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L’Amazzonia brucia, a rischio il 20% dell’ossigeno sulla Terra

Gli incendi, come testimoniano le istituzioni di ricerca e le Ong che operano in Amazzonia, sono intenzionali

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L’Amazzonia brucia e così, insieme con il verde, rischiamo di perdere il 20% della produzione di ossigeno del pianeta e il 10% della biodiversità mondiale.

Un anno drammatico per il polmone verde del mondo: la foresta pluviale amazzonica. Gli incendi di quest’anno hanno superato di gran lunga quelli del passato. Il 2019 sta battendo ogni record per gli incendi nella foresta pluviale amazzonica. L’Istituto nazionale per la ricerca spaziale del Brasile (Inpe), attraverso i satelliti ha rilevato un aumento dell’83% dei roghi rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso: 73 mila incendi contro 40 mila.

Soltanto lo scorso mese in Amazzonia sono stati distrutti 2.253 km quadrati di vegetazione. Stiamo perdendo il più grande polmone verde mondiale, e il governo Bolsonaro incoraggia la deforestazione, tanto da avere unificato il ministero dell’Ambiente e quello dell’Agricoltura.

Le cause? Principalmente legate alla deforestazione, perché l’suo del fuoco è una delle tecniche utilizzate.

Da almeno due settimane le fiamme stanno divorando le foreste degli stati brasiliani di Amazonas, Rondonia, Mato Grosso, Parà e del Paraguay. Un fumo molto denso ha avvolto San Paolo, la più grande città del Brasile, distante migliaia di chilometri dal cuore degli incendi divampati nello stato di Rondonia e nel Paraguay

Perché avvengono questi incendi e a questa scala?

La foresta pluviale amazzonica, che rimane umida, zuppa di acqua per gran parte dell’anno, non brucia naturalmente. Gli incendi, come hanno testimoniato le istituzioni di ricerca e le organizzazioni non governative che operano in Amazzonia, tra cui IPAM – sono intenzionali.

La responsabilità è addebitata agli agricoltori e alle grandi imprese zootecniche e agro-industriali, che usano il metodo “taglia e brucia” per liberare la terra, non solo dalla vegetazione, ma anche dalle popolazioni locali e indigene. Gli alberi vengono tagliati nei mesi di luglio e agosto, lasciati in campo per perdere umidità, successivamente bruciati, con l’idea che le ceneri possano fertilizzare il terreno. Quando ritorna la stagione delle piogge, l’umidità del terreno denudato favorisce lo sviluppo di vegetazione bassa per il bestiame.

L’allevamento del bestiame è responsabile dell’80% della deforestazione in corso nella foresta pluviale amazzonica. Una parte significativa dell’offerta globale di carne bovina, compresa gran parte dell’offerta di carne bovina in scatola in Europa, proviene da terreni che un tempo erano la foresta pluviale amazzonica.

Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni unite, che sempre attraverso i social ha fatto sapere: “Nel mezzo di una crisi climatica internazionale, non possiamo permettere che si verifichino ulteriori danni alle fonti di biodiversità e ossigeno.

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