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Il Graal di #Ardea

Viaggio nella storia di Ardea, tra mito e verità

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L’effige del Graal nel ciclo affrescale dell’Oratorio

La presenza del Graal nell’affresco dell’Oratorio Ipogeo di Ardea richiede una lettura ben più profonda della sua pregevole ma superficiale analisi pittorica.

La grammatica e la sintassi dei simboli esoterici non rispettano i canoni della scienza archeologica e della storia dell’arte, anzi debbono eluderne le regole in maniera scaltra e smaliziata se vogliono riconoscere e focalizzare indizi di particolare significato misterico camuffate e criptate nelle allegorie del dipinto.

Al centro della volta dell’arcosolio c’è un inconfondibile topos iconografico: l’Agnus Dei che, in questo caso, sanguina in un calice posizionato ai suoi piedi.

Le Sacre Scritture del Vecchio Testamento e l’iconografia sacra cristiana del primo medioevo sono sature di citazioni e rappresentazioni del Santo Agnello.

Non è invece frequente che questi sia affiancato dalla coppa con il vino/sangue dell’ultima cena.
Il motivo è che soltanto nel Nuovo Testamento questo topos acquisisce un significato salvifico di particolare importanza, assommando la trasposizione allegorica di due precisi eventi strettamente legati al dogma della morte/resurrezione dell’uomo/dio Gesù Cristo: la Transustantazione dell’Ultima Cena e la ferita nel costato inferta dalla lancia del soldato romano Longinus.

Tutti gli Apostoli dei Vangeli Canonici attestano ed evidenziano questi episodi con formulazioni similari, ma è soltanto nel Vangelo apocrifo di Nicodemo, dove si afferma come Giuseppe di Arimatea recupera la coppa dell’ultima cena e la utilizza per raccogliere il sangue della Crocifissione, che il tandem Agnello/Calice assume il potere di redenzione e di grazia per tutti i Cristiani di ogni tempo a venire.

Se concordiamo con la datazione acclarata dalla maggior parte degli studiosi, gli affreschi sopravvissuti vennero eseguiti dopo la citata Bulla pontificalis di Anacleto II e quindi a metà del XII secolo. Ciò vuol dire che il famoso clipeo istoriato sotto La Rocca contiene la prima esecuzione pittorica dell’Agnus Dei che sanguina in un calice: il Santo Graal!

E questo prima che Chretien de Troyes lasciasse incompiuto il suo capolavoro letterario, nel quale comunque ancora non si parla della coppa salvifica, e dei successori vati della Vulgata Cavalleresca, i quali, alla sua dipartita, si cimentarono a completare il suo “Le Roman de Perceval ou le conte du Graal”.

Forse i Benedettini conoscevano l’opera di Boron: il poeta che per primo comincia a parlare del Santo Calice?
Sarebbe interessante approfondire l’argomento, ma la questione è un’altra.

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