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Da Fiumicino a Copenaghen passando… per il Milan

L'esperienza di Alessio Busato, tecnico dello Sporting Center, chiamato dai rossoneri di Galliani per uno stage con i bambini danesi

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Il Faro on line – Moro in un Paese di biondi (e bionde!), abbronzato in una terra di latticini, con la tuta da “tecnico” col marchio Milan, una delle società più blasonate del Pianeta. Chiunque altro si sarebbe sentito un “fico”, e avrebbe gonfiato il petto; lui no, perché il suo unico scopo è quello di far divertire i bambini, la sua concentrazione è applicata nel cercare di instaurare un dialogo aperto con i più piccoli, anche senza sapere una parola d’inglese. “Fico? Ma non scherziamo. Non ti ci senti – racconta – e non lo sei, ma certo riesci a capire cosa provano i professionisti che lavorano ad altissimo livello”.

Protagonista di questa storia che porta il nome di Fiumicino a farsi onore per il mondo è Alessio Busato, tecnico della scuola calcio del Fiumicino Sporting Center e collaboratore privilegiato del Milan, che praticamente ogni anno lo chiama per svolgere all’estero degli stage con i ragazzi di altre nazioni. Quest’anno è appena tornato da Copenaghen, in Danimarca.

Prime impressioni?
“Mamma mia come si mangia male… Da schifo. Mettono salsine ovunque, fosse per loro le metterebbero anche nel latte. Sono andato in crisi d’astinenza da pastasciutta…”

Capiamo subito che quest’intervista sarà diversa dalle altre. Tecnica e tattica lasciano il posto alle emozioni, alle sensazioni, al racconto di un’esperienza che arricchisce. E d’altronde, per chi lavora con i bambini più piccoli, è giusto che sia così. Sarebbe triste sentir parlare un allenatore di bambini di 5 o 6 anni soltanto di 4-3-3, schema globale o ripetute. E infatti Alessio non lo fa, e noi – stimolati dal suo approccio – andiamo avanti con le domande.

Va bene che l’italiano è bravo a farsi capire a gesti, ma come facevi con i ragazzini danesi visto che non sai l’inglese?
“Beh, a dire il vero qualche problema ce l’ho avuto con i grandi. I bambini sono spugne, prendono e apprendono tutto, basta fargli vedere un esercizio e lo rifanno. Poi il tono della voce e la gestualità fanno il resto, e loro sono eccezionali, come i nostri d’altronde. Ma in Italia è più facile: al secondo strillo i ragazzi ti capiscono per forza. Lì è inutile strillare, devi trovare un canale diverso: alle volte basta uno sguardo per far intendere cosa devono fare e dove devono andare. E poi diciamocelo: se dopo un’ora di allenamento i bambini non ti hanno ancora capito – dove stai stai – è meglio che ti fai qualche domanda…”

Il mito italiano ancora resiste in Danimarca?
“Eccome, l’Italia li affascina. D’altronde siamo così diversi da loro che è normale che accada”

Conoscono il nostro calcio?
“I bambini no. Conoscono quei quattro o cinque nomi di giocatori internazionali, i campioni, che poi non sempre sono italiani anche se militano in squadre italiane”.

Cosa fate come rappresentanti del Milan?
“Di sicuro non una vacanza. In verità esportiamo il marchio Milan, che significa metodologia di allenamenti ma anche marketing. E devo dire che le squadre romane questa cosa ancora non la fanno, almeno non come le squadre del nord. Il Milan per esempio, un po’ come il Barcellona, così facendo non solo si confronta con altre esperienze, ma in qualche modo fa conoscere anche le proprie strutture, crea relazioni che tornano utili per il settore giovanile e, perché no, anche per la prima squadra. E’ proprio un metodo diverso di approccio all’insegnamento del calcio e all’integrazione europea”.

Nell’insegnare ai bambini ci sono delle regole valide per tutti?
“Sì. L’insegnamento è stabilito con una certa rigidità dall’Uefa, ma è chiaro che poi ogni tecnico ci mette del suo. O almeno io faccio così, ed è la parte più stimolante del viaggio”.

Il momento più difficile?
“Il cosiddetto ‘clinic ‘prima di andare sui campi. E’ un incontro in cui, davanti alla platea di altri tecnici, devi iniziare a parlare, e soprattutto farti capire, descrivendo il tuo ruolo, i tuoi obiettivi, i tuoi metodi. Sudavo freddo…”

La cosa che ti ha più sorpreso?
“L’approccio dei genitori dei bambini. Qua siamo abituati ad avere tutti che parlano, danno consigli, fanno formazioni. Là stavano tutti con penna e taccuino in mano, a segnarsi cosa facevamo. Non saprei definirlo bene, ma era un misto tra ingenuità e umiltà. Forse in una parola direi capacità d’ascolto, che spesso qui da noi è totalmente assente”.

La cosa più difficile?
“Fare in cinque giorni il lavoro che normalmente viene fatto in nove mesi”

Tre parole per descrivere i valori da trasmettere ai ragazzi?
“Condivisione, stare insieme, spirito di gruppo”

La cosa che non vorresti mai vedere su un campo di calcio durante uno stage?
“Un bambino che sbadiglia”

Ma alla fine hai vinto o perso con le tue squadre?
“Sono troppo piccoli per fare vere e proprie partite. Si giocava, ma senza risultato”.

Zero a zero, dunque. Ma va bene così. Di sicuro ha vinto Fiumicino, che ha portato un proprio rappresentante a livelli così alti, non per farne un “semplice” campione ma un educatore e un tecnico preparato che sta dando, e continuerà a dare, molto ai nostri ragazzini. Che poi alla fine è ciò che interessa di più.
Angelo Perfetti

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