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Lettere al direttore

“Nessun bambino merita di soffrire”, lettera alla piccola Noa

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un nostro lettore, pervenuta alla nostra redazione dopo la pubblicazione dell’articolo “Nessuna eutanasia, Noa Pothoven si è lasciata morire di fame e di sete” (clicca qui)

Ciao Noa,
splendido angelo che da qualche giorno siedi in un luogo dove non c’è più dolore, dove non c’è più malvagità o cattiveria, dove nessuno può più rubarti la vita; un luogo dove puoi finalmente respirare e vivere.
Dove sei adesso non esiste l’ombra di coloro che ti hanno ucciso quando ancora eri un essere innocente.
Sì, io credo che Dio ti abbia abbracciato dopo il tuo gesto perché tu non sei morta pochi giorni fa, ma quando avevi 6. Come dicevi tu da 6 anni respiravi, ma non vivevi.
Da quando ho saputo quello che ti  capitato non faccio altro che pensare a te. Ho appreso della tua storia solo dai quotidiani in quanto, per scelta di vita, penso di essere uno dei pochi nel mondo a non avere alcun account sei social network.
Piccolo angelo, avrei voluto parlarti, aiutarti, condividere il tuo dolore e, magari, provare a farti cambiare idea per aiutarti a trovare le forze per vivere e non solo per sopravvivere. Sono certo che in tanti lo hanno fatto, anche persone con più esperienza di me.
Probabilmente non sarebbe cambiato nulla, ma almeno avrei provato in tutti i modi. Purtroppo sono arrivato tardi e non me lo perdono, perché se è vero che nei social, a mio parere, c’è tanta superficialità, idiozia e malvagità, sarebbe forse sarebbero stati l’unico strumento per poter conoscerti nonostante i chilometri che ci dividono.
Io sono Marcello, abito a Torino, in Italia ed ho 41 anni. Posso capire tutto quello che hai scritto, tutto quello che hai vissuto, e anche i motivi che hanno portato alla tua scelta.
Chi sta scrivendo è il Marcello bambino, che parla alla Noa bambina. Avrei voluto dirti che la vita è fantastica, che è tutto bello, che la nostra spensieratezza e gioia nessuno potrà portarcela mai via. Avrei voluto dirti che il mondo è bello, che tutti sono bravi, che tutti ci amano perché siamo bambini, la cosa più bella e innocente che esiste. Ma purtroppo, Noa, non è così.
Nel mondo esistono anche orchi che approfittano dell’innocenza, ingenuità e fiducia dei piccoli per i loro subdoli piaceri. Il mio orco l’ho incontrato tra i tre e i quattro anni, forse anche prima, non ricordo esattamente. Il mio orco era una persona che avrebbe dovuto amarmi e proteggermi più di qualunque altra persona. Il mio orco era mio nonno (ultima volta che mi sentirai usare questa parole perché nonno e una parola bellissima che non può essere accostata a una bestia).
I miei genitori mi portavano a Bari, nel Sud’Italia, per trascorrere l’estate. Lì, quella bestia uccideva bambino innocente, puro e ingenuo che ero. Aveva ucciso in me la voglia di vivere.
Pensa, un bambino di appena 3 anni a contatto con un abuso sessuale come può crescere. Una violenza che i è protratta per molti anni. Quel bambino, ormai adolescente, aveva una visione completamente deviata di cosa voleva dire sesso che assecondava il suo carnefice.
Questa esperienza ha cambiato il mio carattere. Sono diventato forte, perché per non morire ho dovuto creare delle barriere in me. Ho dovuto congelare i miei sentimenti: non esprimevo la vera gioia, il vero dolore, la collera.
Mi facevo scivolare tutto addosso perché ormai avevo le spalle larghe: cosa c’è di più grande di un abuso? Ma tutto quello non andava fuori, restava dentro di me.
Ho dovuto congelare i miei sentimenti, perché se li mostravo o li condividevo con chi era intorno, mi rendevo fragile, vulnerabile. E se mi mostravo fragile potevo essere una possibile preda per nuovi rapaci. Nessuno doveva più abusare di me.
Ormai ero fortissimo, ma nessuno, nemmeno io, conoscevo me stesso davvero. Sono barriere che ci creiamo quando subiamo abusi per renderci inattaccabili.
