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Londra ammette: Gran Bretagna più povera con la Brexit

Ma May giura: "Se passa il mio accordo avremo più vantaggi"

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Londra – L’addio all’Ue lascerà una Gran Bretagna più povera, con qualsiasi tipo di Brexit, almeno nell’orizzonte dei prossimi 15 anni.

Ma è destinato a ridurla addirittura allo sfacelo se le intese sul tavolo saltassero e si materializzasse il fantasma del ‘no deal’: un taglio netto con Bruxelles dopo quasi mezzo secolo di matrimonio d’interesse.

Ci sono voluti due anni e mezzo per arrivarci, quelli trascorsi dal referendum del 2016, ma alla fine il responso dei templi istituzionali della City e di chi nel governo di Theresa May è chiamato a far di conto è tutto qui. Nero su bianco.

Un responso che non significa ripensamento per la premier conservatrice, convinta che l’accordo di divorzio da lei sottoscritto con i 27 possa “minimizzare” l’impatto del grande scossone sull’economia del Regno, permettere di rispettare la volontà espressa dagli elettori nel 2016 e compensare i costi coi “vantaggi politici” di un’operazione foriera di sbandierate “opportunità” future.

E che tuttavia rischia d’indebolirla ancor di più a due settimane scarse da un voto di ratifica parlamentare che sembra mettersi sempre peggio per Downing Street, salvo miracoli, di fronte al muro di ‘no’ delle opposizioni e ai segnali di sgretolamento d’una maggioranza brancaleone.

Di sicuro, la questione va presa sul serio a leggere le analisi di scenario preparate dal Tesoro e rese pubbliche oggi: analisi stando alle quali l’isola, laddove la linea May andasse mai in porto, subirebbe un contraccolpo in termini di minore crescita dell’economia nazionale compreso fra il 2,5 e il 3,9% in una proiezione quindicennale.

Mentre sarebbe investita da un tracollo fra il 7 e il 9,3% con qualunque altra prospettiva più hard, con danni pesanti a tutti i settori del business. Il documento, di 82 pagine, indica in cifra assoluta un costo di divorzio da qui al 2034-35 fra un minimo di 60 miliardi di sterline e un massimo di 200 col ‘no deal’.

Mentre la Bank of England va persino oltre, pronosticando nell’eventualità di un divorzio “disordinato” – al quale il Paese “non è del tutto preparato”, avverte il governatore Mark Carney – una recessione quasi immediata: con un calo del Pil fino all’8%, un collasso della sterlina fino al 25% e un’impennata dell’inflazione.

Lo stesso Tesoro e Theresa May – presa di nuovo oggi di mira ai Comuni dal leader laburista Jeremy Corbyn e non solo da lui nel tradizionale Question Time del mercoledì prima di una tappa in Scozia del suo tour fra le nazioni del Regno Unito a caccia di consensi fra l’opinione pubblica e lo spaventatissimo mondo degli affari – precisano che non si tratta di previsioni, bensì di elaborazioni.

E che, in casi di via libera all’accordo attualmente sul tavolo, il Paese non sarebbe fra 15 anni “più povero rispetto ad oggi”, visto che in base alle stime il Pil continuerebbe a salire, pur crescendo meno rispetto allo status quo della permanenza nell’Ue.

Un prezzo che, al livello minimo, la premier e il cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, lasciano intendere valga la pena pagare, pur di rispettare il mandato referendario, “riunire i britannici” e salvaguardare gli equilibri interni.

Tanto più confidando d’incassare “benefici” strutturali dalla ritrovata “sovranità” a cui May continua a far riferimento, evocando come elementi positivi “il controllo dei confini” e “la fine della libertà di movimento” in materia d’immigrazione, oltre a promettere che l’integrità territoriale del Regno non sarà toccata: da Gibilterra all’Irlanda del Nord. Rassicurazioni che tuttavia non rassicurano molti, a giudicare dal pallottoliere della Bbc.

Che fa salire a 100 deputati le possibili defezioni nella maggioranza, fra Tories brexiteers ultrà o anti-Brexit e alleati unionisti nordirlandesi del Dup, in vista della ratifica dell’11 dicembre. Mentre dalla trincea del Labour il braccio destro di Corbyn, John McDonnell, dà ormai per scontata la bocciatura e apre le porte al sostegno formale della richiesta d’un referendum bis, se il suo partito non otterrà in prima istanza elezioni anticipate.

(fonte Ansa)

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