Rom e Sinti in Vaticano, il Papa: “Cittadino di serie B è chi scarta il prossimo”

9 maggio 2019 | 15:55
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Rom e Sinti in Vaticano, il Papa: “Cittadino di serie B è chi scarta il prossimo”

Il Pontefice sugli “scontri” a Casal Bruciato: “Questa non è civiltà, l’amore è la civiltà”

Città del Vaticano –  “I veri cittadini di seconda classe sono quelli che scartano la gente, perché non sanno abbracciare. Con l’aggettivo buttano fuori, scartano gli altri o con il chiacchiericcio o con altre cose. Invece la vera strada è quella della fratellanza: ‘Vieni, poi parliamo, ma vieni, la porta è aperta’. E tutti dobbiamo collaborare”.

Papa Francesco riceve in Vaticano oltre 500 tra rom e sinti. L’incontro, svoltosi sotto i preziosi affreschi e stucchi della Sala Regia, è stato introdotto da un saluto del cardinal Bassetti, e tra canti, preghiere e letture del Vangelo, oltre al discorso del Papa, ha compreso anche due testimonianze: quella del prete rom don Cristian Di Silvio, e quella particolarmente commossa di tre mamme, Dzemila, Miriana e Negiba.

Uno zingaro che diventa prete fa sempre notizia, un diverso, uno particolare – ha detto don Cristian, trent’anni, della diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo -. Ricordo che quando ne parlai con i miei compagni di seminario la prima cosa che mi chiesero fu se abitavo in una roulotte, se chiedevo l’elemosina e se la mia famiglia andava a rubare portafogli alla stazione Termini. Invece qualcun altro mi diceva mentre mi formavo alla scuola del Vangelo di Gesù che dovevo comprendere che io ero stato scelto da un popolo che era diverso da quello italiano”.

La testimonianza di una mamma

Una delle tre mamme, in rappresentanza di un gruppo più ampio di donne che vivono alla periferia di Roma, ha spiegato che “alcune di noi vivono in appartamenti in affitto, in case popolari, altre ancora in quelli che vengono chiamati ‘campi nomadi’ che altro non sono che delle baraccopoli, dei ghetti dove, su base etnica, le nostre famiglie sono segregate dalle istituzioni comunali“.

“Avvertiamo sulla nostra pelle – ha detto – la distanza che spesso la società maggioritaria, costruisce tra noi e le istituzioni pubbliche. I servizi sanitari non sempre sono garanzia di assistenza e supporto adeguato. Spesso la burocrazia, ma recentemente anche politiche discriminatorie, non facilitano, quante di noi non hanno una posizione amministrativa regolare, l’accesso ai servizi di base che possano garantire la salute a noi e ai nostri figli”.

Anche le recenti norme, varate da chi è chiamato a governare, rendono più difficile la regolarizzazione di molte nostre famiglie – ha osservato, facendo cadere nell’invisibilità nuclei familiari che, anche se di origine straniera, vivono da decenni nel nostro Paese”.

“Discorsi d’odio, ma anche azioni violente contro le nostre comunità, sono in costante aumento e questa è per noi fonte di profonda preoccupazione – ha aggiunto -. Alcune di noi vivono in alloggi non adeguati e sono vittime di sgomberi forzati organizzati dalle autorità in assenza di alternative adeguate“. “Sogniamo per l’Italia un risveglio di umanità. Un’Italia che abbracci le differenze, che si consideri fortunata per tutte le differenze e le culture che la compongono”, ha concluso.

“Soffro per voi”

Le cose che ho sentito, tante, mi hanno toccato il cuore“, ha detto il Pontefice dopo le testimonianze. “Dicevo a questa mamma che ha parlato che mi ha toccato il cuore quando mi ha detto che lei leggeva la speranza negli occhi dei figli, ne ha quattro mi diceva. La speranza può deludere se non è vera speranza, ma quando la speranza è concreta, come in questo caso, negli occhi di figli, mai delude. Quando al speranza è concreta, in Dio vero, mai delude”.