Sai piccolo angelo, io anche ho detto, con il senno di poi, che non ho vissuto la mia vita, ma sono sopravvissuto. Durante gli anni ho avuto comportamenti strani, frutto di questa innocenza rubata. Avevo innescato il sistema dell’autodistruzione. Io come te ho tenuto tutto dentro. Tu per 5 anni, io per ben 35 anni. Nessuno era al corrente di questo.
Perché? Per vergogna. Il voler rimuovere i ricordi, il pensare di essermela cercata, di essermelo meritato, di non valere, di essere una persona inutile, la paura di non essere creduto, il pensiero di essermi immaginato tutto… Tutti meccanismi di difesa che mi hanno fatto “sopravvivere” per 34 anni. Penso siano questi i motivi.
Ogni persona reagisce agli abusi in maniera diversa. Chi, come me, annienta se stesso, crea barriere per sopravvivere; chi rimuove completamente, ne porta comunque le conseguenze nel suo comportamento; chi diventa a sua volta carnefice; chi si butta in droga ed alcool; chi, come hai fatto tu, non riesce a sopravvivere, entrando in un circolo vizioso che porta alla morte come una soluzione definitiva e liberatoria.
Sono certo adesso respiri per vivere, che il Padre ti ha accolto nel suo regno, che appena ti ha visto ha pianto per il male che ti hanno fatto. Sono certo che ti ha abbracciato forte e ti ha detto: “Tu sei Noa, tu vali per quello che sei. Nessuno ti farà più soffrire perché tu adesso sei qui con me e io ti proteggerò per l’eternità”. Sì, penso che sia andata così.
Come ti dicevo, piccolo angelo, il mio segreto è rimasto celato 34 anni. Poi il vaso che era dentro di me si è riempito, tanto da farmi entrare in depressione. Sono nato in una famiglia cristiana evangelica, e fino ai 18 anni ho frequentato la chiesa e fatto esperienze belle con Dio. Poi, sai per svariati motivi ho abbandonato il mio pastore.
Quando nel novembre del 2015 entrai in depressione, non capivo cosa avevo. Io, persona forte, inattaccabile, mi sentivo una nullità. Avevo paura di ogni cosa: del futuro, del contatto con la gente, di tutto. Mi sono chiuso in me.
Per prima cosa ho deciso di tornare dal Padre, come il figliol prodigo. Ero convinto che tornando, Lui avrebbe schioccato le dita ed io sarei guarito. Ma non è andata proprio così.
Sono sprofondato, dal 6 novembre in poi, in una crisi depressiva molto forte dalla quale non vedevo uscita. Avevo smesso di mangiare e di bere, proprio come te. Ogni volta che provavo a mangiare mi si chiudeva la gola, mi sentivo soffocare. La fame non era più nel mio vocabolario. Ho perso 15 chili in 7 giorni.
E il mio pastore non riusciva a guarirmi, non mi aiutava ad uscirne. Però non ho mai smesso di avere fede in lui, anche se con quello stato emotivo spesso dubitavo della sua presenza.
Ad un certo punto della mia malattia sono entrati anche pensieri di suicidio. Vedevo la morte come una liberazione. Mia moglie mi aveva messo un piantone a vista di mattina, quando lei era a lavoro; nel pomeriggio sarebbe stata lei al mio fianco.
Pensa, piccolo angelo, una sera prima di addormentarmi avevo già premeditato tutto: avevo stabilito dove, a che ora e come morire. Mi sarei svegliato nel cuore della notte e mi sarei buttato giù dal terzo piano. Ero contento, finalmente da lì a poco sarei stato libero. È così successe. Tutto come nei miei progetti. Il motivo per cui sono qui a scriverti questa lettera e che nel tragitto dalla camera al balcone ho dovuto fare una sosta in bagno. Lì ho sentito nel mio cuore il Padre che mi parlava e mi diceva non quello non era il momento, non era la soluzione. Ho pianto e sono tornato a dormire.
Quel Dio che avevo invocato perché mi liberasse dalla depressione mi aveva parlato. E’ stato un periodo difficile e sono stato aiutato molto dalla mia compagna, che mi ha preso per i capelli e portato dal dottore. Così ho iniziato ad andare da una psichiatra per le medicine e da una psicologa per capirne i motivi. Io dallo psichiatra e dagli psicologi la ritenevo una follia fino a qualche tempo prima. Con l’aiuto di questi due medici ne sono uscito.
Per la prima volta, dopo 34 anni, ero riuscito a confidare alla psicologa l’abuso subito. E poi a mia moglie e a mio cognato, che nel contempo lavorava con me in qualità di pastore, per curare la mia anima.
