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Il gemellaggio #Ischia #Ponza tra passato e futuro

Una meticolosa ricostruzione della storia che lega le due isole, in vista della cerimonia del 31 marzo

Il gemellaggio #Ischia #Ponza tra passato e futuro

Il Faro on line – Ormai è cosa abbastanza nota che il 31 marzo nella sala consiliare del comune di Ischia alle 12, alla presenza dei sindaci Giosi Ferrandino e Piero Vigorelli si terrà la cerimonia ufficiale per celebrare il gemellaggio tra l’isola laziale e quella campana.

Ma, con l’aiuto di un noto quotidiano online ischitano e di Rita Bosso – nota esponente di un sito internet ponzese – siamo riusciti ad andare un po’ oltre la storia recente e abbiamo scoperto un’importante “fil rouge” che lega queste due realtà isolane.

Il 30 ottobre del 1734, tramite editto, Re Carlo III di Borbone concesse a circa 52 famiglie ischitane alcuni terreni dell’isola laziale.
Tra i primi ci fu Mattia Mazzella, dal borgo di Campagnano: salpò alla volta dell’isola laziale a bordo di un piccolo veliero con la moglie Giulia e sette figli.
In quattrocento, spinti dalla miseria, seguirono il suo esempio.

Gli ischitani in viaggio verso Ponza, però, non possono immaginare che alcuni dei loro discendenti, per proseguire gli studi, percorreranno a ritroso la loro stessa rotta: l’istruzione è faccenda che non li riguarda, è per i nobili, affidati alle cure di precettori, destinatari dei valori di una cultura aristocratica ed elitaria.
La nascita della scuola pubblica è posteriore alla colonizzazione di Ponza: come potrebbero i contadini in partenza immaginare i loro nipoti in una scuola di Ischia, dal momento che non sanno cosa sia una scuola?

La scuola pubblica, infatti, è figlia dell’Illuminismo: in Austria un regolamento del 1774 fissa i criteri per l’istruzione primaria obbligatoria, sollecita autorità e parrocchie ad istituire le scuole locali, prevede la formazione dei maestri; le risorse ci sono, i beni della soppressa Compagnia di Gesù vengono destinati specificamente al finanziamento dell’istruzione pubblica.

È il sistema scolastico austriaco ad essere assunto a modello da Tanucci, ministro del Regno Borbonico. Napoli è la capitale di un regno in condizioni economiche e sociali arretratissime ma il clima culturale è vivace; Carlo III prima, Tanucci cui è affidata la reggenza poi, si guardano intorno: inviano esperti a studiare i nascenti sistemi scolastici europei, in primo luogo quello dell’Impero Austro-Ungarico.

Dopo il 1767, anno della cacciata dal Regno di Napoli dei Gesuiti, che detengono il monopolio in materia di istruzione, vengono istituite alcune scuole pubbliche.
Particolare attenzione è dedicata alle professionali; fiore all’occhiello del sistema scolastico borbonico sono gli istituti nautici, alla cui istituzione dà impulso Acton in persona: le esigenze della navigazione richiedono ormai personale specificamente addestrato, non più la semplice trasmissione di pratiche e saperi empirici. Nascono gli istituti nautici di Procida, di Sorrento, ed il Convitto San Giuseppe a Napoli che accoglie gli orfani di marinai; per loro, al termine degli studi, c’è l’assunzione sugli sciabecchi reali.
Si tratta di esperienze singole, nate nella capitale e in alcuni piccoli centri grazie al concorso di circostanze fortunate; nel resto del regno non c’è nulla, la quasi totalità della popolazione è analfabeta.

