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Rossi Stuart: ho un figlio bipolare “abbandonato” in carcere

La sorella del protagonista di Romanzo Criminale: "lo Stato non ha risorse per curare i ragazzi con problemi psichici, e li lascia dietro le sbarre"

Roma – Ha raccontato la storia di suo figlio bipolare, provando in tutti i modi a stracciare il velo di ipocrisia che vorrebbe storie come la sua relegate a pochi casi, che le vorrebbe come eccezioni, da nascondere come la polvere sotto il tappeto.

Lo ha fatto mettendosi in gioco personalmente, come si dice “mettendoci la faccia”, su Rai Uno nel format Storie Italiane condotto da Eleonora Daniele.

Loretta Rossi Stuart, sorella di Kim, il protagonista di Romanzo Criminale, ha parlato dell’odissea del figlio Giacomo, fragile come sono molti giovani di oggi, vittima della tossicodipendenza, affetto da un bipolarismo che lo rende incapace di vivere una vita normale, quella vita che forse anche lui sogna ma gli è preclusa dalla malattia psichiatrica. Una condizione che lo manda “fuori di testa”, con la complicità delle droghe, e che lo ha portato a rubare 60 euro dalla cassetta di una festa di paese.

Un gesto tanto stupido quanto devastante, che gli è valso una condanna per furto. Eppure lui stesso ha raccontato alla mamma di essere stato felice di vedere arrivare i carabinieri, perché si rendeva conto di non poter gestire quelle sensazioni caleidoscopiche che lo avevano imprigionato

Adesso Giacomo è detenuto in un carcere romano. Per la sua diagnosi psichiatrica non dovrebbe stare in cella; il bipolarismo è una malattia che lo rende inadatto al carcere. Secondo la legge dovrebbe essere ricoverato in una Rems (residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza), strutture create dal 2015 all’indomani dell’abolizione degli ospedali psichiatrici giudiziari.

Dovrebbe, perché non c’è posto per lui, come per tanti altri ragazzi. A fronte di una patologia crescente, che spesso si incastra con la tossicodipendenza fino a sfociare in comportamenti illeciti, le risorse esistenti non consentono di trovare posto a coloro che ne avrebbero bisogno, o forse dovremmo dire diritto, come qualunque malato.

Diritti negati continuamente. Come ad esempio l’impossibilità di fornire col sistema sanitario nazionale la Stimolazione magnetica transcranica (leggi qui), ossia l’utilizzo di un campo magnetico per “resettare” le cellule del cervello e distruggere la dipendenza da cocaina. E’ l’ultima frontiera per la cura della dipendenza da cocaina e crack, ma è solo a pagamento; e costa troppo.

Oltre il danno, la beffa. In Italia – proprio a causa del costo – è una soluzione per pochissimi, eppure è stata inventata proprio da menti italiane: il neuropsicofarmacologo Antonello Bonci, direttore scientifico del prestigioso National Institute on Drug Abuse (Nida) di Bethesda, ha posto le basi scientifiche; la terapia poi è stata messa a punto e sperimentata a Padova da Luigi Gallimberti, psichiatra tra i maggiori esperti italiani in terapia delle dipendenze.

“Ho 25 anni, ho scontato la condanna ma resto parcheggiato in carcere come una vecchia auto da rottamare – ha scritto Giacomo alla mamma -. Ho avuto dei crolli nervosi a causa di stupefacenti ma in fin dei conti non ho fatto male a nessuno e per l’incompetenza di questo Stato, sono ancora in cella, in una situazione che mi sta uccidendo ogni giorno”.

In Italia esistono 600 posti letto, insufficienti a gestire le domande che arrivano. E così si resta in carcere, aggravando le condizioni psichiatriche dei malcapitati soggetti, in una sorta di “ergastolo bianco”, senza via d’uscita. Sono almeno 200 le persone attualmente detenute perché non esiste un’alternativa sanitaria che possa curarle, accoglierle.

E se non è il carcere a trattenerle, sono le famiglie – lasciate sole dalle Istituzioni – a doversi far carico della quotidianità, facendo i conti con gli sbalzi di umore, le paure, le deviazioni.

“Mio figlio è bipolare, non dovrebbe stare in carcere, lo dice la legge, ma nelle strutture psichiatriche previste per lui. E’ esasperato dalla situazione, è come una bomba pronta ad esplodere. Continua a resistere ma è assolutamente consapevole che quello, quella cella, non è il posto dove dovrebbe essere. Cerca di resistere pensando al futuro, al domani, fa programmi, sogni. Vorrebbe partecipare alle Olimpiadi, è un bravo pugile. E’ un ragazzo che può essere recuperato ma solo se curato come merita”.

Ha provato con una comunità, ma dopo 5 mesi è uscito. In questi casi entra in gioco da parte delle istituzioni (Sert, Csm, Disabilità adulti, ecc.) una consapevole indifferenza: non sei in grado di stare in una comunità, non c’è posto nelle strutture Rems? Allora andrai in carcere… o in alternativa metterai ai “domiciliari” i tuoi familiari. Il bivio è questo, e ci si arriva dopo aver sbattuto contro la difficoltà di dialogo tra i vari uffici con un infinito scaricabarile tra “servizi” specifici, contro le scarse risorse che non permettono di puntare sulla rinascita di un soggetto se continua a sbagliare (che lo faccia anche per motivi psichiatrici non è un elemento che faccia testo); contro una società che emargina piuttosto che accogliere, e condanna.

Condanna la vittima, e la sua famiglia. Nasconde il problema dentro una cella o una stanza di casa; non c’è spazio per la pietà, non ci sono soldi per le cure. Eppure diciamo di essere una società civile. Ma una società che abbandona i propri figli, soprattutto quelli più bisognosi di aiuto, è una società malata. Più degli stessi ragazzi.