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Le Rubriche di Il Faro Online - Lo scaffale dei libri

Concorso di Scrittura, premio per “Sperando in un applauso” di Eleonora Svegliati

La giuria del nostro concorso di scrittura ha individuato nell’opera di Eleonora Svegliati il miglior racconto in assoluto. Il sogno infranto di un esordiente a teatro al tempo del Covid-19

Roma – E’ la storia di un sogno dell’esordio teatrale infranto dall’epidemia il racconto vincitore nel nostro concorso di scrittura “Covid-19, quando tutto sarà finito…. Si intitola “Sperando in un applauso” e a scriverlo è stata Eleonora Svegliati, imponendosi su una settantina di scritti, molti dei quali di alto livello narrativo. A lei va il Premio come Miglior opera.

Otto ore ci separano dalla vincitrice che è in Australia per lavoro. Apprendendo la notizia, però, si è rallegrata del successo, soprattutto per la qualità della giuria che l’ha scelta tra le opere pervenute alla nostra redazione. Architetto e guida turistica, marchigiana di Jesi ma rimanda d’adozione da oltre dieci anni, Eleonora ama viaggiare, scrivere e il teatro.

Ricordiamo che a giudicare sono stati Massimo Lugli (giornalista de La Repubblica e autore di prestigio della Newton Compton), Gianni Maritati (giornalista redazione Cultura del Tg1 nonché autore di saggi), Angelo Perfetti (giornalista direttore de ilfaroonline.it) e Pino Scaccia (monumentale inviato del Tg1 e scrittore). Dietro di Eleonora Svegliati, vincitore della Sezione Narrativa, si è classificato il racconto “Le parole per dirlo” di Susi Ciolella che abbiamo pubblicato in questo articolo.

Eleonora Svegliati grazie alla collaborazione con i nostri partner commerciali, riceverà in premio il buono per un menù di pesce per due persone da consumare presso il ristorante “L’Angolo delle Meduse” di Fiumicino, in via Federico Martinengo 81.

Per scoprire la graduatoria definitiva degli scritti ricevuti e dei relativi autori, puoi raggiungere questa pagina.

La scrittrice vincitrice del nostro concorso come “Miglior opera”

SPERANDO IN UN APPLAUSO

Quel giorno Giacomo si era svegliato di ottimo umore. Il giorno del debutto era finalmente arrivato, e lui non poteva essere più eccitato. Quasi non ci credeva, dopo che erano andati a tanto così dal dover rinunciare a tutto: il virus, l’isolamento, quasi due mesi passati in casa senza sapere cosa sarebbe successo e quando. Tutto faceva pensare che il loro “Cyrano de Bergerac” non si sarebbe più fatto.

Per lui, che non vedeva l’ora di tornare a far teatro, le prime settimane erano state davvero dolorose: marzo gli era sembrato non finire mai. Soprattutto la prima settimana di isolamento in casa era stata vissuta dall’intera famiglia con grande angoscia. Sua madre, suo madre, persino suo fratello, che aveva solo nove anni, sembravano preoccupatissimi per quel nuovo virus, per il rischio di ammalarsi.

Aprile invece era incredibilmente passato in un soffio, tra lo studio e la compagnia tutto sommato piacevole dei suoi familiari: sentiva che quella quarantena, oltre ogni aspettativa, aveva rinsaldato il suo legame coi genitori e col fratello, e ne era felice.

Giacomo aveva diciott’anni, quell’anno si doveva diplomare, ma nessuno sapeva come avrebbero fatto: l’Esame di Stato sarebbe stato sospeso? O avrebbero trovato un modo per non farli assembrare (quanto gli piaceva, quella parola!)? O chissà che altro? In quelle settimane di emergenza nessuno lo sapeva. I genitori erano tesissimi in attesa di conoscere le modalità del suo esame, così come la maggior parte dei compagni di classe del liceo.

La sua preoccupazione, però, era per lo spettacolo. Ci avevano lavorato tutto l’anno, e per Giacomo era la prima volta. La passione del teatro gli era nata l’estate precedente, in modo casuale. Prima di allora non aveva mai pensato che potesse interessargli, stare su un palcoscenico.

Poi però Lorenzo l’aveva convinto a provare. “Vieni oggi e alla peggio non ci torni più. È gratis”, così l’aveva persuaso a partecipare alla lezione di prova del laboratorio teatrale. Il tutto si era svolto in modo naturale e rilassato, e Giacomo aveva scoperto che gli piaceva, esprimersi in quel modo. La cosa che preferiva era, forse, il lavoro che veniva fatto sull’occupazione dello spazio: gli sembrava una capacità molto utile da sviluppare, soprattutto nelle stazioni della metropolitana affollate.

