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Vita d’artista. Intervista a Lorenzo Indrimi

Il Faro on line - Indrimi, classe 1930, è uno di quei rari uomini che può davvero essere definito “figlio di un secolo”. Testimone e interprete di oltre cinquant’anni di storia dell’arte italiana, lontano dai riflettori delle cronache mondane, ha sempre preferito osservare a distanza i mutamenti sociali e culturali dei tempi. In occasione della giornata del contemporaneo ci ha concesso un’ intervista. Nel bagliore vibrante e azzurrino dei suoi occhi  si è raccontato così:
Qual è la memoria dell’infanzia sotto Mussolini?
Amara di quel periodo non condividevo nulla perché non la capivo e oggi non la condivido perché non mi piace. Direi quasi che non fa parte del mio passato.
Qual è stato il suo primo lavoro nell’ambito dell’arte?
I disegni per le seterie. Ero giovane. Avevo fame. Dovevo guadagnare. Così ho pensato di proporre dei disegni in qualche azienda tessile milanese e loro mi hanno dirottato a Como. Ed eccomi collaborare con Ambrosini, Ratti, Stucchi, Mantero. Quella partecipazione artistica fa tutt’oggi parte del mio lavoro.
Perché non ha mai sfruttato le tendenze associazioniste della sua epoca artistica?
Ho sempre preferito isolarmi. Non voglio limiti e non amo essere condizionato da un’etichetta.
Qualche aneddoto della dolce vita romana?
Ascoltavamo. Partecipavamo. Vivevamo. Senza veramente capire cosa stava accadendo. Eravamo al centro del mondo ed era bellissimo. Tutto aveva un aspetto nuovo, strano ed interessante. Certo era un mondo non aperto a tutti. Per un giovane pittore era più facile. Si creavano situazioni e occasioni per il lavoro. In quei giorni potevi incontrare chiunque stando solamente seduto ad un caffè: mangiavi in una bettola a via della Croce e poi ti ritrovavi sul lungotevere a passeggio con Michel Simon e Paulette Goddard…
L’esperienza della Biennale.
Era il 1970 quando sono stato invitato a partecipare al padiglione sperimentale dell’Italia. Le opere le ho costruite sul posto. In quell’occasione non sono riuscito ad esprimermi appieno per difficoltà pratiche e tecniche. Si affrontavano problemi nuovi con nuovi linguaggi. Si era impreparati. In quell’occasione ho scritto il prologo ad un manifesto in cui discuto dell’impreparazione alla presenza artistica contemporanea. Purtroppo, ancora oggi, il manifesto mantiene la sua validità.
La parentesi americana.
Per caso negli anni ’80 si è presentata la possibilità di andare negli Stati Uniti. Era un momento in cui tutto sembrava possibile e l’America era un paese che affrontava questioni più attuali. Mi sono sentito coinvolto. Questo mi ha aiutato nelle ricerche successive… Ho vissuto mesi molto belli, ma ho ceduto ad un attimo di nostalgia. Ora tornerei, ma solo per osservare dall’interno i cambiamenti che l’hanno coinvolta in questi ultimi anni.
Quali incontri della sua vita considera davvero importanti?
Ho preso un po’ di tutto, ma sono una persona solitaria. Dovrei citare persone come il poeta brasiliano Murilo Mendes, che ha anche presentato la mia mostra allo Studio Farnese. O Emilio Villa che ha scritto il testo del libro in perspex Traité petit de trasparence d’après vanda. L’incontro più importante rimane quello intimo con la mia pittura.
A quali artisti si é ispirato?
A nessuno. Amo artisti diversi che hanno affrontato differenti problemi figurativi e astratti. Mi interessano Van Gogh e Newman, Rauchenberg e Klee. Quest’ultimo è quello a cui mi sento poeticamente più affine.
Come è cambiata Roma in cinquant’anni?
Un tempo era un grande paese abitato da romani, oggi una grande città coi romani che vivono fuori. Le proposte si sono moltiplicate, ma le grandi figure di riferimento mancano. Siamo ancora lontani, a mio avviso, da una vera internazionalizzazione dell’arte, per ragioni e condizioni politiche e culturali.
Presso la Torre Civica di Sabaudia è allestita una sua mostra permanente dedicata a Dante. Ci racconta come è nata questa esperienza?
Ho pensato ad un lungo viaggio. Ad ogni stazione ho immaginato di chiedere qualcosa a Dante. Duecento incisioni pubblicate. Numerose opere pittoriche. Un lavoro infinito. Non sono un letterato. Ho incontrato Dante come pittore con curiosità e dialogo.
Quale pensa che sia la condizione delle giovani generazioni di oggi?
I ragazzi sono pieni di energia. Hanno problemi diversi dai nostri. Forse peggiori. Una volta si doveva infrangere delle barriere per avere spazio. Oggi sono impediti dalle strutture sociali. Sono disagiati. Non riescono ad emergere. I vecchi dovrebbero aprire gli occhi. Dovremmo lasciare la strada libera e aiutarli di più. Altrimenti il futuro sarà un fallimento. Siamo tanti. Troppi. Ognuno combatte per il proprio spazio. E nessuno ha la forza e il coraggio di  sacrificare un po’ di sé per darlo agli altri.
Una moglie, due figlie, tante donne.
Non posso pensare ad una vita senza le donne.
Perché il blu è il colore predominante delle sue opere?
Un colore profondissimo, anche leggero. E’ il mare, il cielo, l’aria. La vita .
I progetti futuri.
Sono quelli inattesi. Sono quelli che assaporo , ma dei quali ancora non conosco esiti e sviluppi possibili.

