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Centrafrica, 50 cristiani sgozzati in un ospedale della croce rossa

Nuovo massacro da un gruppo di miliziani islamici nella “guerra dimenticata”.

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Centrafrica, 50 cristiani sgozzati in un ospedale della croce rossa

Il Faro on line – Da Gambo , villaggio del Centrafrica a 75 km dalla città di Bangassou controllata da anni dal gruppo di ribelli islamici “ Seleka” arriva un nuovo drammatico dato sull’escalation di violenze che sta dilaniando da anni la Repubblica centrafricana. Secondo quanto riportato una squadra armata dei Seleka avrebbe attaccato un ospedale della Croce rossa sgozzando e uccidendo circa 50 persone tra cui donne bambini e 6 volontari.

Secondo Juan Josè Aguirre, vescovo di Bangassou, l’attacco sarebbe stata una vera e propria spedizione punitiva per vendicare l’incursione di combattenti di gruppi di Autodifesa in un territorio conteso, territorio che vive ufficialmente dal 2012 (ufficiosamente da almeno 20 anni) una delle più grandi crisi umanitarie a livello mondiale.

Le “Guerre africane”

“Ufficiosamente “ perché lo strano caso della guerra dimenticata del Centrafrica dove migliaia di morti trovano un posto riservato solo nel calderone delle “guerre africane” tanto strano non è ma seguirebbe il copione della cosiddetta “maledizione delle materie prime” la cui abbondanza anziché favorire una crescita qualitativa nello sviluppo sociale ed economico delle popolazioni locali diventa il terreno fertile per la coltura di corruzione e saccheggio.

Alla base di questi processi di impoverimento si è andato erroneamente ad attribuire negli ultimi decenni lo stereotipo delle guerre di religione, nel caso specifico del Centrafrica alle lotte intestine che si sarebbero scatenate a seguito del golpe del 2013 ad opera del gruppo di ribelli islamico “Seleka” a cui si sarebbero opposte le forze cristiane ed animiste “Anti-balaka”, gruppi di autodifesa formati prima del golpe su iniziativa dell’ex presidente Bozizè.

A far dubitare del pretesto religioso basti pensare che il gruppo dei Seleka si è formato originariamente da stranieri provenienti dal Darfour ed elementi jihadisti e qaedisti legati ai gruppi del Ciad , Libia e Mali che avrebbero fornito armi e finanziamenti. In particolare il presidente del Ciad, storico alleato francese, ha inizialmente sostenuto politicamente la ribellione del 2013 che portò al golpe in cui i contingenti africani della Forza Multinazionale dell’Africa Centrale, delle forse speciali ONU e delle truppe francesi presenti sul territorio non intervennero.

Le mire “coloniali”

Le mire da parte delle vecchie potenze coloniali (Francia prima di tutti) per il controllo delle risorse di tutta l’Africa centrale , in cui il Centrafrica occupa una posizione strategica, sarebbero legate da un doppio filo a Stati Uniti , India, Cina e Sud Africa da sempre interessata al ruolo di potenza regionale.

A tal proposito l’ex presidente Bozizè il 13 marzo 2013 , pochi giorni prima di essere deposto dal colpo di stato , rilasciò una lunga intervista al Jeune Afrique in cui accusava gli Stati Uniti di aver sostenuto i gruppi ribelli del Seleka al fine di poter controllare le ricerche petrolifere nelle regioni di Carnot, Djema e sulla frontiera del Ciad . In quel periodo , aggiunse Bozizè, erano in corso importanti accordi con la Cina per collegare il giacimento di Boromata con l’oleodotto che collegava Krib a Doba, in Camerun, che saltarono con lo scoppio della guerra civile.

Parallelamente nello stesso periodo l’ex presidente aveva avanzato importanti concessioni diamantifere ad una Holding sudafricana chiedendo in cambio denaro, armi ed un contingente militare di 330 uomini che di fatto fu l’unico a scontrarsi con i ribelli nella battaglia per il colpo di stato a Bangui. L’intesa con il Sud Africa dimostrava la volontà di Bozizè di abbandonare l’intesa con il Ciad e Francia che a differenza di quanto accadde con il colpo di stato a Mali del 21 marzo 2012, non sembrava voler interferire in alcun modo con le forze ribelli Seleka.

A distanza di 4 anni nonostante le ripetute denunce di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani continuano a spostarsi di volta in volta i precari equilibri strategici e politici dei confini di lotta. Oltre il 60% del territorio è in mano alle forze ribelli e oltre il 30% della popolazione risulta sfollata all’interno del paese o rifugiata oltre i confini, 100.000 in più registrati solo negli ultimi 6 mesi.

La comunità internazionale

Il 17 novembre 2016 a Bruxelles la comunità internazionale aveva promesso un finanziamento di 2.2 miliardi di dollari per un piano triennale di ricostruzione e aiuti umanitari. Ma i finanziamenti registrati fino a maggio risultano coprire solo il 16% dei bisogni umanitari calcolati dal Humanitarian Response Plan del 2017, su 4.6 milioni di abitanti 2.2 milioni necessitano di assistenza umanitaria.

Se il piano di azione della Comunità internazionale sembra vagare per ora su un campo minato di ambiguità, rimane certo l’altissimo rischio di un allargamento del conflitto agli stati limitrofi, il che provocherebbe con altrettanta certezza una vera e propria catastrofe umanitaria.

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