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Le Rubriche di Il Faro Online - Scuola

Pensioni: nel 2020 rimangono Quota 100, Opzione Donna e Ape Sociale

Lo dice la Legge di Bilancio approvata in via definitiva. Si sta valutando di estendere a tutti l’accesso con 41 anni di contributi

Scuola – Il 2020 potrebbe essere l’anno buono per assistere a importanti modifiche della riforma delle pensioni Monti-Fornero: le basi sono contenute nella Legge di Bilancio appena approvata, con cui si introducono tre tipi di flessibilità, le quali, spiega Il Corriere della Sera, dovrebbero diventare strutturali, con conferme, alcune proroghe e una novità importante.

GLI ATTUALI REQUISITI DI ACCESSO

L’età della pensione di vecchiaia resta fissata per il 2020 e 2021 a 67 anni. Come si legge nel decreto del Mef pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale: “A decorrere dal 1° gennaio 2021, i requisiti di accesso ai trattamenti pensionistici non sono ulteriormente incrementati”.

In particolare, via XX settembre ha preso atto della nota del presidente dell’Istat che comunica l’aumento della speranza di vita a 65 anni, “pari a 0,021 decimi di anni”. Il dato, spiega il decreto, “trasformato in dodicesimi di anno, equivale a una variazione di 0,025 che, a sua volta arrotondato in mesi, corrisponde a una variazione pari a 0”. Nel 2020 usciranno dal mercato del lavoro i nati nel 1953 e, nel 2021, i nati nel 1954.

QUOTA 100 ALTRI DUE ANNI

Quota 100, ovvero la possibilità di congedarsi dal lavoro con 62 anni di età e 38 di contributi, viene confermata anche per il 2020: lo si deve al maxiemendamento del 16 dicembre, il quale prevede 300 milioni di risparmi per il 2020, che vanno così ad aggiungersi all’1,7 miliardi calcolati dal Def (Documento di Economia e Finanza).

Per il 2021 i risparmi previsti si aggirano attorno ai 900 milioni, mentre scendono a 500 milioni nel 2022, con un risparmio nei 3 anni di 3,8 miliardi (le domande pervenute all’Inps nel 2019 sono risultate esigue).

OPZIONE DONNA

Nel 2020 è prevista anche la proroga per “Opzione Donna”, canale di accesso anticipato alla pensione riservato alle lavoratrici con almeno 35 anni di contributi e 58 anni di età se lavoratrici dipendenti o 59 se autonome. Con la proroga, maturati i requisiti entro il 31 dicembre di quest’anno, le dipendenti dovranno attendere una finestra di 12 mesi per la decorrenza della pensione, le autonome 18 mesi. Chi accede a opzione donna va in pensione prima ma riceve un assegno calcolato interamente col contributivo, perdendoci circa il 25-30%.

APE SOCIALE E PENSIONE DI CITTADINANZA

Ribadita per il 2020 anche l’Ape sociale per i lavoratori con almeno 63 anni di età e 30 di contributi (che diventano 36 se impegnati in attività gravose). Confermata, infine, la pensione di cittadinanza, la versione per gli over 67 del reddito di cittadinanza. A beneficiarne sono i nuclei familiari composti esclusivamente da uno o più componenti con un’età pari o superiore ai 67 anni. Chi è più avanti nell’età (e ha un reddito Isee fino 9.360 euro) ha diritto a ricevere un assegno di integrazione che può arrivare fino a un massimo di 780 euro.

DOPO IL 2021: QUOTA 41 O 103?

Dopo cosa accadrà? Quota 41, che apre alla pensione con altrettanti anni di contributi indipendentemente dall’età, potrebbe essere l’opzione più percorribile. Oggi, in base alla legge in vigore e in alternativa alla pensione di vecchiaia, si può optare per la pensione anticipata con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica, ma bisogna soddisfare determinati requisiti (essere lavoratori precoci e appartenere a una categoria svantaggiata: disoccupati, invalidi al 74%, lavoratori gravosi…). Un’altra ipotesi è Quota 103: una pensione anticipata con più anni di contributi e di anzianità.

IL COMMENTO DEL PRESIDENTE ANIEF

Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief: “l’Italia non può continuare a costringere a rimanere al lavoro addirittura chi ha versato più di quarant’anni di contributi. Quota 41 anni di contributi è il minimo che si possa approvare.

Nella scuola, inoltre, bisogna assolutamente riconoscere il fatto che l’insegnamento comporta in percentuale molto elevata il burnout, con costi sociali in progressiva crescita: ancora di più perché l’Oms ha inserito recentemente il burnout nell’elenco dei disturbi medici.

È bene, dunque, che l’insegnamento venga collocato nella lista delle professioni gravose, oggi limitate a 11 lavori, così da fare accedere i docenti all’Ape Social, la quale permette di anticipare l’accesso al pensionamento di quasi quattro anni, senza particolari decurtazioni, rispetto ai 67 anni introdotti con l’assurda legge Fornero”.