Poi, durante il laboratorio gli avevano chiesto di scrivere un pensiero: il tema era la rabbia. Lui aveva scritto poche parole, che poi erano state lette da Cecilia, l’attrice che dirigeva il laboratorio. Giacomo era rimasto incantato dal modo in cui le sue parole, così semplici e abbozzate, avevano acquistato spessore grazie all’abilità di interpretarle di Cecilia, e desiderò imparare, anche lui, a dare vita alle parole in quel modo, ed essere in grado di trasmettere agli altri le stesse emozioni che riceveva lui, quando assisteva ad uno spettacolo.

Amava il teatro e tutto ciò che ci stava attorno. In pochi, intensi mesi aveva sviluppato una passione viscerale di cui tutti si stupivano; per primi i suoi genitori, che non l’avevano mai visto appassionarsi davvero a qualcosa, e anzi lo avevano sempre accusato di indifferenza e poco interesse nelle attività extrascolastiche.

Giacomo era un ragazzo paziente, nonostante la giovane età. Eppure il non sapere che ne sarebbe stato dello spettacolo a cui avevano lavorato per mesi, e il fatto che questa cosa del virus fosse successa proprio allora, gli sembrava una gigantesca ingiustizia. Razionalmente sapeva che c’era chi stava peggio: gente ricoverata in ospedale, persone che morivano senza aver potuto salutare i familiari, lavoratori che da un giorno all’altro il lavoro non ce l’avevano più.

Questi erano tutti pensieri dolorosi, Giacomo lo sapeva e ne soffriva, eppure il cuore gli si stringeva al pensiero dei  teatri vuoti, chiusi e polverosi, per chissà quanto tempo.

Ma, durante tutto quel tempo, una parte di lui aveva conservato la fiducia che lo spettacolo in qualche modo si sarebbe fatto, alla fine. L’ottimismo di quella convinzione irrazionale, per quanto cozzasse con la realtà della quarantena, l’aveva mandato avanti.

Difatti, alla fine, l’emergenza era finita e, prodigiosamente prima di quanto chiunque si sarebbe aspettato, anche i teatri erano stati autorizzati a riaprire. Ovviamente bisognava garantire un certo distacco tra gli spettatori, per cui la capienza delle strutture era stata notevolmente ridotta. E anche loro avevano dovuto adattare la rappresentazione affinché non vi fosse mai meno di un metro e mezzo di distanza tra un attore e l’altro. Avevano dovuto fare tutto in gran fretta, poiché l’autorizzazione ad aprire era arrivata soltanto una decina di giorni prima, sancendo il tanto sospirato ritorno alla normalità.

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Ed eccolo, il gran giorno. Giacomo pensava che sarebbe trascorso lentissimo, ed invece il pomeriggio arrivò in un lampo, prima che potesse davvero godersi l’attesa per quella serata: raggiunse il teatro, dove incontrò i suoi compagni di laboratorio. Si scaldarono, fecero esercizi di dizione e si concentrarono.

Lo spettacolo andò bene, come non avevano neanche osato immaginare. Cecilia era soddisfatta e persino i compagni di classe di Giacomo, notoriamente disinteressati al teatro, si complimentarono entusiasti. Inutile dire che sua madre si mostrò orgogliosa come se il figlio avesse appena debuttato a Broadway – cosa che lo imbarazzò non poco.

Per Giacomo, il momento più emozionante era stato quello degli applausi, quando avevano camminato verso il proscenio e lì si erano inchinati, tutti insieme, una, due, tre volte. Era stato un intenso momento di condivisione, in cui si era sentito completamente in comunione con i suoi compagni.

Se soltanto le luci dei riflettori non fossero state così accecanti, forse avrebbe potuto scorgere i suoi amici, in platea; erano davvero forti, quelle luci. Giacomo non riusciva a tenere gli occhi aperti. Infastidito, era tentato di coprirsi il viso con la mano. Socchiuse gli occhi, invece, e nello stesso momento gli sembrò di cadere.

Riaprì gli occhi, frastornato. La luce forte del mattino entrava attraverso la finestra aperta, illuminandogli il cuscino. Giacomo sentì dalla cucina i genitori intenti a preparare una tardiva colazione.

Era il 5 maggio del 2020, in Italia. I teatri erano chiusi, e nessuno sapeva quando avrebbero riaperto.