Seguici su

Cerca nel sito

Dalla pandemia sanitaria alla pandemia sociale, dal rischio coronavirus al rischio povertà. E’ la seconda fase?

Non è vero che stiamo tutti sulla stessa barca: c’è chi è già in mare senza salvagente, chi su una barca in balia della sorte, chi su uno yacht al sicuro

Incredulità e scettiscismo, paura e rispetto delle regole, attesa e speranza questi sono stati i sentimenti e gli stati d’animo che ci hanno accompagnato dal momento in cui si è manifestato ad oggi questo nemico invisibile. Un nemico di cui ne conosciamo solo gli effetti sulla nostra salute, che possono essere devastanti e il nome: Coronavirus o Covid-19.

Un nome che è diventato un prefisso: non c’è titolo giornalistico, comunicazione istituzionale o scientifica che non inizi con questo nome. Tutto quello che succede, ci dicono gli esperti della comunicazione, avviene “ai tempi del Coronavirus”.

In questa cosiddetta prima fase, in cui l’umanità si è fermata mentre il mondo, la natura andavano avanti anche senza di noi, abbiamo fatto esperienza della nostra fragilità e, quanto potesse essere effimero il nostro modello sociale ed economico, per non parlare del nostro senso di onnipotenza.

Per conoscerlo, per capirne la pericolosità, per difenderci da questo Coronavirus, qualcuno ce lo ha dovuto raccontare, mostrare ed educarci ad averne paura.

L’antidoto? È il vaccino ci dicono gli scienziati, ma non esiste e non si sa quanto potremo averlo. E allora come ne usciamo, come ci difendiamo? Con le leggi speciali e con gli esperti, ci dicono i politici. Tutto si ferma, le persone restano a casa e le attività chiudono, tranne quelle strettamente legate alla nostra sopravvivenza.

La parola d’ordine è diventata “distanziamento sociale” e il problema numero uno quello di mantenere l’ordine sociale. E immagino che i politici abbiano chiesto a sociologi e psicologi, come si fa? Semplice, ai tempi del Coronavirus ci sono gli hashtag: #iorestoacasa – #andratuttobene.

Adesso abbiamo di fronte una seconda fase e un altro nemico da affrontare, ma questa volta lo conosciamo bene: è la povertà economica. Il mondo della produzione e del lavoro sono in ginocchio. Molti non sanno se riusciranno a far ripartire la loro azienda o a rialzare la serranda della propria attività; molti non sanno se ritroveranno il loro posto di lavoro e il loro stipendio; c’è chi si arrangiava e viveva inventandosi il lavoro, giorno dopo giorno, e adesso non sa se potrà ancora racimolare quei pochi euro per la sopravvivenza della propria famiglia; c’è chi aveva un lavoro anche se era “in nero” e adesso di nero ha davanti solo il suo presente.

Questa volta non c’è bisogno che nessuno ci racconti o ci insegni niente. Conosciamo bene le conseguenze della povertà e la paura che questa seconda fase sarà ancora più difficile della prima e certamente non basteranno gli hashtag #andratuttobene per darci la forza di cantare dalle finestre.

Questa volta è la politica che deve fare la sua parte, a tutti i livelli e in modo concreto e immediato. Questa volta, la politica non può fuggire dai propri compiti e dalle proprie responsabilità, definire solo le linee guida e aspettare che le decisioni arrivino da una commissione di esperti.

Oggi più che mai è richiesta la capacità e la competenza per fare delle scelte e prendere delle decisioni, nel solo ed esclusivo interesse dei cittadini iniziando di quegli “ultimi” che già stanno scivolando nel baratro della povertà e della disperazione.

Difficile pensare che sia questa “classe politica” ad avere le doti necessarie per sollevare il Paese dal baratro.
Altrettanto difficile, pensare che la cosiddetta “società civile” e la “gente comune” sappia superare quell’egoismo, quell’indifferenza verso gli altri e capire che l’unico antitodo che può salvare tutti è la solidarietà. Questa volta, mai come prima di oggi, siamo tutti chiamati a fare la nostra parte e a cambiare atteggiamento.

Papa Francesco parla di “Pandemia Sociale” e di un altro virus in arrivo, ben peggiore del Covid-19: l’egoismo. “Si trasmette ha detto il Pontefice – a partire dall’idea che la vita migliora se va meglio a me, che tutto andrà bene se andrà bene per me”

Non è vero che stiamo tutti sulla stessa barca: c’è chi è già in mare senza salvagente, chi su un canotto in balia della sorte, chi su una barca al sicuro, chi su uno yacht di lusso e guarda tutto da lontano come se vedesse un film.

La politica del Parlamento e del Governo avrà un ruolo di grande responsabilità nel fare uscire il Paese da questa tragedia. Ma, chi ha e avrà il compito più difficile è la politica locale, gli amministratori più vicini ai cittadini, che ogni giorno si ritrovano ad affrontare la disperazione delle nuove forme di povertà, l’impotenza dei propri servizi sociali, l’agonia dei propri imprenditori, le casse vuote del proprio Comune.
E allora, come ne usciamo?

*Sociologo delle Politiche e dei Servizi Sociali
Il Faro online – Clicca qui per leggere tutti gli Editoriali