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“Questioni di genere”, Ostia accende i riflettori sul femminicidio

La sala riunioni dell’Ospedale Grassi ha ospitato l’assemblea pubblica inerente la problematica che ha logorato nell’ultimo mese l’umore del X municipio

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Il Faro on line – Nell’ultimo mese il X municipio è stato vittima e inerme spettatore dell’avvicinarsi impetuoso e improvviso della problematica di genere più eclatante e preoccupante: il femminicidio. Prima Michela Fioretti ad Acilia, colpita a morte da un proiettile per mano del coniuge; poi, neanche una settimana fa, Alessandra Iacullo, accoltellata a Dragona da una mano che ancora si sta cercando e attorno a cui ruotano sospetti di omicidio passionale. A risultare ancor più eclatanti, però, sono i dati nazionali che ruotano attorno ai due casi a noi così vicini: 124 donne uccise nel 2012 e ben 36 dall’inizio del 2013. Un’escalation ripida, costante, che sembra non avere termine e che vede troppi “colpevoli” a darle motore ed eccessivi silenzi a favorirla.

Da qui esasperazione, timore, dignità di genere ferita e voglia di rompere un silenzio che sta diventando vizio: all’ospedale Grassi di Ostia, una serie di importanti realtà territoriali al femminile e per il femminile hanno tenuto un’assemblea pubblica atta ad illustrare problemi, cause, peccati e peccatori della violenza di genere.

A presiedere il dibattito una serie di associazioni come Punto D, Pangea Onlus, Differenza Donna e Udi (Unione delle donne italiane), che per mezzo delle loro rappresentanti avvocatesse, psicologhe o sindacaliste hanno illustrato le molteplici facce della violenza sulle donne: da quella che parte dagli stereotipi di genere che il mondo della comunicazione “spara addosso” alla componente civile quotidianamente, a quella inerente la cultura e le mentalità retrive che continuano a porsi come pesante deterrente di fronte allo sviluppo di un’educazione che favorisca il rapporto di parità tra i generi e la non-violenza.

“La colpa è dello stato, delle istituzioni – afferma Virginia Giocoli, l’avvocato di Punto D – il fenomeno sociale che si pone alla base di questi avvenimenti così frequenti e preoccupanti vede le sue radici nella poca attenzione prestata da chi dovrebbe garantire i diritti ai cittadini: questa è una violenza strutturale che lo Stato ha l’obbligo di combattere”.

Le “non-azioni” che secondo l’avvocato hanno portato ad una situazione così incontrollabile riguardano innanzitutto la mancanza di protezione e monitoraggio: la donna non è tutelata da quegli organi che dovrebbero garantirle sicurezza e rifugio come le forze dell’ordine che, da quanto hanno affermato una serie di testimonianze “Prendono le denunce in maniera poco seria e finiscono per respingerle causa assenza di prove”;  altro forte difetto sta nella mancanza di attenzione da parte dei ministeri che mai hanno proposto serie iniziative atte a contrastare la problematica; da parte della Regione, che non finanzia gli sportelli anti violenza, e dei governi, che non impiegano energie nella sensibilizzazione.

È stata poi presentata, da  Simona Lanzoni della fondazione Pangea Onlus, la “Convenzione No More”, documento promosso da un coordinamento composto da diverse realtà nazionali e internazionali impegnate nel tema di genere. La convenzione, oltre a richiedere una serie di azioni culturali atte a “rinnovare” la considerazione di genere nelle scuole e nelle università, propone un’azione di pressione nei confronti del governo per la ratifica della “Convenzione di Istanbul”, documento stilato da Consiglio D’Europa nel settembre 2012 con l’intenzione di riconoscere la violenza di genere come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione. 

“L’Italia non solo non ha ancora ratificato la convenzione – ha spiegato la Lanzoni – Ma è stata anche censurata in un rapporto dell’Onu del 2012 per mancanza di provvedimenti contro il femminicidio. La morte di queste donne è la tragica parte finale del problema, non il suo punto di inizio. Occorre agire alla radice per contrastarla, a partire dalla preparazione degli operatori statali che devono avere un occhio preparato al riconoscimento del problema”.

“La violenza sulle donne – ha affermato l’avvocato penalista dell’associazione “Differenza Donna” di Roma Teresa Valente – è un fenomeno grave, che va combattuto allo stesso modo in cui si è combattuta la mafia”; l’associazione, infatti, ha richiesto al governo la promozione di un’inchiesta parlamentare riguardante tutte le donne italiane uccise dopo aver sporto denuncia alle forze dell’ordine, col fine di rintracciare i “colpevoli indiretti” dei femminicidi, coloro che non hanno dato sufficiente ascolto alle richieste d’aiuto.

Altri importanti punti discussi sono stati quello inerente la famiglia, che a detta della preside del liceo Democrito di Casal Palocco Paola Bisegna “Rappresenta un punto cardine per l’avvio dell’educazione di genere ed è spesso sottovalutata”; la creazione di una rete di sportelli anti violenza efficienti e che possano permettere alle vittime di violenza di trovare asilo e ascolto; la necessità di un insediamento capillare e profondo di punti d’ascolto anche non ufficiali: “Occorre che le orecchie siano ben puntate ovunque e in ogni momento – ha affermato Ada Codecà, direttrice della libreria Almayer di Ostia attiva da sempre nelle problematiche territoriali – ginecologi, pediatri, medici di base e via dicendo devono essere in grado di rendersi conto di un possibile caso di violenza e prestare il loro aiuto col fine di contrastarlo ed estinguerlo”.

Le realtà presenti ieri all’assemblea hanno infine annunciato la manifestazione che si terrà il primo giugno ad Ostia come ulteriore azione di protesta, e la conclusione dell’incontro ha lasciato nell’aria importanti punti su cui dovranno lavorare non solo le istituzioni, ma anche la componente civile per mezzo di collaborazione e partecipazione: mentalità arretrata, stereotipi indotti dai mezzi di comunicazione, poca attenzione da parte delle forze dell’ordine e mancanza di finanziamenti per la realizzazione di sportelli anti violenza.

La lotta contro la violenza di genere deve esser costante e decisa, non aprirsi esclusivamente nei momenti di “botta emotiva” che seguono gli avvenimenti tragici. Chi prende parte alle azioni di contrasto, inoltre, che sia leader o semplice sostenitore, deve portare in alto gli atteggiamenti di protesta per mezzo di costante informazione e aggiornamento.

Giulia Capozzi

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