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Raso al suolo il casale che ha dato il nome al quartiere Infernetto

Già presente sulle carte Igm del 1920, verrà sostituito da due nuovi edifici. Silenzio del Comune e della Soprintendenza.

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Il Faro on line – Per negligenza del Comune di Roma, della Soprintendenza Archeologica di Ostia e della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Roma un casale di oltre 100 anni è stato raso al suolo all’Infernetto per fare spazio a 2 villini moderni. Questa l’accusa dell’associazione culturale Severiana.
Si tratta del Casale dell’Infernetto che già una carta Igm del 1920 riportava come esistente a tre km dal borgo di Castel Porziano, lungo l’omonimo viale. Un casale che conservava nel proprio nome una delle più antiche citazioni del toponimo poi assunto dall’attuale quartiere sviluppatosi attorno. Un semplice casale, dalle forme architettoniche lineari ma che rappresentava il caposaldo storico dello sviluppo urbanistico dell’area.

Invece, per un marchiano errore è stato distrutto. Infatti sulla Carta dell’Agro Romano la posizione di questo storico casale è stata erroneamente posizionata circa un km distante (n.78 del Foglio 30S), dietro il ristorante ‘I Ciarli’, liberando dunque dal vincolo il vero ‘casale’, posizionato all’angolo tra via Curon Venosta e via Bersone.

Solo questa la ‘disattenzione’?  “No – ci risponde l’associazione culturale Severiana – perché la costruzione dei due due nuovi villini è stata autorizzata il 23 febbraio 2011, secondo la formula di ‘demolizione e ricostruzione’ che vuol dire che si sono potute riutilizzare le sole esistenti cubature”.
E poi incalzano con le domande: “Nessuno ha visto che si trattava, nell’autorizzare a distruggerlo, di un casale storico, uno degli ultimi rimasti nel quartiere? Nessuno si è preoccupato di applicare il vincolo paesistico previsto dal D.M. 21/01/54, legge 1947/39?”.

“Chiederemo agli enti preposti – proseguono – la sospensione dei lavori e l’accertamento delle eventuali responsabilità inoltrando un dettagliato esposto alla Procura di Roma e al Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale”.
“Non si distrugge così la memoria storica di un territorio” è l’amara conclusione.

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