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17 maggio, Giornata Internazionale contro l’omofobia

Gay Center: "Nell'ultimo anno, si è verificato un incremento del 17% di richieste d’aiuto"

Nel 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha eliminato l’omosessualità dalla classificazione delle malattie mentali. Infatti, fino a solo trent’anni fa, sia nella nona versione dell’Icd (International Classification of Desease) che nella terza versione del Dsm (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) dell’Apa (American Psychiatric Association), l’omosessualità era di fatto considerata una forma di devianza psicologica, assimilabile ad altri disturbi della personalità e ai disturbi sessuali. Le conseguenze materiali di questa classificazione sono state in primis la stigmatizzazione sociale e le terapie di conversione, i cui retaggi culturali persistono ancora oggi.

Nel 2004, quattordici anni dopo la revisione dell’Icd, la Giornata internazionale contro l’omofobia è stata organizzata e realizzata dal comitato IDAHO, fondato dallo scrittore e attivista francese LGBT Luis George Tin: oggi, viene celebrata il 17 Maggio in 130 paesi in tutto il mondo, attraverso attività e iniziative volte alla sensibilizzazione verso le più disparate (e attuali) forme di discriminazione. In particolare, nel 2009 il nome viene corretto in International Day Against Homophobia and Transphobia, assimilando anche la fobia verso i transgender. Tra i prossimi obiettivi della campagna, c’è quello d’includere la bifobia, ovvero tutti quei comportamenti volti all’esclusione o al maltrattamento di persone con orientamento bisessuale.

Cortei di spettacoli, folle sorridenti, bandiere arcobaleno: non sono unicamente per le sofferte conquiste di un passato fin troppo recente o per il fatto che questa ricorrenza (almeno ufficialmente) ha delegittimato la stigmatizzazione sociale dell’orientamento sessuale. Piuttosto, rappresentano oggi un avvertimento, soprattutto verso i numeri che inquadrano una realtà ancora lontana da una consapevolezza piena generalizzata.

Omofobia: numeri di oggi

Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center, il numero verde nazionale in difesa di persone LGBT, ha dichiarato un incremento della percentuale di richieste d’aiuto nell’ultimo anno, dovuta in parte anche al lockdown. Secondo i dati dell’organizzazione, si è verificato un incremento del 17% di richieste d’aiuto a causa di ricatti e minacce, oltre ad un aumento del 3% per il mobbing. A queste stime, si aggiungono i dati di una ricerca nelle scuole, condotta dal Laboratorio Rainbow: su un campione di 1500 ragazzi ca, il 34% pensa che l’omosessualità sia sbagliata, mentre un 27% non vorrebbe avere un compagno di banco omosessuale.

A questi dati, il portavoce Marrazzo sottolinea anche l’esigenza di una legge contro le discriminazioni, che preveda centri d’accoglienza e d’ascolto per gestire meglio le denunce e garantire così dei punti di riferimento. Una sistematizzazione in questo senso è già da tempo diventata necessaria.

Una puntualizzazione sulla disforia di genere

Sono stati tanti gli aggiustamenti fatti finora, nella direzione di una comprensione psicologica più accurata, nella classificazione e cura dei disturbi legati alla sfera della sessualità.  Oggi, nei manuali diagnostici non resta più nulla delle vecchie classificazioni e non solo in termini accademici, ma anche e soprattutto adottando un linguaggio di supporto.

Nel Dsm-5 (2013), non si parla più di “disturbi dell’identità di genere”, appunto per evitare di confondere il tema dell’identità con le disfunzioni sessuali e le “perversioni”, tre aspetti che prima erano unificati in una sola categoria, mantenendo tra loro un denominatore comune.

Oggi, il termine disforia di genere rappresenta l’unica diagnosi di sofferenza psicologica rimasta relativa all’identità sessuale, è molto più specifica ed esclude tutto il resto (omosessualità compresa). Si concentra unicamente sulla sofferenza di una persona nell’esperire estraneità rispetto all’appartenenza sessuale anatomica (il sesso biologicamente assegnato), con tutte le relative caratteristiche di genere culturalmente richieste. In seguito alla riassegnazione chirurgica del sesso desiderato, la diagnosi di disforia di genere decade. Prima invece, veniva applicata anche alle persone transessuali dopo i cambiamenti effettuati, anche a fronte di una vita soddisfacente.

Tutto questo chiarisce gravi esemplificazioni che finora hanno portato ad associazioni deleterie anche in ambito clinico, per esempio che le parafilie siano associabili all’omosessualità, che l’omosessualità in sé racchiuda elementi di insofferenza verso la propria natura biologica (anche questo errato) o che ci sia necessariamente qualcosa che non va nell’esperire un’appartenenza psicologica non corrispondente alla natura biologica.

La conoscenza di questi passaggi, permetterebbe una comprensione maggiore di quanti errori e di quanta sofferenza siano state bersaglio tutte le espressioni di sè non conformi ai comportamenti stereotipici di ruolo, imposti dalla società.
(Il Faro online)