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I giovani e il voto perduto: ritratto di un dramma generazionale

Mentre i loro nonni si recano alle urne anche a costo di grandi sacrifici, i più giovani sono sempre meno interessati a partecipare alla vita civile del nostro Paese

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Prestare servizio presso un seggio elettorale è un’esperienza che tutti dovrebbero provare almeno una volta. Essere parte del meccanismo che consente ai cittadini di esercitare il proprio diritto di voto è al contempo istruttivo e gratificante. Permette però anche di osservare in prima persona aspetti di questa realtà decisamente meno incoraggianti. Dopo essere stato segretario nelle 4 precedenti consultazioni, in queste ultime elezioni ho avuto l’opportunità di svolgere il ruolo di presidente presso un seggio e sono stato costretto ancora una volta a constatare un fatto lampante: i giovani non votano più e non hanno interesse a farlo. I più anziani, i loro nonni, pur di recarsi alle urne fanno sacrifici considerevoli, anche (e soprattutto) fisici. Un confronto generazionale iconico e impietoso.

L’esperienza del referendum costituzionale

Ho avuto modo di essere nuovamente testimone di questo fenomeno al referendum costituzionale del 20 e 21 settembre. Gli italiani erano chiamati non solo ad esprimere una preferenza in merito al riduzione del numero dei parlamentari, ma anche a dimostrare quanto è forte il loro desiderio di tornare alla normalità. Non è bastata infatti la paura per il Covid, di cui i contagi proprio in questi giorni crescono a ritmi allarmanti in tutta Europa (meno in Italia), per impedire al 54% degli aventi diritto di recarsi alle urne. Gel igienizzanti (efficaci anche nel rendere le mani molto appiccicose) e riconoscimenti con distanziamento hanno rallentato le operazioni, ma non sono riusciti ad ingolfare l’ingranaggio della democrazia.

Eppure, nella stessa epoca in cui la rivista americana Time nomina nel 2019 l’allora sedicenne Greta Thunberg “persona dell’anno” per il suo impegno nel sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sulla crisi climatica, i coetanei italiani della giovane attivista svedese scelgono di non esprimersi e fanno un passo indietro. In pochi si presentano per godere del loro diritto di libero voto, forse non consapevoli di come questo diritto sia un privilegio di cui ancora oggi, nel 2020, miliardi di persone non possono godere. Storia ben diversa per i proverbiali nonni che, memori di un’epoca in cui anche in Italia questo sacrosanto diritto era stato perduto, non solo continuano inamovibili a mettere il proprio segno sulla scheda nonostante acciacchi e difficoltà, ma lo fanno anche con passione e attaccamento.

La felicità in un foglio di carta

Ce l’ho fatta

Più che mai ho avuto dimostrazione di ciò lunedì 21 settembre, quando un elettore in là con gli anni si è presentato al seggio a poche ore dalla chiusura definitiva. Camminava con una certa difficoltà e si capiva che arrivare fin lì era stato un grande sforzo. Esibita la tessera elettorale, il signore scoprì che non vi erano più spazi disponibili per imprimere il timbro della sezione e di conseguenza non gli era possibile votare. Frustrazione e sconforto sembravano aver preso il sopravvento. “Non importa. Non voto” rispose il vegliardo all’invito della commissione a recarsi nel vicino ufficio elettorale per richiedere una tessera nuova. “No, no… me ne vado a casa” tagliò corto, visibilmente infastidito.

Era difficile immaginare di vederlo tornare solo mezz’ora più tardi con un evidente sorriso stampato sulla faccia, la tessera elettorale nuova tra le dita, pronto a ricevere, finalmente, la scheda per votare. Eppure è proprio così che è andata. “Ce l’ho fatta” annunciò giulivo entrando nell’aula (dopo essersi disinfettato le mani, naturalmente). Tutto contento poté votare senza ulteriori problemi e se ne andò dal seggio ringraziandoci. Ma eravamo noi a dover ringraziare lui: il suo esempio e la sua felicità erano allo stesso tempo un insegnamento e un monito.