Oggi ringrazio Dio perché finalmente iniziavo non solo a respirare, ma anche a vivere. Il peso era venuto a galla.
Non posso mentirti: sai quante volte mi sono incazzato con Dio per quello che mi era capitato e quante volte mi incazzo tutt’oggi quando sento storie come la tua storia di abusi?
Non me ne vergogno di dirlo, non voglio fare il cristiano ipocrita che accetta tutto per fede. Spesso discuto con Dio quando capitano queste cose. Spesso mi arrabbio con Lui. Poi penso che non è colpa di Dio, ma dell’uomo. Dio parla chiaro a riguardo di quello che è successo a me e a te: “Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare” (Mt 18, 6).
Tutto sembrava risolto, tutto era andato a posto: avevo finalmente parlato del mio abuso, ero riuscito a condividere questo mio peso con altri. Non era più un mio segreto che custodivo da solo. Ma purtroppo non è stato così. Vedi non bisogna solo parlare di quello che si è subito, ma elaborarlo, lavorarci sopra.
Purtroppo la psicologa che mi ha seguito non ne aveva i mezzi e quindi io ho continuato a portare in me le disfunzioni che questo abuso aveva portato nella mia vita.
Fino al settembre 2017 (a luglio ero diventato papà). Ho avuto due giorni che sono stati da una partei più brutti della mia vita, dall’altra, pensandoci oggi, un nuovo inizio. Mia moglie è venuta a scoprire queste mie disfunzioni.
Il 9 settembre mi ha mandato fuori di casa. Quel sabato mio piccolo angelo stavo perdendo tutto ciò che di buono e vero c’era nella mia vita.
E di nuovo nella mia testa è balzato il pensiero del suicidio. Avevo perso tutto non potevo cambiare che senso aveva vivere? Posto davanti all’evidenza dei fatti mi sono inginocchiato a terra e ho confessato davanti a lei e davanti a Dio di avere un problema. Quella è stata la svolta.
Ringrazio Dio di aver messo nella mia vita un consulente specializzato in relazione di aiuto. Con lui sono riuscito ad elaborare il mio abuso. Ha tirato fuori in me la collera mai espressa, mi ha fatto capire che io non avevo colpe, che io ero la vittima, mi ha fatto cercare in me la forza di reagire, di tornare al progetto originale che Dio aveva per me.
Lo sento ancora oggi perché sai, piccolo angelo, non voglio lasciare nulla al caso nulla di non risolto nella mia vita. Voglio che mi aiuti a togliere dalla mia vita tutte le conseguenze che l’abuso ha portato in essa. Abbiamo superato il lato del sesso adesso lavoriamo sulle altre disfunzioni del mio comportamento.
Non sono perfetto, oggi, piccolo angelo, ho i miei difetti e alcune cose ancora legate all’abuso sulle quali sto ancora lavorando.
Mi sono iscritto anche ad un suo corso in relazione di aiuto per poter a mia volta aiutare chi soffre. Ma posso dire che respiro e vivo! La mia storia avrei voluto raccontartela, ma non c’è stato il tempo. Se avessi avuto un profilo sui social forse saresti ancora qui, o quantomeno, con questo mio scritto, avrei ritardato il momento, anche solo per la curiosità di conoscerci. Forse non sarebbe cambiato nulla. Non potrò mai saperlo. Quello che so è che il mio cuore sta piangendo.
Avrei voluto conoscerti, incontrarti, per farti capire che tu valevi che con un duro lavoro su noi stessi si può iniziare a vivere, non solo a respirare. So è che mi sono incazzato di nuovo con Dio. So è che tu non ti sei suicidata, ma sei stata assassinata sei anni fa.
Piccolo angelo, il mio cuore non ti dimenticherà mai. Forse aprirò una pagina social dedicata a te, alla tua memoria per aiutare chi come noi è venuto a contatto con questi abomini. Chissà forse lo farò. Forse riuscirò a vedere un lato positivo nei social al quale prima non pensavo.
Piccolo angelo, salutami il Padre, perché so che tu adesso sei nelle sue braccia. Chiedigli da parte mia perché succedono queste cose a noi piccoli bambini. Sarai sempre nel mio cuore piccolo angelo. Ti voglio bene e non ti dimenticherò mai. Scusami se sono arrivato in ritardo.

Marcello Amicarelli

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