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L’Unione Europea dice addio all’austerity, 2017 anno del cambiamento

Bruxelles prosegue con l'applicazione "non dogmatica" delle regole, guidata dal "buon senso" e dalla politica.

L’Unione Europea dice addio all’austerity, 2017 anno del cambiamento

Il Faro on line – Dopo tanti annunci, è il 2017 l’anno in cui l’Ue potrà dire sul serio di aver mandato in soffitta l’austerità per avviarsi sulla strada della crescita. Un percorso iniziato quest’anno con la flessibilità supplementare all’Italia nonostante le regole, se interpretate alla lettera, non lo consentissero e l’anno della ‘punizione’ sospesa per Spagna e Portogallo che non avevano rispettato i numerosi richiami per tagliare il deficit.

E, soprattutto, il 2016 è stato l’anno in cui la Commissione europea si è messa in aperta rotta di collisione con Berlino, a causa della sua controversa raccomandazione ai Paesi che possono spendere (Germania e Olanda) di passare nel 2017 ad una politica di bilancio espansiva, facendo investimenti utili per tutta la zona euro.

La promessa di Juncker

Il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, l’aveva promesso fin da febbraio: davanti agli eurodeputati di Strasburgo annunciò che il suo esecutivo non avrebbe seguito “stupide politiche di austerità”. Al contrario, avrebbe seguito la strada della “flessibilità intelligente”, da lui voluta e rivendicata, in grado di estendere l’interpretazione delle regole a beneficio dei Paesi in difficoltà sul risanamento. Con delle regole più adattabili alla realtà di un’economia che non cresce come dovrebbe, e di un’inflazione ancora troppo bassa, anche loro avrebbero potuto rispettarle.

Il caso-Italia

E’ il caso dell’Italia, che grazie alla flessibilità concessa a maggio su migranti, sicurezza e terremoto è riuscita a non violare ‘gravemente’ il Patto di stabilità, guadagnandosi la promozione della legge di stabilità, anche moderatamente espansiva. Ma il malumore di quanti, nell’Eurozona, non accettano di rottamare il consolidamento dei conti, a giugno si era già fatto sentire attraverso il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, da sempre contrario a un allentamento delle regole.

Nonostante questo, la Commissione è andata avanti convinta che non fosse più il caso di proseguire con quelle politiche che hanno sì buttato giù i deficit, ma hanno anche depresso l’umore degli europei, soffiando sul fuoco dell’euroscetticismo. Da questa considerazione nasce a luglio la ‘grazia’ per Spagna e Portogallo che, stando alle regole, si sarebbero viste sospendere i fondi strutturali. Un grave danno, per un’Unione che dice di voler puntare alla crescita.

Regole non dogmatiche

Bruxelles prosegue quindi con l’applicazione “non dogmatica” delle regole, ma guidata dal “buon senso” e dalla politica, come Juncker ha ripetuto diverse volte nel corso dell’anno. Ricorrendo anche all’esempio italiano: “In teoria, un singolo decimale sopra il 60% di un debito pubblico dovrebbe essere punito. Ma in realtà, bisogna guardare alle ragioni del debito”.

A novembre arriva quindi il via libera alla manovra italiana, con la promessa di concedere flessibilità extra, anche fuori dalle clausole previste. Ma terremoto e migranti sono due emergenze troppo gravi per poter lasciare l’Italia da sola ad affrontarle.

La Commissione si spinge anche oltre, per far capire a tutti che il 2017 dovrà essere l’anno della ripresa vera: raccomanda una politica espansiva per l’insieme dell’Eurozona, fissando l’obiettivo del +0,5% del Pil per l’area della moneta unica.

E’ un richiamo soprattutto a Germania e Olanda, gli unici che possono spendere fin da subito, e che sono invitati a farlo anche attraverso investimenti transfrontalieri nell’ambito del piano Juncker (Efsi). Un invito che non è piaciuto, tanto che l’Eurogruppo è già riuscito a far togliere il riferimento numerico allo 0,5%. (fonte: ansa)