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Le Rubriche di Il Faro Online - Infanzia & Adolescenza

Verso il 30° anniversario della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia. Associazione Io, Noi: ecco cosa chiediamo in questa giornata

“Diritto è una parola che più delle altre ha bisogno di essere segno e simbolo di un'esperienza”

Verso il 30° anniversario della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, Associazione “Io, Noi”: ecco cosa chiediamo in questa giornata.

Diritti. Una sola parola e a seguire non c’è più nulla da aggiungere. Quelli da sapere, quelli da rispettare, quelli da godere. Il verbo dovere è loro implicito. La cultura dei diritti è una cultura di responsabilità reciproche. Il mondo dei diritti non prevede esclusi. Se ci sono abbiamo perso tutti.
Il diritto porta con sé il dovere di tutti di rispettarlo e di essere responsabili della sua mancata applicazione.

In Italia si fatica, si arranca sulla via dei diritti; non è una strada né retta né certa. Mancano le basi. Quelle che si dovrebbero, invece, al giorno d’oggi, trovare radicate nella coscienza di ogni singolo individuo.
Moltissimi sono i cittadini assolutamente analfabeti rispetto ai principi umani attorno ai quali si modellano specifici diritti. Ecco perché gli stessi diritti diventano incerti, facilmente negabili o merce di scambio politico.

Parlare dei diritti dei bambini e delle bambine per davvero, è difficile perché bisogna affrontare una corsa ad ostacoli. Ci mettiamo al via, in posizione, certi di avere tutta la pista davanti ed, invece, accade che gli ostacoli ci vengono incontro, spesso neppure possiamo prevederli. Non sono ostacoli uguali e regolari, ma sempre più alti e diversi uno dall’altro.

Parliamo dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza come ogni 20 novembre.

Ovvio che parliamo, dunque, di cittadini non autonomi. Per garantire loro dei diritti dobbiamo alla base avere istituzioni ed ambienti coerenti con il rispetto dei valori che fanno sana una società. Lavorare per i diritti dei minori in una società che pianifica a singhiozzo tutti gli interventi rivolti all’educazione dei minori; che li finanzia in modo del tutto inappropriato o non li finanzia affatto; che non riesce a mettere in piedi nessuna azione di regia che monitori, valuti e pianifichi, è uno sforzo umano enorme.

Un agire sociale tutto nelle mani del terzo settore privato, spesso basato sul volontariato o comunque minimamente e saltuariamente considerato dalle politiche per la famiglia e i minori.

Cosa si può fare, nonostante questo contesto economico-politico, rispetto alla tutela dei diritti e alla salvaguardia di chi è esposto all’abuso dei propri diritti? Si può fare poco con il massimo sforzo. Noi continuiamo certamente a farlo. Gli interventi più diffusi purtroppo si realizzano allo scopo di ridurre i danni e portare in salvo al massimo qualche fortunato.

Il terzo settore del sociale è l’unico ambito che, nel bene e nel male, agisce in tal senso, affiancato dall’istituzione scuola e dal lavoro delle famiglie, penalizzati tutti da politiche smemorate. Si scordano di inserire la qualità della educazione dell’istituzione scuola e il lavoro di cura delle famiglie tra i fattori che producono ricchezza e pongono le basi per goderne; non sono, forse, i primi produttori di umanità che compone la società?

Ma la nostra politica crede che i servizi di cura siano a costo zero (ah no!…scusate….a progetto!) e che, come la scuola, non abbiano nulla a che vedere con Il PIL del Paese. Quelle iniziative finanziate da progetti o sostenute direttamente con i soldi dei cittadini che “credono” alle iniziative sociali di tutela dei diritti, che ci sono in Italia, non possono per tali ragioni che rappresentare esperienze a termine, faticose, senza garanzia di continuità né di lavoro per chi vi è occupato; dure da intraprendere, percorsi che ci si augura che siano visti e sostenuti stabilmente dal governo e che invece durano il tempo di una possibilità; occasione che dura troppo poco e se ne va lasciando solo il desiderio.

Ecco cosa chiediamo per il 30° anniversario della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza

Servizi sociali, un modello culturale totalmente rovesciato. Nel 2000 a Londra non c’era quartiere che non avesse due o tre vetrine, dentro alla quale entrando avresti potuto trovare una hall, una receptionist, delle poltrone e una macchinetta per prendere un numeretto; l’attesa massima era di 10 minuti. Si veniva accolti in un confortevole ed essenziale ufficio, dove c’era tutto quello di cui si poteva aver bisogno per mettere giù un piano e un intervento di orientamento e supporto “step by step” per vedere realizzare gli obiettivi contenuti impliciti di un diritto: studio, lavoro, sanità, protezione, casa, formazione, hobbies, cibo,….. Lì dentro da quel momento in poi, ogni giorno avresti sempre potuto essere ricevuto su appuntamento, trovare un sorriso e dei referenti per parlare delle tue necessità concrete.

