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Idi di marzo, l’ultimo giorno di Giulio Cesare

Il 15 marzo del 44 a.C., l'uomo più potente dell'antica Roma viene assassinato con ventitré coltellate: un omicidio che cambiò per sempre la storia dell'Urbe e del mondo intero

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Roma – “Libertà! Indipendenza! La tirannide è morta!“. E’ questo, secondo William Shakespeare, che gridano i senatori con le mani ancora bagnate di sangue. Davanti a loro, inerme e senza vita, giace in una pozza rossa Caio Giulio Cesare.

Quello che agli occhi del popolo romano sembra una divinità scesa in terra, vicina e attenta, con le sue politiche, anche ai più poveri, per un gruppo di circa venti senatori altro non è che un traditore del “mos maiorum“, ovvero la tradizione, gli usi e i costumi della civiltà romana.

L’umiltà, prova esperienza comune, è la scala di una giovane ambizione. Ma, come abbia raggiunto l’ultimo gradino, volge essa le spalle alla scala e rimira le nubi, spregiando i gradini più bassi ond’essa è ascesa.
(“Giulio Cesare”, W. Shakespeare – Atto II, scena I)

I motivi dell’assassinio di Cesare

I congiurati, che quel 15 marzo uccidono uno degli uomini più potenti del mondo antico, si considerano custodi e difensori del mos maiorum e dell‘ordinamento repubblicano, per loro cultura e formazione. Per tanto, sono contrari a ogni forma di potere personale.

Il loro più grande timore è che Cesare si voglia proclamare re di Roma. I sospetti iniziano a circolare tra i senatori nel 46 a.C., quando Cesare, nella campagna di Spagna, affronta gli eserciti di Ggneo e Sesto, figli di Pompeo Magno. Il 17 marzo dell’anno successivo, nella battaglia di Munda, l’esercito cesariano sconfigge Pompeo, procurandosi le antipatie di buona parte dei sostenitori della Repubblica, che temono l’instaurazione di un regime monarchico.

Non solo: diversi malcontenti si generano all’interno della stessa fazione di Cesare: i suoi più fidati collaboratori, tra cui Marco Antonio e Gaio Trebonio, vengono esclusi dalla campagna spagnola o posti in secondo piano durante le battaglie, nutrendo un certo risentimento nei confronti del loro stesso leader, cui erano stati fino ad allora profondamente devoti.

Questo, unito al protrarsi delle guerre civili e le tendenze al potere di Cesare, genera le condizioni affinché i senatori gettino le basi della congiura. Dunque, tra i congiurati, oltre ai pompeiani e ai repubblicani, troviamo anche i sostenitori di Cesare, spinti a compiere l’assassinio soprattutto per motivi personali: rancore, invidia e delusioni per mancati riconoscimenti e compensi.

I paurosi muoiono mille volte prima della loro morte, ma l’uomo di coraggio non assapora la morte che una volta. La morte è conclusione necessaria: verrà quando vorrà.
(“Giulio Cesare”, W. Shakespeare – Atto II, scena II)

La corona rifiutata

La goccia che fa traboccare il vaso avviene un mese prima delle idi di marzo, il 15 febbraio del 44 a.C., giorno della festa dei Lupercalia.

Un rito che consiste nella corsa dei “luperci”, uomini vestiti con pelli di capra che, correndo intorno al colle Palatino forniti di scudisci, colpiscono – in segno di buon auspicio – tutti quelli che incontrano nel loro percorso. Soprattutto le donne incinte, che offrono il loro ventre alla frusta per propiziare la nascita del figlio.

Alla corsa assiste anche Cesare, vestito di porpora, seduto su un seggio dorato e incoronato d’alloro. Tra i luperci c’è Marco Antonio. Terminata la corsa, inaspettatamente, offre a Cesare un diadema. Cicerone, che molto probabilmente è testimone oculare dei fatti, racconta che Antonio, finito il rito, tiene un discorso, lasciando costernato il magister equitum Lepido che non approva ciò che stava accadendo, offrendo il diadema a Cesare.

Il dictator, però, si accorge della disapprovazione del popolo e rifiuta la corona. Antonio allora si getta ai piedi di Cesare supplicandolo di accettare; ma Cesare rifiuta nuovamente, tanto che Antonio rinuncia.

Per gli storici, da questo episodio si diffonde nei confronti di Cesare l’accusa di adfectatio regni, ovvero di “aspirazione alla tirannide”: per la prima volta, infatti, durante una manifestazione pubblica, si stabilisce una connessione simbolica tra Romolo, il primo re, allattato nella grotta di lupercal, e Cesare.

Che dobbiamo morire lo sappiamo. Ma è il numero dei giorni, e l’ora, e il momento che soprattutto preoccupano l’uomo.
(“Giulio Cesare”, W. Shakespeare – Atto III, scena I)

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