Seguici su

Cerca nel sito

#Dsa #dislessia, la legge c’è, basterebbe applicarla nelle scuole

Levata di scudi sul tema dell'inserimento differenziato nel mondo del lavoro.

Più informazioni su

Il Faro on line – Dsa, una sigla sconosciuta ai più che vuol dire Disturbi specifici dell’apprendimento. Non è una malattia, non è una condanna, e non è neanche invalidante. E’ una caratteristica della persona, che come tale va presa. Una caratteristica non particolarmente diffusa, come la dislessia, e dunque non da tutti considerata, specialmente all’interno del sistema scolastico.

“Noi Dsa – racconta Anna Paris – abbiamo una legge, la 170, che noi chiamiamo la legge bianca poiché non viene rispettata da troppe scuole. Perché non aprire un tavolo di lavoro per rendere Sanzionabile tale legge invece di volerci ghettizzare?”

A cosa si riferisce?

“Un anno fa abbiamo consegnato una petizione di 6000 firme o poco più per chiedere di rendere sanzionabile chi non rispetta la legge 170, ma nessuno ci ha preso in considerazione. Il primo marzo 2017 la camera del lavoro ne ha proposto un ampliamento, sul quale concordiamo con tutti i punti tranne per il punto 5 che diventerebbe discriminatorio visto che si vuole toccare il lavoro”.

Cosa prevederebbe?

“Un percorso personalizzato nel mondo del lavoro, che dunque avrebbe un altro iter, decisamente discriminatorio”.

Per dirla in parole povere, si obbligherebbe un dsa a fare un percorso formativo all’interno di un settore lavorativo in modo differente da quello di qualunque altro normodotato. Ma, in realtà, chiunque faccia apprendistato deve acquisire delle competenze, dunque perché prevedere un percorso differenziato e non il semplice apprendistato? “Tutti i comuni mortali che iniziano un nuovo lavoro devono impararlo”, dice Anna Paris, e il messaggio è chiarissimo.

“Noi dislessici – prosegue – non abbiamo voglia di guerreggiare. Siamo disponibili ad un dialogo sereno per far capire l’importanza di ciò che si sta affrontando, per far entrare nel cuore che vogliamo essere quelli che siamo. Non vogliamo tutele, ma garanzie”. Una sottile quanto fondamentale differenza.

“Quello che vogliamo far passare noi è un messaggio ben preciso: è giusto estendere l’applicazione della legge, ma restiamo perplessi sul punto 5 della proposta. Che intende per personalizzazione? Un conto è la vera personalizzazione, un conto l’individualizzazione. Non vogliamo canali preferenziali per le assunzioni né che si creino posti di lavoro per che ha dsa”.

Ma non è solo una questione di evitare possibili ghettizzazioni. Il rivendicare il diritto ad un lavoro per i dsa viene molto dopo un altro diritto, fino a oggi calpestato: il diritto allo studio.

“Prima di mettere le mani nel mondo del lavoro – afferma ancora Anna Paris – si deve aggiustare il tiro nelle scuole in modo che nessuno studente paghi lo scotto delle incompetenze di docenti, dirigenti e referenti. E per aggiustare il tiro intendiamo una norma che sanzioni la sua mancata applicazione, e la formazione obbligatoria e seria da parte di chi lavora e rappresenta l’istruzione italiana.

La legge 170 è una buona legge se applicata: in molte scuole ancora oggi si registrano casi di mancata applicazione della normativa o casi in cui viene attribuito alla norma un significato diverso non promuovendo così il successo scolastico con conseguente abbandono.

Sono ancora molti gli studenti con dsa che combattono per far valere il proprio diritto allo studio attraverso metodologie che non discriminino, ma includano promuovendo così il successo scolastico di ognuno. Secondo uno studio britannico condotto da Julie Logan, docente d’imprenditoria alla Cassa Business School di Londra, si rileva che in America il 35% degli imprenditori è dislessico e, in Inghilterra, la percentuale è del venti.

Secondo la Logan la discrepanza è attribuibile al miglior sistema scolastico a sostegno degli alunni con dsa. Pertanto – conclude la Paris – ribadiamo l’importanza di convogliare le energie nel contesto scolastico dove la formazione e le competenze sui dsa da parte dei dirigenti, docenti, referenti ha profonde lacune”.

Più informazioni su