Federica Polidoro

Lorenzo Indrimi nasce a Roma nel 1930. Autodidatta, eclettico e appartato, debutta nel 1953 alla Galleria dell'Obelisco. Opera nell'ambito di universi visivi eterogenei esplorando, al di là della pittura, il design, la moda e la pubblicità. Nei primi anni '60 inizia il progetto sul «vuoto fisico»: nasce una vasta produzione di collages, di bozzetti cianografici e una serie di progetti in acciaio e perspex. Con questi ultimi partecipa nel '70 alla XXXV Biennale di Venezia. Le grandi strutture in perspex saranno esposte nel '69 a Chicago alla Deson-Zacks Gallery e negli anni '70/'71 allo Studio Farnese di Roma, con la personale «Dallo Spazio al Vuoto» presentata da Murilo Mendes, alla Galleria Malborough di Roma, a Caorle e in due mostre negli Stati Uniti : «Painting & Sculpture Today» all’Indianapolis Museum of Art e «Editions in Plastic» all’University of Maryland. E' di questo periodo il Libro-Struttura con un testo del poeta Emilio Villa.
Negli ‘75/80 si dedica all’incisione che aveva iniziato a sperimentare, con pochi ma intensi lavori a punta secca, nel ‘65. Nel corso dei cinque anni esegue duecento incisioni in miniatura e quasi altrettanti bozzetti dedicati alla Commedia di Dante Alighieri che verrà pubblicata in tre volumi da Giulio Bolaffi Editore nel ‘81 e presentata con una mostra personale alla Calcografia Nazionale di Roma. Il coivolgimento con l’universo dantesco procura all’artista un invito del Commissario Pontificio d’Arte Sacra per realizzare tre tavole in grande formato pubblicate in seguito da La Casa di Dante in occasione della mostra «Dante in Vaticano».
Nel ’85 si trasferisce negli Stati Uniti, viaggiando tra la California, il Colorado e il Nuovo Messico. Da quest’esperienza nascono diverse mostre personali a Denver, a Tucson, a Boulder e Los Angeles. La maggior parte dei quadri è diventata parte di collezioni private americane, eccetto una serie dedicata a «Stars and Stripes» che è rimasta proprietà dell’artista.
Nella produzione dell’ultimo decennio, dopo il ritorno in Italia, prevalgono le tematiche legate all’ambiente e all’ecologia di cui rimangono a documentazione le pubblicazioni Tellure, Furit Aestus e Europa. In questi anni conduce una ricerca sui rapporti tra musica e colore che porterà alla pubblicazione del libro Ut Pictura Musica con testi di Sandro Cappelletto e nel 2005 alla realizzazione di un video, in collaborazione con Paolo Pasquini, prodotto per il Festival Berio organizzato dall’Accademia di Santa Cecilia all’Auditorium di Roma. Negli ultimi anni è tornato ad una ricerca più complessa sulla luce e la trasparenza condotta per lo più usando la tecnica dell’acrilico su tela. Attualmente Lorenzo Indrimi vive e lavora a Roma.

Le sue opere fanno parte di collezioni quali la Rembrandt Art Center, Johannesburg e il Museu de Arte Moderna, São Paulo.
Il 15 aprile del 2008 è stata inaugurata, nella Torre Civica di Sabaudia, la mostra permanente La Torre di Dante dedicata al ciclo di incisioni e alle opere pittoriche sulla Divina Commedia.

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