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Ancora non si va in scena: il bando “Ostia da Mare” fa indignare le associazioni culturali

L'assessore Denicolò spiega gli aiuti delle amministrazioni: momento buio

Ostia – Teatri senza spettacoli, musicisti senza concerti. Le scuole di musica e recitazione riaprono: senza saggi, con poche lezioni che continuano preferibilmente online, come unica fonte utile di guadagno.

La situazione delle associazioni culturali del X Municipio versa in una criticità senza precedenti: stiamo parlando di quegli stessi artisti e professionisti che hanno portato il teatro a Ostia, quarant’anni fa, quando sul territorio non c’era nessuna iniziativa in ambito artistico, e che oggi lottano per farsi ascoltare sull’orlo del fallimento delle attività. Da qui l’unione tra tutte le associazioni culturali del X Municipio che, da Marzo, continuano ad annaspare tra logoranti videochiamate Zoom e buone intenzioni non concretizzate.

Un tunnel senza fine: dal Comune non arrivano ancora risposte, o se ci sono delle iniziative, non sono utili a risolvere il problema, anzi sembrano aggravarlo.  Il paradigma per il quale non andare in scena e non organizzare nulla di concreto, sia quasi più conveniente che farlo, si sta facendo sempre più schiacciante.

Ora è turno del Bando “Ostia da Mare 2020”, che poteva profilarsi come un’occasione, una soluzione per rilanciare gli spettacoli e aiutare per le associazioni culturali, in vista dell’estate. Le contraddizioni interne al Bando hanno mandato su tutte le furie gli eventuali destinatari che, ancora una volta, non solo non sono stati ascoltati né interpellati sull’ideazione e la logistica dello stesso, ma si ritrovano di nuovo a non potere sostenere i costi dell’iniziativa.

Dando un’occhiata ai numeri: i primi due lotti di spettacoli, che avrebbero avuto luogo nel Chiosco del Governatorato (Chiostro del Bramante) prevedono 5.737 euro per l’organizzazione di un minimo di sei serate e una durata non inferiore 75 minuti. Il terzo lotto, che verrebbe ospitato nel Borgo di Ostia Antica, prevede quattro serate per una durata minima di 90 minuti ciascuno. Nel primo caso, l’introito sarebbe di 5.737,70€, che diviso sei serate fa 956. Il secondo introito ammonta a 2.666€.

A entrambe le somme va sottratta una lunga lista di costi obbligatori, cui ogni associazione dovrà provvedere da sé: come l’allestimento (palco, luci, tecnici) permessi per il suolo pubblico, sedie, impianti acustici, sicurezza, bagni chimici, pubblicità e materiale di comunicazione. Il tutto senza contare la sottrazione di Iva, SIAE e agibilità ex ENPALS.

Il risultato? 300 euro a serata circa, con cui si stima molto poco realisticamente di poter pagare dei professionisti. Dunque, la protesta: le associazioni culturali, tra cui l’Accademia Arcadia, Il teatro Pegaso (Sala Massimo Troisi), la scuola di musica School of Rock e altri, hanno chiesto unanimamente la revoca del Bando. Ancora una volta, sottolineano: “La speranza di una ripresa non è sostenuta dall’iniziativa dell’amministrazione pubblica, ma sempre da quella privata”.

L’intenzione del Bando è stata fraintesa” spiega Silvana Denicolò, assessore alla cultura del X Municipio che, dall’inizio del lockdown, ha seguito personalmente  la situazione di tutte le associazioni culturali del territorio: “Il bando era rivolto a piccole realtà artistiche nell’ottica della realizzazione di microeventi, per rianimare la vita culturale del territorio. Non voleva profilarsi come l’ammortizzatore economico di una situazione assolutamente drammatica, ma per cui ci stiamo muovendo costantemente su più fronti”.

Come afferma l’assessore, il Municipio, nè il Comune, hanno le risorse economiche per fronteggiare lo strappo causato dal lockdown: “Stavamo pensando ad un possibile accordo con Canale Dieci, è stata approvata l’idea di organizzare dei piccoli flashmob, per sostenere il più possibile. Nulla di questo è stato proposto come economicamente risolutivo”.

Un circolo vizioso. Il fermo, resta comunque straziante: l’impossibilità di partecipare ai bandi pubblici per qualche criterio escludente e/o l’inconvenienza di parteciparvi, arresta le associazioni e le loro arti, in un blocco forzato, dove nè arrivano contributi economici consistenti, utili a garantire di non fallire, nè è facilitata la partecipazione a piccole iniziative pubbliche.

In ogni caso, quanto più incide in questo periodo di pesanti difficoltà, è senza dubbio l’esperienza di deprivazione artistica dei professionisti e dei propri allievi. Stiamo parlando di un territorio che ormai arriva alla sua terza generazione in questi ambiti, tra insegnanti con una stratificazione umana e artistica quarantennale, che a loro volta hanno tirato su altri insegnanti ed ospitato eccellenze che hanno calcato le scene dei più grandi teatri di Roma. 

Di centinaia di bambini ormai cresciuti e di adulti che si incontrano anni dopo, che fanno rete, che si riconoscono in base al nome dei propri maestri e dei teatri in cui sono cresciuti. Per la storia (tutt’altro che lineare e spoglia di difficoltà) che c’è dietro a ciascuno di loro. Nessuno si arrende a tirare giù la saracinesca della propria scuola o del proprio palcoscenico. E pertanto, il livello delle associazioni culturali del X Municipio non è assimilabile alla definizione di “periferia”, nel modo più assoluto.

Ma il rischio è proprio questo: un territorio senza teatri, senza musica, senza concerti, senza spettacoli, è un territorio dove la cultura non può respirare. E un territorio senza cultura come punto di riferimento, torna a essere una periferia.
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