La scuola pubblica è istituita dai sovrani illuminati, è figlia dell’Illuminismo e non potrebbe non esserlo: come si esce dallo ’stato di minorità’, se non attraverso l’istruzione?
Anche Ponza è figlia dell’Illuminismo… Il ripopolamento delle isole pontine voluto da Carlo III ha motivazioni squisitamente pratiche, non ideologiche: la volontà di porre fine ad una disputa con la Chiesa sulla effettiva proprietà delle isole, la necessità di proteggere il Regno dalle incursioni dei pirati barbareschi, che già hanno utilizzato le isole deserte come basi d’appoggio e si spingono sempre più vicino alla costa, il bisogno di alleggerire la pressione demografica in alcune zone del Regno e di trovare una sistemazione ai coatti. Le modalità con cui la colonizzazione di Ponza viene realizzata, invece, hanno una forte impronta illuminista: i principi di progresso, di felicità e benessere pubblici sono leggibili nelle norme che vengono poste a fondamento della nascente comunità ponzese.

Da Napoli non ci si limita a radunare sull’isola alcune centinaia di poveracci, incentivandoli con la concessione delle terre e dei diritti di caccia, pesca, legnatico; si regolamenta la vita della comunità, si realizzano opere pubbliche imponenti, si erogano sussidi, si inviano e si stipendiano il medico condotto e la mammana.
Ponza è più di una colonia, è un esperimento sociale, al pari di San Leucio, dove si pratica una innovativa organizzazione del lavoro; di Ustica; di Ventotene…
I porti di Ponza e di Ventotene sono imponenti opere pubbliche, realizzate rapidamente e con considerevole impiego di maestranze e risorse economiche; a differenza di altre importanti opere coeve, quali la reggia di Caserta, la reggia di Capodimonte, la reggia di Portici con l’adiacente porticciolo del Granatello, sono a servizio della collettività, non del re e dei nobili.

Il porto di Ponza, realizzato in soli undici anni (1768-1779), è chiaramente ispirato a principi di funzionalità, di razionalità e di progresso.
Il complesso del porto, realizzato sulle preesistenze fenicie e romane, appoggiato alla collina di cui segue la curvatura, armoniosamente inserito nell’ambiente, deve essere centro della vita economica e sociale, fulcro intorno al quale la vita della comunità va organizzandosi, volano di sviluppo.
Da Napoli si impartiscono disposizioni affinché la comunità si organizzi.

L’istruzione dei bambini è affidata al prete al quale l’amministrazione statale corrisponde un compenso; a spese dell’amministrazione Allodiale cinque giovani ponzesi e tre ventotenesi sono mantenuti nel Seminario di Gaeta.
L’amministrazione borbonica non è avara con Ponza.

Con l’unità d’Italia, invece, l’isola attraversa invece una profonda crisi economica, perde i privilegi ed i sussidi concessi dal passato regime, conosce l’imposizione delle tasse, tra cui le odiose tasse sul macinato e sul vino.
Uno dei problemi che l’Italia unita deve affrontare è l’elevato tasso di analfabetismo, che si attesta intorno all’ottanta per cento, ma raggiunge il novanta nel meridione; la Legge Casati, promulgata nel 1859 nel Regno di Sardegna, viene estesa al Regno d’Italia e resta in vigore fino al 1923, con poche marginali modifiche.
La legge Casati sancisce la gratuità dell’istruzione elementare e l’obbligatorietà per maschi e femmine; ma affida l’istituzione ed il mantenimento delle scuole ai Comuni, enti che non hanno risorse sufficienti a garantire il servizio.

In pratica le scuole elementari hanno una diffusione a macchia di leopardo, presenti e funzionanti solo nelle zone più agiate ed in cui è maggiore la sensibilità ai temi della formazione e dell’istruzione.
A Ponza, quindi, l’istruzione viene vista come l’ennesima imposizione di uno Stato lontano e nemico che sottrae alle famiglie braccia utili nei campi; è però un obbligo al quale ci si può sottrarre, dal momento che la legge Casati non prevede sanzioni per gli inadempienti.

