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Non solo Guinnes World Record per Adriano Desideri, ma anche i 100 kata contest

Allenamenti svolti, panorami ammirati e l’evento del kata in spiaggia, del 22 ottobre. Un viaggio da favola

Non solo Guinnes World Record per Adriano Desideri, ma anche i 100 kata contest

Il Faro on line – Il Guinnes World Record di kata, conquistato ad Okinawa, il 23 ottobre scorso, non è stato l’unico evento al quale, Adriano Desideri ha partecipato, nel suo ultimo viaggio in Giappone. Il giorno prima e sempre nella cittadina che si affaccia sull’Oceano Pacifico, ha preso parte anche ad una performance, ancora collettiva, ma molto più impegnativa, rispetto a quella che ha segnato la storia, nei libri dei record mondiali. Una prova con se stesso, che alla fine, è stata superata grazie al suo animo di samurai, imparato in palestra, sotto il tetto dell’Asd Yoshokan e grazie agli insegnamenti di Massimo Di Luigi. Lo racconta, Desideri. Come descrive il suo soggiorno in Giappone, dove ha partecipato anche a tantissimi allenamenti e negli antichi doji nipponici. E come sta vivendo, il Paese del Sol Levante, l’attesa ai prossimi Giochi Olimpici, di cui è ospite, grazie alla candidatura vinta da Tokyo? Lo svela, l’istruttore del dojo lidense, ai lettori de Il Faro on line.

Durante il tuo soggiorno, hai anche preso parte, ad un evento speciale, sulla spiaggia. Sempre riguardo al kata. Lo puoi raccontare?

Ho partecipato ad una manifestazione, che ogni anno attira praticanti di tutti gli stili e da tutto il mondo. Si chiama: “100 kata contest for karate no hi”. Ossia, i 100 kata per il giorno del karate. Ero l’ unico italiano.

E’ una prova personale di resistenza. L’ho vissuta più intimamente, rispetto al Guinnes, anche se eravamo in gruppo, sulla spiaggia. Avevo una domanda dentro di me e rivolta a me stesso: riuscirò ad eseguire 100 volte lo stesso kata, arrivando all’ultima tecnica del 100°, lucido come la prima, della prima esecuzione? La difficoltà più sentita, era quella dell’umidità. Eravamo sotto il sole, con 32° ed il 90% di umidità. Sapevo di potercela fare. Ma dovevo mettermi alla prova. Alla fine, ci sono riuscito. Eravamo divisi in blocchi da 30+30+40, intervallati dai tempi tecnici, per dissetarci. Sono cresciuto con Massimo Di Luigi in palestra e con un certo spirito. Il mio obiettivo era quello di terminare, senza cedere all’arsura. Sapevo di avere la forza di reggere e la determinazione di non bere. Se cede la testa cede anche il corpo. Ho finito il la mia performance, dopo poco più di 2 ore. E sono stato estremamente soddisfatto. A quasi 41 anni, ho dimostrato a me stesso, che avevo ragione sulla mia risposta, di riuscire.

Vai spesso in Giappone, dove ti alleni nei doji. Qual è la tua esperienza?

E’ il quinto anno che vado in Giappone. Viaggi fortemente voluti. In questi ultimi tre anni, mi sono allenato, soprattutto per una ricerca tecnica. Non solo per il wadoryu, ma anche per conoscere, altri stili. Mi piaceva vedere la pratica del karate in Giappone, a 360 gradi. Ci sono diversi stili. Sia sportivi, che non. Anche, tecniche che rifiutano l’agonismo. Ad Okinawa, allenarsi è facile. Ci sono degli uffici che si occupano di trovarti le palestre. Sono stato nei doji giapponesi. Paghi e ti alleni bene. Ho fatto una vera e propria ricerca. Sono molto disponibili e molto seri. Allenarsi in Giappone, è come farlo in palestra con Massimo. E’ un discorso di impegno e sacrificio. Ed anche stringere i denti. Tutte cose, che da 30 anni faccio con la Yoshokan. Sono abituato.

E allora, cosa hai imparato dal Maestro Di Luigi?

Abnegazione, stringere i denti e superare le difficoltà. Se lo stai facendo, in corsa, sicuramente le superi. Se le hai superate e ti senti una persona diversa, la strada è già esistente dentro di te, devi solo trovarla. Quando ad Okinawa ti alleni con una grande umidità e non molli, tu non ti fermi, neanche per bere. E’ quella condizione, è quell’impegno ed il modo di fare, insieme alla serietà, che trovi in palestra, ad Ostia.

Da karateka, hai visitato il Giappone. Ti ha trasmesso qualcosa in particolare?

Mi piace tutto il Giappone. E’ un tipo di mentalità che si ripropone nella quotidianità. I templi ad esempio, sono molto affascinanti. La cultura è molto diversa dalla nostra. Qualsiasi cosa tu vedi in Giappone, ti soddisfa. E’ completamente diverso dall’Italia. E’ talmente grande, che dal nord al sud, le stagioni cambiano continuamente. Arrivano con due mesi di differenza. Kyushu ha un panorama incredibile. E’ Molto bello.

In Giappone, si svolgeranno le prossime Olimpiadi ed il karate è stato inserito, nelle discipline a Cinque Cerchi. Come sta vivendo il Paese del Sol Levante, questi avvenimenti?

Sono molto sentiti, i Giochi. E’ il Paese ospitante. Okinawa, con il suo modo di fare karate tradizionale, non vuole restare indietro. E’ molto combattuta, la sua mentalità, tra chi vuole approfittare della grande occasione mediatica del karate olimpico e tra chi vuole continuare a praticare la disciplina tradizionale. Tuttavia, il Giappone è riuscito a gestire, questa situazione. Ai Mondiali di Linz, ha stravinto. I maestri nipponici sono riusciti a sposare il loro regolamento, mantenendo una cultura sportiva, di qualche anno fa. Sport e arte marziale, insieme. Riescono ad applicare, in sicurezza. Cultura e sport. In Austria, lo hanno dimostrato. Stanno facendo un ottimo lavoro. Secondo me, uno sportivo deve seguire il loro modello. Se vogliamo praticare il karate in un certo modo, dobbiamo ricominciare a ispirarci di nuovo, a loro. In questo modo, potremo tornare ad essere il punto di riferimento, in Europa. Ma dobbiamo prendere da esempio, il più bravo e seguirne le orme.

Tornando, alla tua esperienza alla Yoshokan. C’è un ricordo, in particolare, che hai vissuto?

La consegna della cintura marrone. Me la consegnò il papà di Massimo. Il maestro Aldo era sul tatami e mi consegnò la cintura. Avevo 21 anni. Me la consegnò direttamente lui. Affettivamente, è il ricordo più bello. La cintura nera me la diede Massimo.