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Le bomboniere delle mamme artigiane

A Roma l'integrazione è equa e solidale. Il "Laboratorio da Tutti i Paesi" di Montemario vive del lavoro di donne immigrate alla ricerca dell'autonomia. Una piccola gita nella storia della bottega di Casa Betania

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Il Faro on line – A Roma, in zona Montemario, a ridosso di un marciapiede grigio e sotto un grande condominio si trova una bottega non troppo piccola, illuminata da luci chiare e colma di oggettini coloratissimi e originali: marmellate, biscotti, miele, caffè, coca-cola artigianale, oggettistica e poi borse, teli da mare, bigiotteria, sacchetti di lavanda, segnalibri, calendari, portafoto, carta di “cacca di elefante” e libri per bambini. All’angolo della stanza, proprio di fronte alla grande vetrina che espone alcuni abiti e delle piantine grasse destinate a divenir bomboniere, lavora a macchina una donna serena e col capo chino su alcune sacchette in iuta. Poco lontano da lei una serie di scale che scendono giù, e che conducono a un magazzino di stoffe, ceramiche, progetti di lavoro, cesti, libricini e opuscoli. 
La Bottega “Laboratorio Solidale Da tutti i Paesi” ha alle spalle una storia ricca di persone, valori, idee e solidarietà, e si introduce nel mercato con la filosofia dell’equo e solidale e dell’artigianato atto a favorire l’integrazione delle donne immigrate. Le artigiane sono mamme straniere giunte in Italia con i loro bambini da situazioni di povertà, malattia, molestie sessuali o violenze, e accolte dalla cooperativa sociale “L’Accoglienza” presso la ventennale Casa Betania, rifugio nato nel 1993 dalla voglia di due coniugi di istituire un luogo sicuro e che accompagnasse le donne immigrate senza una guida verso l’acquisizione di un lavoro e della propria autonomia.
Bomboniere, borse, asciugamani e piccoli complementi d’arredo sono il cavallo di battaglia delle artigiane, e la vendita si arricchisce per mezzo della collaborazione con altre associazioni nazionali e internazionali. La maggior parte delle stoffe sono donazione di grandi aziende che hanno scelto di collaborare con la cooperativa e tutto il resto del materiale è acquistato da quest’ultima con rigorosa attenzione nei confronti della provenienza, che deve inderogabilmente essere artigianale e frutto di produzione “a misura d’uomo”.
“Le mamme seguono, col lavoro che svolgono in bottega – mi spiega Maria Livia, la coordinatrice commerciale del Laboratorio – la strada dell’indipendenza. Casa Betania le ospita aiutandole a trovarsi un lavoretto, poi le assume in negozio e le segue pian piano nella cura dei propri figli, nel riuscire ad affittarsi un appartamento e nell’integrarsi armoniosamente all’interno della società”. La strada dell’artigianato è nata nel momento in cui, presso il rifugio Betania, ci si rese conto anni fa di non poter più andare avanti esclusivamente per mezzo dei finanziamenti pubblici che andavano progressivamente scemando. Si iniziò con un laboratorio “di basso profilo”, che non esponeva la merce, per poi giungere alla graduale acquisizione di un vero e proprio punto vendita. Sono ricorrenza fissa spostamenti dei prodotti presso bancarelle su tutta Roma, e ai clienti fedeli che acquistano con la coscienza del mercato equo si aggiungono spesso compratori con l’intenzione di approdare in “frontiere” d’acquisto dai prodotti alternativi nelle forme e nell’anima che portano con sé.
Casa Betania e il Laboratorio Da Tutti i Paesi contano oltre 900 volontari, che assieme agli operatori sociali seguono il lavoro e la quotidianità delle mamme, dei loro figli  e degli altri bambini, spesso disabili, che vengono ospitati.
E’ un simbolo, un’idea, un progetto che potrebbe dirsi pilota sebbene non estremamente giovane: nel suono del campanello d’allarme stridulo e costantemente acceso che segnala l’accesso crescente di etnie sempre più variegate e differenti tra loro, nella complessa situazione nostrana che necessita  politiche di integrazione dettagliate e studiate, nel grido continuo di donne che sole e perdute non sanno come, dove e con chi muoversi, quello del Laboratorio Da Tutti i Paesi è una parte della soluzione che agisce silenziosa portando l’esempio della sopravvivenza delle minoranze all’interno di un’Italia senza fondi né troppe speranze di rapida crescita; un piccolo e prezioso “punto luce” tra i rami corrosi e corrotti dell’economia cervellotica anti-uomo fattasi, ad esempio in Bangladesh, recente protagonista di vicende sanguinose su cui spesso tutto tace. “E’ una grande famiglia quella di Casa Betania, collaborazione e rispetto reciproco sono la chiave di sopravvivenza dei nostri rapporti e delle azioni che svolgiamo” spiega Maria. “Sono venuta alla cieca, e qua ho imparato tante cose” recita la testimonianzia di una delle mamme artigiane stampata sull’opuscolo verde del Laboratorio.
Giulia Capozzi

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