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Costretto a mangiare carne cruda da bimbo, così la ‘ndrangheta educa alla violenza

La vita di Luigi Bonaventura, "bambino soldato" cresciuto all’ombra della ‘ndrangheta e poi diventato collaboratore di Giustizia.

“Ti insegnano da piccolo come devi ammazzare da grande”. Così Luigi Bonaventura, collaboratore di Giustizia, descrive i segni che la mafia gli ha lasciato. Un’infanzia spezzata, fatta di istigazione alla violenza. Un’esistenza in cui la criminalità è uno stile di vita, che si cerca di tramandare di generazione in generazione.

Una fanciullezza in compagnia di cani incappucciati e picchiati per una settimana di fila, convivendo con i latrati di rabbia e dolore, con l’unico scopo di incattivire loro stessi e gli “adepti”. Frequenti le viste nei macelli in cui “ti fanno vedere come si sgozza un animale. Ti costringono a mangiare la carne cruda”, racconta

Bonaventura, durante il suo intervento nella trasmissione Edizione Speciale del faroonline.it andata in onda in occasione della ricorrenza della strage di Capaci (clicca qui per vedere la puntata). Da sempre nel mondo della mafia, ci sono famiglie che concepiscono figli proprio per farli diventare dei soldati. Poco importa se la vita di quei bambini resterà per sempre segnata.

Classe 1971, figlio del capobastone Salvatore Bonaventura e nipote di Luigi Vrenna il “capo dei capi” della ‘ndrangheta crotonese. Oggi Luigi Bonaventura non vive più all’ombra della sua famiglia e collabora con la Giustizia dal 2006. Pericoloso e doloroso il percorso che lo ha portato fuori da quel pozzo di violenza in cui è stato cresciuto. Una strada che gli ha consentito di allontanarsi da quella realtà cruda e crudele.

“È come non aver avuto un’infanzia. – spiega Luigi – Le pistole non erano giocattoli come quelle degli altri bambini. Si maneggiavano armi vere, non se ne vedeva la differenza”, continua. Che ne sa, in fondo, un bimbo della diversità tra le due? Non capisce e ne resta anche affascinato. Sparare il primo colpo in tenera età. Questo uno dei giochi più in voga tra quei bambini nel pieno degli anni della loro innocenza.

È la rinnegazione della strada imboccata da suo padre, che ha spinto Bonaventura a dissociarsi completamente dall’organizzazione criminale gestita dalla sua famiglia. La mafia – o meglio le mafie – sono realtà che appartengono al nostro Paese da troppo tempo. “La ‘ndrangheta è una tradizione che si tramanda di padre in figlio, una pesante eredità che ricade soprattutto sulle spalle dei primogeniti”, continua Bonaventura. La sua decisione di staccarsi da chi lo ha allevato non è stata facile da portare avanti. “Per mia moglie e mio figlio volevo un futuro diverso – spiega Luigi – Un futuro in cui i le armi sono solo semplici giocattoli. In cui si può giocare senza far male a nessuno”.

Onore a chi, come Bonaventura, è riuscito a liberarsi da quel mondo alimentato dall’odio e dalla violenza. Luigi Bonaventura non è più “quel” Luigi Bonaventura. Ci racconta un ricordo, ormai lontano, parlando in terza persona. Non è lui quel bambino soldato preparato per andare ad ammazzare. Lui oggi è l’uomo che ha lottato – e vinto – per riprendersi in mano la vita e decidere cosa farne.