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Roma, il clan Fasciani per la Cassazione è da considerare “mafia autoctona”

Rese note le motivazioni per le quali la Corte di Cassazione ha ribaltato la sentenza del processo d'appello. La condotta del clan Fasciani è giudicata "pericolosa o inquinante il tessuto economico e sociale di riferimento"

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Roma – Ciò che non è valso per la Banda della Magliana prima o per il gruppo legato a Buzzi e Carminati, ovvero una condotta criminale di stampo mafioso, vale per il clan Fasciani. La Corte di Cassazione ha pubblicato le motivazioni della sentenza che definisce “mafia” l’azione criminale del gruppo che fa capo a Carmine Fasciani. Una mafia autoctona, quindi non riferita alle mafie già note come Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Camorra o Sacra Corona Unita, ma non meno pericolosa, secondo i giudici in ermellino.

A riassume motivazioni e deduzioni è un articolo dell’agenzia Ansa firmato da Margherita Nanetti che qui riprendiamo.

La mafia a Roma c’è – esordisce l’agenzia – Il ‘fenomeno’ adesso è ‘certificato’ dalla prima sentenza della Cassazione che mette nero su bianco il fatto che nella capitale agiscono gruppi criminali che non fanno riferimento alle mafie tradizionali ma sono tipici ‘prodottì del territorio capitolino, e fanno qui riferimento ai loro boss e alla loro organizzazione. In un mare di omertà, tanto che le indagini – in questo caso nei confronti del clan Fasciani, guidato dal ‘patriarca’ Carmine – sono basate solo sulle intercettazioni, non si appoggiano sui pentiti, le stesse vittime di estorsioni in aula hanno ritrattato, anzi non si sono proprio presentate, hanno mandato solo i legali. «Si può affermare che anche la città di Roma ha conosciuto l’esistenza di una presenza ‘mafiosa’, sebbene in modo diverso da altre città del Sud, ma non per questo meno pericolosa o inquinante il tessuto economico e sociale di riferimento», sottolinea la Cassazione nelle motivazioni relative al verdetto che il 29 novembre scorso ha confermato le condanne per associazione mafiosa e altri delitti a dodici imputati del clan Fasciani. Il gruppo, ricordano i supremi giudici, alla fine degli anni ’90 ha fatto il «salto» da «associazione semplice» a clan mafioso usandone i «metodi» e l’organizzazione. Ad avviso degli ‘ermellini’, «ricondurre alla sola figura» del boss Carmine Fasciani «il complesso dei fenomeni criminali pur emersi dall’attività di investigazione sarebbe riduttivo e semplicistico». Perchè «condotte di sistematica valenza criminale consumate e sedimentate nel corso degli anni e in settori ben precisi e diversificati non possono che essere espressione di un’azione articolata secondo un preordinato programma criminoso che vede naturalmente al vertice il ‘capò» che «deve necessariamente avvalersi di una struttura consolidata» senza la quale «da solo e soprattutto in un periodo in cui era detenuto agli arresti ospedalieri o controllato, nulla avrebbe potuto realizzare di significativo, tanto più in un territorio ove operavano (e operano) altri agguerriti sodalizi». Il riferimento è al quartiere di Ostia e alla ‘famiglia’ degli Spada, che conta vari esponenti condannati per mafia in processi di merito ancora in corso a Roma e per i quali questa sentenza della Cassazione rappresenta una «bussola», come spiegano ‘off records’ gli stessi ‘ermellini’.

«La mafia a Roma esiste. Cassazione conferma che clan Fasciani paragonabile alle cosche del sud Italia. Metodi sono gli stessi, uguale la pericolosità. Noi siamo sempre al fianco dei cittadini onesti e di chi combatte la criminalità» dice dal Campidoglio la sindaca Virginia Raggi che nella lotta ai clan è in prima fila. Mentre ancora si attendono le motivazioni su ‘Mafia capitale’ della Sesta sezione penale della Suprema Corte che lo scorso 22 ottobre ha azzerato le condanne per 416bis riducendo il ‘mondo di mezzo’ di Carminati e Buzzi ad associazione semplice, il verdetto sui Fasciani intanto afferma che non ci sono più solo le mafie a «denominazione di origine controllata» ma anche quelle «a forma libera». Perchè «la complessità delle dinamiche sociali» – scrive il consigliere Giovanni Ariolli, che quando faceva il gip a Roma è stato tra i primi ad autorizzare le intercettazioni sui cellulari dei mafiosi di Ostia – richiede una «flessibilità» delle «tipologie espressive e delle forme di intimidazione» che ben possono «trascendere la vita e l’incolumità personale, per attingere direttamente la ‘persona’, con i suoi diritti inviolabili, anche relazionali, la quale viene ad essere coattivamente limitata nelle sue facoltà».

Con questo verdetto – 150 pagine, presidente del collegio Giovanni Diotallevi – è stata sostanzialmente confermata, eccetto piccolissime limature, la sentenza dell’appello bis emessa dalla Corte di Appello di Roma il 4 febbraio 2019, dopo che la stessa Cassazione in precedenza aveva annullato il primo giudizio di appello restio a riconoscere i Fasciani come clan mafioso autoctono, operante nel territorio della capitale, non solo nel quartiere litoraneo di Ostia. A ‘don’ Carmine – diventato anche una sorta di ‘paciere’ nei conflitti tra gruppi criminali – sono stati inflitti 27 anni di reclusione, 12 anni e 5 mesi alla moglie, Silvia Bartoli, 11 anni e 4 mesi alla figlia Sabrina e a6 anni e 10 mesi ad Azzurra, l’altra figlia“.

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