La legge Casati resta in vigore sino al 1923, anno del varo della riforma Gentile, che estende l’obbligo scolastico fino al quattordicesimo anno d’età: cinque anni di elementari, tre di scuola media propedeutici al liceo o, per chi intende inserirsi nel mondo del lavoro, tre anni di scuola di avviamento.
A Ponza la scuola media sarà istituita solo nel dopoguerra.
Subito dopo le elementari, i bambini destinati a proseguire gli studi dovrebbero fare le valigie.

Impensabile, per la maggior parte delle famiglie, che un figlio resti improduttivo per così tanti anni e debba essere mantenuto in collegio per almeno otto anni; le poche famiglie che possono permetterselo dovrebbero separarsi dal figlio appena undicenne e rivederlo solo nel periodo estivo. Ragazzi molto dotati, di famiglie non povere ma neanche agiate, potrebbero essere mantenuti agli studi a costo di pesanti sacrifici solo per qualche anno, non certo per otto anni più, eventualmente, il periodo universitario.
La soluzione, sia per la famiglia benestante che vuole ritardare al figliolo l’abbandono del nido, che per quella meno agiata che misura le sue poche risorse col bilancino, è il prete don Luigi Parisi.

È nella casa di Don Luigi, infatti, che i piccoli ponzesi preparano privatamente l’esame di licenza media e, spesso, anche l’ammissione al triennio di scuola superiore.
La scuola del prete è finalizzata al superamento dell’esame di ammissione al primo liceo classico, ma è flessibile: anche chi deve iscriversi ad altri istituti riceve una preparazione adeguata.
Sicuramente la motivazione, la disponibilità al sacrificio, la consapevolezza dell’investimento fatto dalla famiglia, la forte selezione spiegano i brillanti risultati scolastici dei piccoli ponzesi.

Il ponzese tredicenne, al più quindicenne, che esce dalla casa del prete Parisi deve andare lontano: tornerà a casa in estate, se tutto va bene anche a Natale.
Tra i posti meno lontani in cui continuare gli studi c’è Ischia: nelle giornate limpide dal belvedere della Parata se ne distingue il profilo, c’è un collegamento regolare, prima quindicinale poi settimanale, c’è forse qualche lontano parente, la memoria tramandata di quel viaggio di sola andata fatto dagli avi nel 1734… Il Seminario di Ischia ospita alcuni dei futuri professionisti ponzesi: il medico Silverio D’Atri nato nel 1898, i coetanei maestro Vitiello, il medico Michele Martinelli, e tanti altri.

Nel secondo dopoguerra a Ponza viene istituita la scuola media. I collegamenti con Gaeta sono interrotti per la presenza nelle acque del porto di ordigni bellici; riprende dunque il flusso di studenti di scuola superiore tra le due isole.
Poi finalmente Ponza ha avuto la sua scuola superiore

Di seguito, le dichiarazioni circa la cerimonia imminente del gemellaggio:
“Abbiamo fortemente voluto scrivere una nuova pagina di ‘storia’, ripercorrendo il passato comune delle due isole e ospitando con piacere la delegazione di Ponza. Proseguiamo nel lavoro svolto dai miei predecessori che ringrazio e dal geometra Lorenzo Mazzella, promotore e motore inesauribile dell’iniziativa”, sottolinea l’assessore ai Gemellaggi e alla Cultura del Comune di Ischia, Carmen Criscuolo.

“Questo gemellaggio – spiega il sindaco di Ischia, Giosi Ferrandino – consoliderà i legami tra le due realtà, favorendo scambi culturali e attività ricreative, e rappresenterà, ne siamo certi, una importante occasione di reciproca collaborazione nell’ottica di una promozione turistica di due realtà insulari rinomate in tutto il mondo per la bellezza dei paesaggi”.

“La cerimonia con cui suggelleremo il gemellaggio – ha sottolineato il sindaco di Ponza, Piero Vigorelli – può essere vista come la fase conclusiva della colonizzazione borbonica delle isole ponziane, dando di fatto compimento formale a quell’avventura complessa di vicende, destini, storia”.