Il trionfo dell’apatia

Vota sì, vota no, ce magnano tutti lo stesso

E i più giovani? Se non bastasse la testimonianza del numero tragicamente esiguo di giovanissimi elettori venuti al seggio (parlo di quelli compresi tra i 18 e i 24 anni), una di loro è riuscita in poche parole a convincermi definitivamente che il problema esiste davvero. Mi trovavo all’esterno, per controllare se ci fossero elettori in attesa di poter entrare nel seggio, con un ragazzo che faceva lo scrutatore presso la sezione accanto alla mia. Lì fuori ad aspettare c’era solo una giovanissima ragazza che non poteva avere più di vent’anni. “Tu devi votare?” chiese lo scrutatore che era con me. “No, no, ho già votato” rispose lei distrattamente. I due si conoscevano e lei proseguì di sua iniziativa rivolgendosi a lui (incurante della mia presenza): “Anche se votare non serve a niente. Vota , vota No, ce magnano tutti lo stesso”.

Ero infastidito e anche scoraggiato. Ricordavo la prima volta che avevo potuto votare (ammetterò, neanche così tanti anni fa) ed era stata una grande emozione per me, nonché una di quelle cose che ti fanno “sentire grande”. Secondo la legge la mia opinione contava come quella di tutti gli altri. Gli altri adulti. La sensazione era stata simile a quella provata al momento di riceve la patente di guida e aver potuto per la prima volta guidare da solo: orgoglio, soddisfazione, ma anche timore e un po’ di insicurezza. Quella ragazza invece, dopo quello che era stato certamente il suo primo voto, con poche parole era riuscita a mostrare un’insofferenza e un’apatia che ci si può aspettare solo da chi ha alle spalle decenni di delusioni politiche alle spalle (e, a mio parere, neanche in quel caso). E questo è un problema.

Il costo del disinteresse

Questo fenomeno è un problema per due motivi: innanzitutto il disinteresse di oggi porterà inevitabilmente alla formazione di una società sempre meno informata e consapevole delle proprie decisioni di voto (perché dovrei informarmi se tanto le mie decisioni sono irrilevanti o, come dice la giovane elettrice, “ce magnano tutti lo stesso?) e questo creerà un solco sempre più profondo tra rappresentati e rappresentanti (fattore che porterà a sua volta tensioni sociali crescenti); secondo, questo fenomeno rischia di auto-rafforzarsi in una spirale negativa sempre più grave, dato che i giovani disillusi di oggi cresceranno nuove generazioni che, se non saranno in grado di rilanciarsi autonomamente, saranno sempre meno legati all’importanza della partecipazione alla vita civile (che non è sinonimo di aperitivo sulla spiaggia o in locali alla moda in città).

Fenomeno grave in generale, il totale distacco e disinteresse per il voto è ancora più emblematico nei giovani perché dovrebbe, almeno in teoria, essere compensato dallo slancio e dalla proiezione verso il futuro normalmente associati a quelle fasi della vita. Quel ottimismo per il futuro e quel desiderio di provare per la prima volta ad esercitare i propri diritti di adulto, che dovrebbe rendere invitante poter esprimere la propria opinione e far valere il proprio peso decisionale, è così fiaccato che non solo porta la maggior parte dei giovani a non votare, ma porta anche alcuni di quelli che l’hanno fatto a ritenerlo una perdita di tempo.

Il potere del dialogo

Il senso di impotenza e di indifferenza pervade la nostra società come forse mai prima d’ora. Molti si sentono ignorati, non ascoltati, non capiti, a volte addirittura abbandonati. È vero, politici di ogni livello e istituzione hanno troppe volte dato prova di incompetenza, incoerenza, distacco dai bisogni dei cittadini. Ma questo non può significare la resa, l’abbandono del proprio diritto ad esprimere la propria posizione, perché la cura per quei mali è proprio una maggiore partecipazione alla vita politica del Paese, accompagnata da una migliore informazione.

Anche se fa comodo credere altrimenti e accomodarsi invece tra la folla che se ne lava le mani attribuendo la causa di tutti i problemi alla politica (non distinguendo la differenza tra politici e politica), non dobbiamo mai dimenticare che il futuro è nelle nostre mani. È tanto un diritto quanto un dovere fare la nostra parte non solo al momento di votare, ma anche prima del voto: informandoci, confrontandoci e coinvolgendo gli altri in un dibattito costruttivo che ci arricchisca tutti.

È proprio venendo a contatto costruttivamente con la discussione politica che può nascere il desiderio di riscatto e di partecipazione, ma questo è possibile solo se ci ricordiamo che la politica possiamo essere sempre tutti noi. Questa è la soluzione: ognuno di noi, nel suo piccolo, può contribuire alla creazione di un futuro migliore piantando i semi del dialogo e dell’informazione quando l’occasione di presenta. E, a volte ce ne dimentichiamo, quest’occasione bussa alla nostra porta ogni giorno.

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