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Quasi 40 anni tra studi di avvocati e Tribunali, la storia di un 76enne di Formia

76 anni quelli di Aldo, di cui, la metà trascorsi tra avvocati e Tribunali per via di una vicenda giudiziaria che, ora, rischia di lasciarlo senza un tetto sulla testa.

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Formia – È nato nel “42 il signor Aldo, residente a Formia, che, il prossimo febbraio, compirà 77 anni. 76 anni i suoi, di cui, esattamente la metà – a partire dal 1980 – trascorsi tra studi di avvocati e Tribunali, a causa di una triste vicenda giudiziaria che ha sconvolto la sua vita e quella dei suoi familiari e che, ora, rischia di lasciarlo senza un tetto sulla testa.

Tutto ha inizio il 14 agosto dell’ “80 quando il signor Aldo, insieme, a sua moglie, sua sorella e suo cognato, acquistava da un certo M.R. –anch’egli di Formia – un appezzamento di terreno su cui insisteva un rustico.

M.R. propose agli acquirenti di stipulare una scrittura privata che, poi, in qualità di atto di vendita, avrebbero formalizzato davanti a un notaio. La compravendita, concordata inizialmente per un totale di 100.000 lire, prevedeva, come già detto, un appezzamento di terreno e un grezzo, formato da un seminterrato e 2 piani.

“Successivamente – racconta Aldo –, però, mi accorsi che quello che, sulla carta, doveva essere un seminterrato, in realtà, era un sotterraneo e, quindi, il prezzo venne ridotto a 85.000 lire.

A quel tempo, io e mia moglie abitavamo in una casa di nostra proprietà che, cedemmo, in permuta, al suddetto venditore che, nel giro di pochi giorni, provvedeva a venderla.

Fummo, così, costretti a lasciare il nostro appartamento prima del tempo concordato; ma, poiché avevamo pagato tutto il prezzo pattuito, il venditore, con un’altra scrittura, ci consegnò il grezzo.

Circa 2 mesi dopo questa riduzione, il 18/03/”81 fummo invitati dal venditore, tramite lettera raccomandata, a presentarci davanti a un notaio di Formia per stipulare, in forma pubblica, l’atto di vendita.

Fu lì, in quel momento, che iniziò il nostro calvario. Perché venimmo a sapere che il presunto venditore, in realtà, non era proprietario del bene che ci aveva venduto, ma aveva soltanto una procura a vendere per conto terzi.

Date queste premesse, il notaio stesso ci disse che, così stando le cose, al momento, non era possibile formalizzare l’atto.

Subito, all’indomani di questo grave fatto, ci rivolgemmo a un avvocato, per farci rappresentare, presso il Tribunale di Latina, contro M. R.

Nel frattempo,  durante il processo di 1° grado, M.R. acquistava la stessa proprietà che ci aveva venduto da colui che, tempo addietro, gli aveva affidato la procura a vendere (23/01/”87).

Questo fatto, però, contro ogni nostra più rosea previsione, non comportò affatto il vederci intestare il bene da lui stesso vendutoci, come ci saremmo aspettati.

Al contrario, da allora, – prosegue Aldo – con mia moglie scomparsa ormai da 12 anni – quest’agonia giudiziaria continua a stare al centro della mia vita e di quella di tutta la mia famiglia.

Il motivo per cui va avanti? Agli occhi dei giudici il vero colpevole non è M.R., bensì noi che, sine titulo, deteniamo il bene e che, quindi, fondiamo la nostra pretesa sul vederci riconosciuto il nostro diritto di proprietà su una struttura privata…  E pensare che noi, in tempi non sospetti, dal notaio per ufficializzare l’atto di vendita, ci eravamo andati.

Nonostante questo, però, dopo aver lottato per anni, attendevamo fiduciosi l’esito finale della Corte d’Appello, affinché annullasse gli effetti di una precedente sentenza (169/ 07), che ci obbligava a lasciare l’immobile, in favore di M.R.

Eppure, in tale sentenza, nonostante vi si ritrovano testuali parole: “Non è oggettivamente comprensibile, e comunque indubbiamente distonico ai principi di cui agli articoli 1175 e 1375 C.C. il comportamento dell’appellato il quale, pur essendo procuratore dell’effettivo proprietario, non abbia utilizzato tale procura per vendere il bene agli attuali appellanti e non, invece, a se stesso…” l’appello da noi proposto è stato comunque rigettato, riconfermando integralmente la sentenza impugnata.

Ed è proprio a causa di questa nuova sentenza – continua Aldo – che siamo stati costretti a rivolgerci ad un’ulteriore avvocato, patrocinato in Cassazione, e, quindi, a sborsare una nuova ingente somma di denaro, nella segreta speranza di vedere la fine di questa odissea burocratica.

Ma neanche questa volta la soluzione sembra vicina. Anzi.

Il prossimo 24.01.2019 io e la mia famiglia saremmo costretti a lasciare le nostre abitazioni, per le quali, nel lontano 31.12.1980 ho pagato tutta la somma pattuita per il rustico – che, poi, ho provveduto a terminare a mie spese.-

Ora – conclude Aldo – dopo quasi 40 anni di spese giudiziarie, e senza nessun’altro posto dove andare ad abitare, da pensionato quale sono, con profondo rammarico, mi chiedo se è davvero questo l’atto finale, il risultato ultimo di una vita passata a credere nella giustizia italiana.”

(Il Faro on line)

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