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Il Graal di #Ardea

Viaggio nella storia di Ardea, tra mito e verità

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I Topos iconografici del ciclo affrescale

Nella raccolta nicchia che accoglie l’arcosolio affrescato sono effigiati: un grande mezzobusto di Cristo Pantocratore, una Madonna assisa in trono col bambino in grembo, due Sante e tre Santi di evidente significato escatologico, l’Agnus Dei che stilla sangue in un calice e, separati in un modesto riquadro con cornice rossa, due Sauroctoni intenti a conficcare le loro lunghe aste in una delimitata sezione pittorica purtroppo deturpata da vandali o iconoclasti.
Il tutto è percorso da un’effusione di simboli, ben noti all’iconografia esoterica del Medioevo, che come una corrente protettiva attraversa l’intero ciclo pittorico.

I personaggi raffigurati sono distinti e circoscritti da linee prevalentemente di colore rosso e nero, spesse o fini, a volte dentellate, come se l’artista volesse definire in precisi registri il precipuo carattere esegetico e la specifica funzione apotropaica di ognuno dei rappresentati.

In seguito alle modifiche strutturali eseguite nei secoli e ad alcune disastrose escoriazioni non tutte le Figure sono identificabili con certezza. Non possiamo escludere che alcuni danneggiamenti siano stati procurati intenzionalmente per motivi escatologici.

Sparsi ovunque ci sono nodi di Salomone, pigne, stelle a otto punte, ghirigori fitomorfi, riquadri con ideogrammi e logotipi cari all’iconografia delle Crociate e degli Ordini Cavallereschi, in particolar modo i Pauperes Commilitones Christi Templique Salomoni, meglio conosciuti come Templari.

La conferma che le raffigurazioni eseguite nel sito ardeatino sono collegate al tema delle Crociate è ribadita da alcune effigi di palme geometriche, stilizzate in segmenti triangolari o trapezoidali variopinti, disseminate sulla superficie affrescata.

Questi archetipi del simbolismo medievale si notano anche all’interno del riquadro distaccato e isolato nel quale si incontrano i due “Sauroctoni”.

Ci sono due particolari dettagli però che legano indiscutibilmente la coppa di Ardea alla leggendaria Saga: la forma e la presenza di gemme che decorano il Graal.

L’effige ardeatina del Calice con pietre preziose incastonate nella base ricalca, o anticipa, un modello riprodotto nella maggior parte delle tipiche iconografie del XII secolo. Questo abbellimento si evidenzia anche nel supporto prezioso medievale che sostiene le calotte di agata e calcedonio nei due manufatti di Valencia e di Lèon: gli unici graal che riteniamo cronologicamente compatibili per fattura e tipologia con la vicenda del Cristo.

Ma non dimentichiamo che la raffigurazione di Ardea precede la prima notizia certa del Santo Caliz spagnolo di almeno un secolo e per quanto riguarda il campione castigliano è ancora in corso di studio la veridicità delle fonti storiche e letterarie di provenienza islamica per definire la datazione del reperto.

Tutte le numerose icone che ritraggono il Santo Agnello insieme ad un calice
sono posteriori al topos dell’Oratorio di San Michele ed anche nelle rare raffigurazioni non è evidenziato l’elemento “sangue”.

I due personaggi esoterici: l’Arcidiacono Lorenzo e Myriam di Magdala
Più discosti dal centro dell’arcosolio, separati da nette linee rosse ci sono due Santi. A destra una figura di fattura bizantina osserva ascetica, elegantemente vestita, il visitatore.
Non può essere un alto dignitario ecclesiastico o un sovrano: il suo aspetto è giovanile ed i tratti del volto sono delicati e pudichi.

Il fatto che la testa è contornata da una aureola non esclude che possa trattarsi di un illustre personaggio laico: il nimbo oltre alla santità connotava anche la rilevante sacralità del soggetto e del suo operato.
Nella figura c’è un dettaglio, opportunamente segnalato dal Ferrùa nel ’60 ma che ora non si distingue quasi più, determinante per identificare il personaggio: “regge la mano sinistra velata con la clamide una capsella di notevoli dimensioni, come quelle da incenso, particolare che ci rivela qui un santo diacono Stefano o Lorenzo”.

Con il termine capsella possiamo intendere: porta incenso, pisside, ma anche coppa e reliquia.
Non c’è alcun dubbio: si tratta dell’Arcidiacono Lorenzo, originario della città spagnola di Huesca nella zona dei Pinerei, al quale nel 258 d. C. il Papa Sisto II affidò preziose reliquie durante la persecuzione dell’imperatore Valeriano.

Probabilmente si trattava di sacri reperti portati dai primi pellegrini cristiani. Quest’episodio è raccontato nella “Vita di San Lorenzo”, opera agiografica scritta da San Donato nel secolo VI.

Un’altra versione sostiene che il Santo Graal fu condotto a Roma personalmente da Pietro. Il calice faceva parte delle stoviglie messe a disposizione dei commensali dalla famiglia di Marco l’Evangelista in occasione dell’ultima cena.

Questi si recò nella Capitale con Pietro e ne trascrisse nel suo Vangelo le testimonianze e gli insegnamenti. E’ quindi plausibile che sia stato proprio Marco a consegnare il Graal al primo Papa il quale durante il suo ministero lo usò per officiare l’Eucarestia e poi lo affidò nelle mani del successore Lino.

Chi sostiene questa tesi fa riferimento alla “Preghiera Eucaristica” pronunciata dai primi Vicari di Cristo, la quale così precisava: “Dopo la cena, prese questo glorioso calice” (hunc praeclarum calicem). La puntualizzazione dimostrerebbe che all’epoca il manufatto veniva considerato e venerato come la specifica coppa usata da Gesù nel giovedì santo.

Nell’affresco dell’Oratorio di Ardea l’Arcidiacono nasconde un incensiere, o meglio un reliquario, sotto la veste, ma il suo atteggiamento, anche se serafico è sospettoso, sembra quasi voler celare ai visitatori qualcosa di … imbarazzante!

E se sotto le spoglie del Santo il pittore avesse camuffato un personaggio realmente esistito nel periodo della realizzazione affrescale? Uno dei primi Cavalieri tornato dalle Crociate con la “Sacra Reliquia” che verrà poeticamente trasfigurato e immortalato nell’opera di Chretien: il “Puro di cuore”!

Il personaggio femminile dipinto a destra del trono non è una figura allegorica, come sostenuto dal Ferrùa, è la Maddalena. Se osserviamo bene tiene in mano una specie di pisside, un distintivo accessorio frequentemente riprodotto nelle iconografie della Santa di Magdala, che per la sua forma richiama il Graal.

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