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E’ morto Dario Fo, l’artista giullare premio Nobel

Dario Fo, drammaturgo, attore, regista scrittore, artista poliedrico e premio Nobel per la Letteratura nel 1997, aveva 90 anni.

Il Faro on line – E’ morto Dario Fo. Dario Fo, drammaturgo, attore, regista scrittore, artista poliedrico e premio Nobel per la Letteratura nel 1997, aveva 90 anni. Era ricoverato da 12 giorni all’ospedale Sacco di Milano.  Famoso per i suoi testi di satira politica e sociale e per l’impegno politico insieme alla moglie Franca Rame,Fo portò per la prima volta in scena con grande successo ‘Mistero buffo’ in un originale linguaggio teatrale che si rifà alle improvvisazioni giullaresche e alla Commedia dell’arte.

Il cordoglio

“Con Dario Fo l’Italia perde uno dei grandi protagonisti del teatro,cultura, vita civile del nostro Paese”. La sua satira,la sua poliedrica attività artistica restano “l’eredità di un grande italiano nel mondo”. Il premier esprime cordoglio per la morte di Dario Fo. Il Senato osserva un minuto di silenzio.  “Abbiamo perso una parte di noi”,scrive Fabio Fazio del suo amico..”La sua arte non ha mai servito padroni”,dice Scotto capogruppo SI. “Ci hai detto fatelo voi ciò che alla tua generazione non era riuscito,lo faremo”,così Sibilia di M5S

La vita

(testo ripreso dal suo sito) Dario Fo nasce a San Giano, un paesino presso il Lago Maggiore in provincia di Varese. (Da “Il paese dei Mezaràt”, 2002) “Tutto dipende da dove sei nato, diceva un grande saggio. E, per quanto mi riguarda, forse il saggio ci ha proprio azzeccato. Tanto per cominciare, devo dire grazie a mia madre, che ha scelto di partorirmi a San Giano, quasi a ridosso del Lago Maggiore. Strana metamorfosi di un nome: Giano bifronte, antico dio romano, che si trasforma in un santo cristiano, per di più presunto protettore dei fabulatore-comicos. In verità non fu mia madre a scegliere, ma le Ferrovie dello stato, che decisero di spedire mio padre a prestare servizio in quella stazione. Sì, mio padre era un capostazione, seppure avventizio. (…)

Io venni al mondo fra un omnibus e un “merci”, in quella fermata sussidiaria a quattro passi dal Lago (ANTELACUS, è scritto su un reperto romano). Erano le sette del mattino quando mi decisi a far capolino fra le gambe di mia madre. La donna che fungeva da levatrice mi tirò fuori e mi sollevò come fossi un pollo per i piedi. Poi velocissima, mi assestò una gran pacca sulle natiche… urlai come un segnale d’allarme. In quell’istante transitava l’omnibus delle sei e mezzo… che arrivava naturalmente in ritardo. Mia madre ha sempre girato che il mio primo vagito aveva superato di gran lungo il fischio della locomotiva.”

Completano i suoi dati anagrafici il padre Felice, di fede socialista, capostazione e attore in una compagnia amatoriale, la madre Pina Rota, donna di grande fantasia e talento (negli anni ’70 pubblicherà un libro biografico di grande successo del mondo contadino dove era cresciuta: “Il paese delle rane” edito da Einaudi), il fratello Fulvio e la sorella Bianca, oltre ad un nonno materno agricoltore in Lomellina, presso il quale il piccolo Dario andrà a trascorrere i primi periodi di vacanza e dal quale apprende, seduto sul grande carro al suo fianco, i rudimenti del ritmo narrativo (vedi “Il Paese dei Mesaràt”, Edizione Feltrinelli).

L’infanzia

Il nonno di Dario Fo girava per i borghi vendendo verdura prodotta in proprio con un grande carro trainato da un cavallo e, per attirare i clienti, raccontava favole grottesche nelle quali inseriva la cronaca dei fatti avvenuti nel paese e nelle zone limitrofe. Questa attività di giornale satirico parlato gli era valso il soprannome di “Bristìn” (seme di peperone).

L’infanzia di Fo si svolge fra i traslochi di paese in paese, al seguito dei trasferimenti che la Direzione delle Ferrovie impone al padre. Luoghi diversi, ma un medesimo ambiente culturale, dove il ragazzo cresce alla scuola della narratività non ufficiale, ascoltando i maestri soffiatori di vetro e pescatori del lago, che nelle osterie, nel porto e nelle piazze del paese raccontavano favole paradossali e grottesche, della tradizione orale dei “fabulatori”, nelle quali già affiorava una pungente satira politica.

