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Il 25 aprile di Rolando Rivi, la strage di preti di cui in pochi parlano

Omicidi per lo più impuniti, seppelliti sotto una coltre di diffamazioni prima e di oblio poi. Religiosi ammazzati perché troppo vicini (o considerati tali) al fascismo, oppure troppo lontani dal comunismo.

Il 25 aprile di Rolando Rivi, la strage di preti di cui pochi parlano

Il Faro on line – Bisogna sollevare la coltre che copre alcune parti della Storia, andare oltre  il fastidio che in troppi hanno nel ricordare certi eventi. Raccontare che ci furono persone nella società di quei tempi che cercarono di influenzare positivamente il clima di terrore che una guerra porta inevitabilmente con sé, tentarono di salvare vite umane senza badare a divise o politica, inseguirono il bene senza fare il male: sono i sacerdoti.

Per questa loro “colpa” furono condannati a morte, seviziati, trucidati, oggetto di indicibili torture. Martiri, nella più totale solitudine, a volte abbandonati anche dalle gerarchie ecclesiali che a loro volta erano in grandi difficoltà.

Senza nulla togliere all’importanza che ha avuto il movimento di liberazione, bisogna avere il coraggio anche di raccontare le storie, quelle dei singoli, spesso travolti dagli eventi; vicende di esecuzioni sommarie, di assenza di legalità, di estremismi deviati, comprensibili magari per il contesto in cui si sono creati, mai giustificabili. Episodi colpevolmente nascosti, e soprattutto innegabili.

 Come quello del parroco di Crocette, una frazione di circa un migliaio di anime, a pochi chilometri da Pavullo, nel Modenese. Don Luigi Lenzini fu prelevato con la forza dalla canonica e portato in un campo a calci e spinte. Poi fu seviziato, gli cavarono gli occhi e lo seppellirono, dopo averlo strangolato. Nella vigna si intravedeva una testa che emergeva dal terriccio smosso;  solo qualche giorno dopo qualcuno se ne accorse, e persone pietose gli diedero sepoltura.

Don Giuseppe Preci invece, 62 anni, abitava a Montalto di Zocca, sempre nel Modenese.  Lo vennero a svegliare di notte; era il 24 maggio 1945, e gli chiesero di andare da un ammalato. Si vestì e andò in chiesa a prendere i Sacramenti, il Viatico e l’Olio santo. Uscito sul sagrato, le due persone che lo avevano chiamato lo pregarono di fare presto. Gli chiesero di andare più avanti. Il sacerdote ubbidì, ma una scarica di mitra lo fulminò.

Le esecuzioni avvenivano tutte con l’inganno. Il cliché era quasi sempre lo stesso: si chiamava il prete fuori dalla canonica per invitarlo a dare assistenza a un morente. Solo dopo il sacerdote scopriva che il “morente” era lui stesso, destinato a un’esecuzione sommaria.

La maggior parte di questi episodi accadde nel cosiddetto triangolo della morte, o triangolo rosso: un’area del nord Italia, definita tra l’Emilia e la Romagna, dove tra il settembre del 1943 e il 1949, si registrò un numero particolarmente elevato di uccisioni (oltre le 12.000) a sfondo politico, attribuite appunto a partigiani e a militanti di formazioni di matrice comunista.

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Rolando Rivi

Di quei circa 130 martiri in abito talare, una novantina hanno un nome e un cognome; di loro, grazie al lavoro di ricostruzione fatto da un sito dedicato a Rolando Rivi, un seminarista giovanissimo massacrato dai combattenti rossi, si sono ricostruiti anche gli ultimi istanti di vita e le modalità di uccisione. Rolando abitava a Piane di Monchio (Reggio Emilia); aveva appena quattordici anni quando fu prelevato la mattina del 10 aprile 1945 da una squadra di partigiani comunisti e assassinato due giorni dopo.

Nei mesi che precedettero e seguirono la liberazione, molti sacerdoti pagarono con la vita l’assurdità di una situazione dove l’odio si accompagnava al tradimento e l’omertà alla paura. Il 25 aprile, dunque, celebrazione della liberazione e della Resistenza, oltre a commemorare i martiri del nazifascismo non può dimenticare questo altro massacro, proseguito ben oltre la fine della guerra: la strage di preti.

Omicidi per lo più impuniti, seppelliti sotto una coltre di diffamazioni prima e di oblio poi. Religiosi ammazzati perché  troppo vicini (o considerati tali) al fascismo, oppure troppo lontani – ed è questo il vulnus più grave – dal comunismo.

L’Italia ha vissuto una guerra civile dove una parte dei comunisti non combattevano solo contro tedeschi e nazifascisti, ma anche contro i compatrioti antifascisti, se questi si opponevano alle loro pretese egemoniche e rivoluzionarie. Se da un lato la generalizzazione rispetto ai “comunisti” può forviare da ciò che è accaduto, facendo alzare barriere ideologiche, dall’altra le esecuzioni sono un fatto accertato. Uno schiaffo alla verità storica in nome di una propaganda che, a detta anche di autorevoli esponenti della sinistra, va ormai superata.