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16 ottobre 1943: la deportazione degli ebrei di Roma verso Auschwitz

"I camion grigi arrivavano, i tedeschi caricavano a spintoni o col calcio del fucile uomini, donne, bambini, vecchi e ammalati. Non sapevamo dove ci avrebbero portato"

Roma – Erano le primi luci dell’alba di un sabato, giorno festivo per gli ebrei. Era il 16 ottobre 1943, quello che passò alla storia come il “sabato nero”: fu l’inizio del rastrellamento del ghetto ebraico di Roma.

Alle ore 5,15 di 76 anni fa, le SS con le loro camionette, invasero le strade del Portico d’Ottavia, cuore del ghetto della Città: 1024 persone furono fatte prigioniere dalle truppe tedesche, fra queste, circa 200 erano bambini.

Fu l’inizio della fine. Due giorni dopo l’allontanamento dal ghetto, gli ebrei furono condotti nei 18 vagoni del convoglio che, dalla stazione Tiburtina, li avrebbe condotti a morire nel grande campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia.

Un viaggio verso la morte; tra gli stenti, la fame, il freddo, le camere a gas e, per i più ‘fortunati’, verso i lavori forzati. Non solo, molti della comunità furono costretti ad uccidere i propri compagni, su ordine dei nazisti.

“Insieme con la vostra famiglia e con gli altri ebrei appartenenti alla vostra casa, sarete trasferiti. Dovrete portare con voi viveri per almeno otto giorni, documenti, bicchieri, denaro, gioielli ed effetti personali”.

E’ la comunicazione recapitata ad ogni famiglia, venti minuti prima del prelievo, da parte delle truppe. I nazisti bussarono alle porte lasciando un “bigliettino dattiloscritto”e con l’ordine di “fare presto”. Poi, la deportazione mascherata…

“I camion grigi arrivavano, i tedeschi caricavano a spintoni o col calcio del fucile uomini, donne, bambini, vecchi e ammalati. Non sapevamo dove ci avrebbero portato”. Si legge dalle testimonianze.

In quel momento, gli ebrei non sapevano cosa fosse veramente un Campo di concentramento.

“Voi partirete per un campo di lavoro in Germania. Gli uomini lavoreranno, le donne baderanno ai bambini e si occuperanno delle faccende di casa”. Le parole di Herbert Kappler, comandante delle SS. “Vi porteremo nel Campo ad aspettare la fine della guerra”.

Ma la comunità non poteva sapere dell’inganno…

“L’azione contro i giudei è iniziata, e si è conclusa in giornata nel migliore dei modi possibili e secondo i piani prestabiliti”, comunicherà Kappler al quartier generale di Berlino, attraverso un telegramma.

Dei 1024 ebrei catturati il 16 ottobre 1943, ne sopravvissero solamente sedici. Fra questi, solo una donna, Settimia Spizzichino.

“Non capivo niente”, raccontò la superstite, morta il tre luglio del 2000, in una delle sue testimonianze.

“Mi hanno usata per condurre degli esperimenti dolorosi: dalla scabbia al tifo. Quello più doloroso è stato per la scabbia: era una cosa atroce, ero diventata tutta una piaga. Ma io lottavo! Quante volte ho chiamato Dio quando vedevo quei poveri morti in terra trucidati. Ma io lottavo, lottavo per ritornare. Dovevo ritornare per raccontare tutto…”.

(Il faro online)