La guerra

Nel 1940 Dario Fo va a Milano (pendolare da Luino) per studiare all’Accademia di Brera. In seguito (dopo la guerra) si iscrive ad Architettura al Politecnico. Durante la guerra, Dario, richiamato sotto le armi nella Repubblica di Salò, riesce a fuggire e trascorre gli ultimi mesi prima della liberazione nascosto in un sottotetto. I genitori partecipano alla Resistenza, il padre, responsabile del CLN della zona, organizzava il passaggio clandestino in Svizzera di ricercati ebrei e prigionieri inglesi fuggiti; la madre curando i partigiani e i gappisti feriti.

Tra il ’45 e il ’51 si dedica alla scenografia e alla decorazione teatrale e lavora come aiuto architetto nello studio Chiuti. In quel periodo si esercita nella fabulazione. I suoi racconti paradossali hanno successo presso gli studenti dell’Accademia di Brera. Egualmente le sue esibizioni suscitano divertimento e applausi da parte di un pubblico inusuale, cioè i compagni di viaggio che affollano i treni che dal Lago Maggiore scendono fino a Milano e viceversa. Dopo un paio d’anni si trasferisce con la famiglia a Milano. Per il giovane Fo è un periodo di furibonde letture, in cui Gramsci e Marx si alternano con i romanzieri americani e con le prime traduzioni di Brecht, Majakovskij, Lorca.

In quel dopoguerra esplode una vera e propria rivoluzione teatrale, soprattutto grazie alla nascita dei Teatri Stabili, il più famoso dei quali è senz’altro il Piccolo di Milano, che sviluppano fortemente l’idea di “scena nazional-popolare”. Dario Fo è coinvolto da quell’effervescenza e si dimostra un insaziabile spettatore teatrale, costretto il più delle volte, per motivi economici, ad assistere in piedi alle rappresentazioni facendo parte della claque.

Mamma Fo, per aiutare il marito a far proseguire gli studi ai tre figli, si ingegna a fare la camiciaia. E’ una donna molto aperta e ospitale. Nella sua casa spesso ci sono gli amici dei figli, tra cui: Emilio Tadini, Alik Cavalieri, Bobo Piccoli, Vittorini, Morlotti, Treccani, Crepax, alcuni di questi già famosi a quel tempo. Durante gli studi d’Architettura, Dario lavora come decoratore e aiuto architetto, e gli amici lo sollecitano spesso ad intrattenerli con le fabulazioni.

Il teatro

Il successo di quei racconti è tale per cui viene addirittura invitato ad esibirsi durante feste e serate in locali popolari. Nell’estate del 1950 Dario Fo si presenta all’attore Franco Parenti con un testo scritto da lui, la storia di Caino e Abele, una satira dove Caino, “poer nano” (povero cocco, affettuosa espressione lombarda), è un tontolone tutt’altro che cattivo, solo che, “poer nano”, ogni volta che cerca di imitare lo splendido Abele con i riccioli d’oro e gli occhi azzurri, gli va malissimo: subisce disastri uno dietro l’altro finché, impazzito, uccide lo splendido Abele.

Risultati immagini per dario foFranco Parenti invita Fo a far parte della sua Compagnia di cui è impresario Carlo Mezzadri, marito di Pia. Dario inizia così a recitare nella rivista estiva diretta da Parenti, in questa occasione, si verifica il primo “incontro” di Dario Fo con Franca Rame, grazie ad un suo ritratto fotografico esposto in casa della madre di lei, a Varese, dove era capitato con Pia. Ne rimane fortemente turbato!

La svolta

E’ già il tempo della corruzione edilizia, Fo, disgustato dall’ambiente, decide di abbandonare Il Politecnico, gli studi di progettazione e i cantieri edilizi. Vive una situazione di forte crisi, tanto che decide di abbandonare anche l’università.

Si dedica totalmente al teatro, quasi come terapia alla delusione che lo ha assalito. Parenti riforma compagnia con “Le tre sorelle Nava” (vedette celeberrime del tempo), impresario ancora Carlo Mezzadri per uno spettacolo di varietà estivo che propone a Fo la scrittura, lui accetta. E fra tutti i giovani attori, chi si trova davanti? Proprio lei, la ragazza della foto, che l’aveva turbato mesi prima: Franca Rame.