“In ambedue le testimonianze – ha proseguito Francesco ‘a braccio’ – c’era sempre dolore. L’amaro della separazione, quello che si sente nella pelle, non nelle orecchie. Ti fanno da parte, ‘sì, tu passi ma lì, non toccarmi’. A te in seminario (rivolto al prete rom, ndr) ti domandavano se chiedevi l’elemosina, se andavi a Termini. La società vive delle favole, delle cose, ‘no Padre, quella gente è paccatrice’. E tu non sei peccatore? Tutti lo siamo, tutti, tutti facciamo sbagli nella vita. Ma io non posso lavarmene le mani guardando finti o veri peccati altrui: io devo guardare i miei peccati, e se l’altro è il peccato o fa una strada sbagliata, devo avvicinarmi e dare la mano per aiutare a uscire“.

“Una cosa che mi fa arrabbiare – ha detto ancora – è che ci siamo abituati a parlare della gente con gli aggettivi. Non diciamo questa è una persona, questa è una mamma, un giovane prete, no, ‘questo è così’, mettiamo l’aggettivo. E questo distrugge, perché non lascia che sia una persona. Tutti sono persone. Non possiamo dire sono brutti, sono buoni, ecc. L’aggettivo è una delle cose che creano distanza tra la mente e il cuore. E’ questo il problema di oggi. Se voi mi dite che è un problema politico, è un problema sociale, culturale, di lingua, sono cose secondarie: il problema è di distanza tra la mente e il cuore“.

“E’ un problema di distanza – ha insistito il Papa -. ‘Sì, tu sei gente, ma lontano da me, lontano dal mio cuore. I diritti siociali, i servizi sanitari sì, ma faccia la coda, no prima questo e poi questo’. E’ vero, ci sono cittadini di seconda classe, ma i veri cittadini di seconda classe sono quelli che scartano la gente, perché non sanno abbracciare, sempre con gli aggettivi in bocca, e scartano, vivono scartando, con la scopa in mano buttano fuori gli altri”.

“Invece la vera strada è quella della fratellanza – ha aggiunto il Pontefice -, con la porta aperta. E tutti dobbiamo collaborare”.

Contro il rancore

“Tutti abbiamo un pericolo – ha quindi avvertito -: lasciar crescere il rancore. E’ umano, ma per favore, il cuore più largo ancora, niente rancore, andare avanti con la dignità della famiglia, del lavoro di guadagnarsi il pane ogni giorno, la dignità della preghiera, sempre guardando avanti, quando viene rancore lasciare perdere”.

Il rancore ammala tutto, ammala la famiglia. Ti porta alla vendetta, ma la vendetta io credo che non l’avete inventata voi.

Poi, un riferimento alla criminalità organizzata: “In Italia ci sono organizzazioni che sono maestre di vendetta, voi mi capite bene”, ha osservato. “Un gruppo di gente che è capace di creare la vendetta, di vivere l’omertà: questo è un gruppo di gente delinquente, non gente che vuole lavorare”.

“Voi andate avanti con la dignità, il lavoro – ha esortato Francesco – e quando si vedono le difficoltà guardate su e vedete che lì ci stanno guardando e c’è uno che ci vuole bene. Uno che ha dovuto vivere al margine da bambino, come profugo, uno che ha sofferto per te sulla croce e uno che va cercando te per consolarti e animarti e andare avanti. Per questo vi dico: niente distanza, a voi, a tutti, la mente col cuore, niente aggettivi, no, tutta ‘gente’, ognuno meriterà il proprio aggettivo, ma niente aggettivi generali, secondo la vita che porta. Abbiamo sentito un bell’aggettivo, ‘mamma’ è una cosa bella”.

Infine, nel salutarli, un implicito riferimento a quanto accaduto a Casal Bruciato, nella periferia di Roma: “Prego per voi, vi sono vicino, e quando leggo sul giornale una cosa brutta, vi dico la verità, soffro. Oggi ho letto una cosa brutta sul giornale: questa non è civiltà, l’amore è la civiltà. Poi avanti con l’amore”. “Il Signore vi benedica e pregate per me”, ha concluso il Papa, che al termine dell’incontro ha salutato e stretto le mani, uno per uno, a tutti i presenti.

(Il Faro online) – Foto © Vatican Media