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Clan Spada, tre ergastoli e 147 anni di carcere: la politica assolta

Aggravante mafiosa per i vertici del Clan Spada ma non una parola su partiti e personaggi politici che ne hanno favorito l'ascesa

Roma – Per i magistrati della Terza Corte d’Assise il Clan Spada era un’organizzazione criminale di stampo mafioso che esercitava il suo potere a Ostia. Ma una domanda resta irrisolta: quali partiti e quali personaggi del milieu politico ne hanno favorito l’ascesa e l’affermazione?

La domanda non è retorica: se, come contestato nelle accuse e nelle conseguenti condanne, gli Spada spadroneggiavano sulle case comunali a due passi dalla sezione del Pd di via Antonio Forni e se sotto Alemanno/Vizzani (destra) erano riusciti a vedersi affidata la concessione di uno stabilimento balneare (il dopolavoro delle Poste Orsa Maggiore e solo quello), qualcuno nelle sedi amministrative e politiche ha favorito tutto ciò. Eppure, non si sono trovate o forse neanche cercate, le possibili “disattenzioni”.

Appare strano, poi, che mentre si dice che il Clan Spada ha iniziato la sua storia criminale a partire dagli anni Settanta, da allora a oggi nessuno dei maggiori investigatori italiani si è accorto di tutto questo. A Ostia, infatti, hanno avuto ruoli primari di responsabilità nella pubblica sicurezza quello che sarebbe diventato il Questore di Roma Nicolò D’Angelo (già dirigente del Commissariato Lido), quello che sarebbe diventato il Questore di Nuoro Elio Cioppa (già dirigente del Commissariato Lido), quello che è a capo dei Servizi segreti AISI Mario Parente (già comandante del gruppo carabinieri Ostia) e quello che dirige lo SCICO Servizio Centrale di investigazione sulla criminalità Alessandro Barbera (già comandante del gruppo Roma II Ostia della Guardia di Finanza). Nessuno di loro ha mai parlato di mafia a Ostia così come i prefetti che si sono succeduti a Roma, da ultimo Giuseppe Pecoraro.

Ovviamente bisognerà attendere la pubblicazione delle motivazioni della sentenza per conoscere la profondità delle indagini riguardo alle relazioni tra politica e Clan, ma le domande circa l’atteggiamento avuto per decenni dalla politica licale sono legittime.

IL DETTAGLIO DELLE CONDANNE  

Ieri i giudici, dopo dieci ore di camera di consiglio, hanno riconosciuto l’associazione a delinquere di stampo mafioso per il clan del litorale romano. Diciassette le condanne e sette le assoluzioni per un totale di 147 anni di carcere. Tre gli ergastoli inflitti a Carmine Spada, detto Romoletto, Roberto Spada, già condannato per la testata a Ostia al giornalista della Rai Daniele Piervincenzi e Ottavio Spada, detto Marco. Condannato, inoltre, a 16 anni di carcere Ottavio Spada, detto Maciste, a 9 anni Nando De Silvio, detto Focanera e mentre Ruben Alvez del Puerto, anche lui coinvolto nell’aggressione al giornalista Daniele Piervincenzi, è stato condannato a 10 anni di carcere. Assolti invece Armando Spada, Enrico Spada, Roberto Spada detto Zibba, Francesco De Silvio, Sami Serour, Stefano De Dominicis e Roberto Sassi.

LE REAZIONI DELLA POLITICA

Per assistere alla lettura della sentenza è arrivata nell’aula bunker anche la sindaca di Roma Virginia Raggi insieme al presidente della commissione antimafia Nicola Morra. «Questa sentenza riconosce che sul litorale di Roma si può parlare di mafia. Ringrazio la magistratura, le forze dell’ordine e tutti i cittadini che credono nelle istituzioni», ha detto la sindaca di Roma Virginia Raggi dopo la sentenza.

«Le istituzioni unite possono vincere. Io sono qui per stare accanto ai cittadini e restituire fiducia ai cittadini onesti – ha sottolineato Raggi – che per troppo tempo hanno avuto paura». Sentenza bollata, invece, come una «vergogna» dall’avvocato Mario Girardi, difensore di Carmine Spada, detto Romoletto, condannato all’ergastolo. «Sono indignato, è una follia vera. Questa decisione è una vergogna, non condivisibile in alcun suo aspetto», ha sottolineato. Il procedimento della Dda di Roma, culminato con la sentenza di oggi, è legato agli arresti avvenuti il 25 gennaio 2018 nel corso dell’operazione «Eclissi». Tra i reati contestati, a seconda della posizione, anche l’omicidio, l’estorsione e l’usura.

Un effluvio di commenti politici ha salutato la sentenza. Con la sindaca pentastellata si sono espressi anche il segretario del Pd nonchè Governatore del Lazio Nicola Zingaretti e Gianpiero Cioffredi, Pd e presidente dell’Osservatorio per la sicurezza e la legalità della Regione Lazio. Lapidario il commento del primo: «Vince lo Stato, perde la mafia. Vincono i cittadini», scrive il presidente della Regione. «Adesso ognuno con le proprie responsabilità deve contribuire a scatenare una vera e propria ribellione civile della legalità, accompagnando il lavoro investigativo con azioni concrete di disboscamento di tutti quegli spazi di cui si alimenta il potere mafioso. Non sono più consentite prudenze, rimozioni e silenzi che spesso hanno accompagnato il dibattito pubblico sulla presenza delle mafie a Roma. È proprio per questo che la Regione Lazio si è costituita parte civile nel processo ed è stata presente alla lettura della sentenza dalla parte delle vittime e degli investigatori» aggiunge Cioffredi. La politica, però, assolve la politica.