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Camici bianchi, i caduti sul fronte Covid-19 e il dovere di combattere

Gli operatori sanitari contagiati dal virus sono 6.205: vale a dire più del 9% dei casi totali. Un numero spaventoso, soprattutto per chi, ogni mattina, si alza per andare a lavorare in ospedale

Roma – Era il 21 febbraio quando l’Italia registrava il suo primo caso autoctono di Covid-19. Sembrano passati mesi, quasi anni, ma è da allora che gli operatori sanitari di tutto il paese sono in prima linea, ogni giorno, a combattere una battaglia che nessuno, forse, si aspettava di dover affrontare. Migliaia di uomini e donne, con anni di carriera alle spalle o appena laureati: tutti sono chiamati a dare una mano per debellare il virus che sta facendo tremare il mondo intero. E come per ogni altra guerra che la storia ricordi, il prezzo da pagare è sempre molto, troppo alto: con la morte, annunciata in mattinata, del dottor Giulio Calvi di Bergamo, infatti, il numero dei medici deceduti a causa del coronavirus è oggi salito a 44.

Gli operatori sanitari contagiati dal virus, ci dicono i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, sono 6.205: vale a dire più del 9% dei casi totali. Un numero spaventoso, soprattutto per chi, ogni mattina, si alza per andare a lavorare in ospedale, senza neanche poter sperare di trovare conforto nei propri cari da cui, spesso, si sono dovuti allontanare. Medici, infermieri, farmacisti: tutti alle prese con turni estenuanti, protezioni che lasciano sul viso i segni di giornate infinite, e pazienti che muoiono da soli. E’, questo, un conflitto logorante, combattuto in trincea, sotto un fuoco nemico che non conosce tregua, e il cui risvolto psicologico non può e non deve essere sottovalutato: anche chi a questo mestiere ha consacrato la propria vita, infatti, è inevitabilmente colto dalla paura di non farcela, di soccombere ad un mostro sconosciuto e spaventosamente potente. Eppure, sono lì: in corsia, sull’ambulanza, nelle tende degli ospedali da campo. Giorno dopo giorno. A fare il loro dovere.

(Il Faro online)