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Gli interminabili 69 giorni del lockdown. Una storia infinita o manca solo il finale?

Il 9 marzo e il 18 maggio 2020 sono due date che ritroveremo nei libri di storia e rimarranno un ricordo indelebile nella nostra mente

Era la sera del 9 marzo e il primo ministro Giuseppe Conte annunciava agli italiani che il Paese chiudeva e si fermava, tranne i servizi essenziali.
Il giorno dopo l’Organizzazione mondiale della sanità sentenzia: è pandemia.

Con lunedì 18 maggio è terminata la fase di chiusura e con essa le misure di restrizione che ci hanno accompagnato in questo tempo segnato dal Coronavirus. Le prossime settimane saranno fondamentali per capire se i nostri comportamenti riusciranno a tenere lontano il contagio o dovremo ritornare a fare i conti con la virulenza del Covid-19.

Il 9 marzo e il 18 maggio 2020 sono due date che ritroveremo nei libri di storia come le date del “lockdown italiano”. Mai come in questa occasione l’uso di un termine, che linguisticamente non ci appartiene, è stato così inappropriato e fuori luogo. Non ha assolutamente senso utilizzare un termine che non ci rimanda a nessun significato diretto, per definire un periodo che invece per tutti noi, senza distinzione alcuna, ha segnato la nostra vita e rimarrà un ricordo indelebile nella nostra mente.

Il 10 marzo inizia il blocco totale. Le misure dettate dal Governo, sotto forma di Decreti, per tutti conosciuti ormai come DPCM, hanno costituito un protocollo d’emergenza che ha imposto restrizioni, che man mano si sono inasprite: dall’obbligo di permanenza nelle proprie abitazioni per tutti, alla limitazione della libera circolazione delle persone, alla chiusura della quasi totalità delle attività lavorative, per 69 giorni.
Il tempo percepito durante questa chiusura prolungata non è misurabile, per ognuno di noi ha avuto un diverso valore.

Il 10 marzo rappresenta anche la data in cui abbiamo preso consapevolezza, almeno si spera, della nostra fragilità e di quanto tutto quello di cui ci siamo circondati e che affannosamente rincorriamo ogni giorno sia labile, provvisorio e possa diventare in un attimo evanescente.

I nostri affetti più cari, il nostro lavoro o per chi non ce l’aveva la “propria arte di arrangiarsi”, le nostre città, gli amici, gli amanti, i nostri hobby, le nostre auto, le nostre agende piene di impegni e da tanto altro ancora siamo stati costretti, in un attimo senza se e senza ma, ad abbandonare.

Pensavamo che ci fosse solo un’altra occasione in cui tutto questo potesse succedere, in un attimo senza se e senza ma e, invece, abbiamo scoperto che non è così.

69 giorni segnati da oltre 20 decreti del Governo, centinaia fra ordinanze della Protezione civile, del Commissario per l’emergenza, delle Regioni e dei Sindaci.

69 giorni incollati al televisore in cui abbiamo assorbito immagini scioccanti che arrivavano dagli ospedali, dai cimiteri e dalle città deserte.

69 giorni segnati da tante altre immagini a cui non abbiamo assistito: le sofferenze e le violenze consumate nel privato delle abitazioni, un privato più che mai inaccessibile, che molte donne, bambini e anziani hanno vissuto come prigionieri in mano ai loro carnefici.

69 giorni in cui hanno aleggiato due speranze: la prima #andràtuttobene – la speranza di sopravvivere alla pandemia e di ritornare alla normalità.
La seconda, la speranza che ognuno di noi potesse diventare una persona migliore e l’umanità stessa potesse diventare “più umana” e, quindi, di non ritornare alla normalità di prima.

Dal 18 maggio tutte le speranze possono essere verificate, al di là che si ritornerà o meno alla cosiddetta “normalità”.
Ma quello che è urgente è recuperare il senso e la sicurezza della quotidianità; rimettere in moto settori vitali per il benessere e la qualità della vita di tutti: in primo luogo l’economia, il lavoro, le scuole, i servizi sociosanitari, le opere pubbliche, il senso di comunità e di civiltà.

Chiunque abbia delle responsabilità istituzionali e politiche per far sì che tutto questo accada non può tirarsi indietro. È il momento che ogni azione e ogni provvedimento sia pensato e condiviso; è il momento di agire con competenza, professionalità, onestà e rispetto per gli altri, in particolare per chi si trova in condizioni di disagio e di fragilità. Quello che prima dei “tempi del Coronavirus” era normale non fare, adesso deve diventare straordinariamente normale fare.

È un cambiamento che lungo tutte le sue direttrici coinvolge – anzi, richiede – il noi. Per progettare nuove forme di convivenza, collaborazione, condivisione. Sarebbe un bel modo per uscire davvero da questa pandemia.
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