Dall’altra parte della scrivania sedevano un legale, un assistente sociale e un educatore. Attraverso figure professionali preparate alla relazione umana e un luogo facilmente accessibile, un intero team con a capo un manager, garantivano gratuitamente al passante un’immediata possibilità di percorrere la strada dei diritti.

Lo scopo dei servizi sociali, così concepiti, principalmente, era quello di far entrare tutti i cittadini nei loro uffici; sia coloro che potevano dare sia quelli che dovevano ricevere.

I servizi sociali erano ovunque; accanto al supermercato o ad una lavanderia. Bastava alzare lo sguardo e vedere un ambiente familiare, pulito e gentile nella forma e nel contenuto dove essere ascoltati. Dove ricevere spiegazione sui diritti e tutto lo spazio di manovra possibile per ottenerli. Uscivi dopo qualche incontro con un piano di intervento individualizzato finalizzato all’ottenimento dei tuoi obiettivi attraverso la concretizzazione di alcuni diritti; seguiva una fase di accompagnamento e supervisione gratuita.

Quale percorso?

Quello di accesso ai diritti, quello che porta al loro concretizzarsi. L’esito non era, certamente, sempre garantito singolarmente, ma la cultura dei diritti era ed è pane quotidiano. Questo sarebbe già un grande risultato da raggiungere.

Nessuno crede che l’estero sia sempre e comunque migliore di noi ma, da qualche parte, sentiamo tutti un leggero fastidio ad ammettere l’arretratezza culturale della nostra Italia su questa strada.

Che i governi dunque ripensino i servizi sociali, che questi escano dai palazzi, che stiano nelle vetrine, che stiano sulle strade, che smettano di spendere quel poco che spendono nel raccogliere i cocci, che si decidano ad investire nella riforma strutturale che i servizi sociali necessitano affinché possano essere promotori della cultura dei diritti. Fate presto, raggiungete la popolazione sana che ha bisogno di aiuto, applicatevi a strutturare un modello che intercetti il malato prima ancora che si trovi a salire le scale di quei servizi che per strada non si vedono.

Abbiamo paura dell’assenza dei diritti, perché è dovuto al fatto che la cultura del diritto è prigioniera. Di chi? Dei libri specializzati, delle tavole rotonde a tema, degli esperti di pubblicità che la utilizzano per mercificare i valori, degli uffici dei servizi sociali oberati dalle loro emergenze. Ci teniamo a dire con forza che l’Italia non ha nulla da invidiare a nessun Paese del mondo, in ordine alla dottrina dei diritti di tutela dei minori.

Abbiamo invece molto, molto lavoro da svolgere per riformare i servizi sociali, farli scendere nelle strade, organizzarli sulla base di un modello culturale totalmente rovesciato. Questo perché possa essere al fianco dei cittadini: quelli sani e in difficoltà, quelli sani con dei desideri, quelli sani con qualche bisogno da aggiungere, quelli sani ma poveri, quelli ricchi ma colpiti all’improvviso dalle difficoltà umane che la vita comporta, quelli che sono nati in famiglie abusanti e che diventano bisognosi di intervento urgente ed efficace.

Ecco cosa chiediamo in questa giornata: chiediamo che i diritti siano sul marciapiede, che noi possiamo incontrarli e che i nostri figli sentano il loro odore. Ci auguriamo che le famiglie e ogni singolo individuo possano incrociare gli occhi, le braccia e la voce dei diritti prima ancora di avere bisogno di essere tutelati e di essere in uno stato di bisogno estremo.

Ci auguriamo che del diritto si faccia cultura e si progredisca sulla via della tutela, che lo si faccia in fretta e che si faccia senza dover accontentare gruppi di potere, logiche di spartizione dei consensi e si escluda la possibilità di lucrare sulle difficoltà e le richieste di aiuto.
Facciamo uscire i diritti dai palazzi e dalle loro logiche. Urliamo forte affinché stiano con noi, in mezzo alla gente.

A cura di Barbra Pasquini Psicopedagogista e consulente presso l’associazione “Io, Noi” Fiumicino e il Movimento Nonviolento Roma.

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