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Mafia, il boss Zagaria torna in carcere. La Uilpa Polizia Penitenziaria: “Adesso lavorare sul diritto alla salute”

Maricetta Tirrito (Cogi): "La Polizia penitenziaria va tutelata. Urgente un protocollo sanitario condiviso"

Roma – E’ di oggi la notizia che Pasquale Zagaria, ergastolano e fratello del capoclan dei Casalesi Michele, torna in carcere. Il boss è stato trasferito questa mattina nel carcere di Opera a Milano, la struttura individuata dal Dap come luogo idoneo per la detenzione. “Pasquale Zagaria – sottolinea Gennarino De Fazio, Segretario Generale della Uilpa Polizia Penitenziaria – fu scarcerato fra mille polemiche e show televisivi in piena crisi pandemica da Covid-19 ad aprile scorso. Il punto da chiarire – afferma De Fazio – è che sono assolutamente fuori luogo dichiarazioni istituzionali trionfalistiche sull’episodio. Che i mafiosi stiano in carcere deve essere la normalità, non l’eccezione. Il punto è capire perché siano usciti, e questo attiene alla condizione di sovraffollamento e di condizioni sanitarie a volte precarie esistenti nei luoghi di detenzione.

Il diritto alla salute deve essere garantito ad ogni essere umano – afferma ancora De Fazio – ma primario è che questo diritto possa essere esercitato all’interno dei penitenziari. Cosa che ancora non è sempre assicurata. Certo le condizioni da marzo sono migliorate, esistono le mascherine, i gel disinfettanti e tutti gli altri presidi anti contagio, ma la condizione strutturale è rimasta la stessa. E ad oggi ancora non è stato condiviso con i sindacati un ‘protocollo sanitario’.

Sia chiaro – spiega ancora il leader della Uilpa Pp –, nei penitenziari la situazione attuale per quel che concerne il coronavirus non desta maggiori preoccupazioni che all’esterno; anzi, gli ultimi dati comunicati dal Dap, pur con qualche preoccupazione locale, sono complessivamente piuttosto confortanti se comparati con quelli generali, ma testimoniano anch’essi che il virus circola e sarà pertanto inevitabile che in qualche misura penetri all’interno delle cinte murarie, dove le problematiche di vivibilità e di natura sanitaria sono ataviche e antecedenti al Covid-19. Non possiamo rischiare che si riproponga quanto accaduto a marzo e ad aprile scorsi – conclude De Fazio –; per questo sono indispensabili e urgenti ulteriori misure di prevenzione e organizzative, che chiediamo ancora accoratamente al Dap, a partire – come detto – da un protocollo sanitario condiviso per gli operatori e alla somministrazione volontaria e generalizzata del vaccino contro l’influenza stagionale”.

Riteniamo – conclude De Fazio riferendosi a Zagaria – che a questo primo risultato abbia potuto dare già il suo primo contributo il nucleo di Polizia penitenziaria che da pochi giorni è impiegato a supporto del Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo Federico Cafiero de Raho, ma ora è indispensabile non cullarsi sui risultati, che per pudore non vogliamo definire allori, e operare compiutamente e tangibilmente per assicurare vivibilità e salubrità alle carceri”.

Una posizione condivisa e supportata da Maricetta Tirrito, portavoce del Comitato collaboratori di Giustizi (Cogi): “Le difficoltà espresse da De Fazio non sempre trovano cassa di risonanza, perché rappresentano una realtà che non vogliamo vedere perché scomoda, ma abbiamo il dovere di proteggere chi lavora in questi contesti. Dal punto di vista sanitario, è fondamentale che chi si è macchiato di crimini contro la società debba certamente essere curato, ma in carcere. E’ quello il luogo di destinazione di chi delinque, di chi attacca lo Stato, di chi lascia vittime sul selciato. Per questo il carcere deve essere attrezzato, per questo c’è bisogno di un protocollo condiviso con le forze di polizia penitenziaria, le quali per prime non devono rischiare alcunché all’interno delle case circondariali.

Lo stesso de Raho ha riconosciuto l’importante contributo che la polizia penitenziaria fornisce nel contrasto alle mafie e al terrorismo, sia per l’aspetto preventivo che quello repressivo, con il quotidiano sacrificio e impegno nel delicato compito di monitoraggio e analisi dei comportamenti dei detenuti per delitti di mafia o terrorismo nelle strutture carcerarie. Per tornare al caso Zagaria, rimettere la gente in carcere – conclude Tirrito – non significa avere fatto chissà quale conquista ma semplicemente rimettere a posto una cosa che non eravamo stati capaci di controllare. Oggi – viste le esperienze fatte – è ancora più evidente c’è bisogno di un cambio di passo: l’agente di polizia penitenziaria deve essere messo in condizione di lavorare in sicurezza, perché fatti del genere non si ripresentino”.

(Il Faro online)