di Giovanni Paolo II. Persuaso che la Chiesa dovesse riprendere e sviluppare le premesse della ‘Pacem in Terris’ di Giovanni XXIII e della Giornata mondiale della pace introdotta da Paolo VI, papa Wojtyla abbracciò fin dal primo momento con convinzione l’iniziativa interreligiosa.

Anche in seguito, non si curò mai di chi evocava con accezione negativa lo “spirito di Assisi”, visto più come fumo dell’irenismo che non come soffio di speranza, né di chi tentava di catalogarlo come una specie di frutto avvelenato del Concilio Vaticano II per i suoi presunti aspetti sincretistici.

Se per alcuni storici la Giornata interreligiosa del 1986 segna lo spartiacque del nuovo atteggiamento del cattolicesimo di oggi verso le altre fedi, una pietra miliare in quel coraggioso cammino avviato da Wojtyla che lo portò a essere il primo Papa a entrare in una sinagoga (a Roma, nell’aprile dello stesso anno) e di una moschea (a Damasco, nel 2001), arrivarvi non fu semplice e le resistenze non mancarono. Allora la visione profetica del Papa polacco per alcuni si spingeva troppo oltre, sconfinando in un territorio di pericolose confusioni. (fonte Ansa)