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Scoperta una pensione per cani abusiva nelle campagne di Pomezia: blitz della Polizia Locale

L'intervento dei caschi bianchi è avvenuto in seguito alla segnalazione di un avvocato che ha denunciato la scomparsa di un cane di proprietà lasciato nella pensione

Pomezia – Aveva costruito una pensione per cani nei terreni di sua proprietà, pubblicizzando l’attività su internet. All’interno aveva tre cani, uno con microchip e l’altro senza.

L’intervento dei caschi bianchi è avvenuto in seguito alla segnalazione di un avvocato che ha denunciato la scomparsa di un cane di proprietà lasciato nella pensione. Due i lotti dove era stata allestita l’attività, entrambi “completamente recintati con rete, paletti e rete ombreggiante per non permettere la visione interna dall’esterno”, come si legge nell’Ordinanza Sindacale n.66.

Alla richiesta di informazioni sugli animali la proprietaria della pensione ha dichiarato alla Polizia Locale che il cane privo di microchip appartiene alla propria madre, al momento priva di residenza ed abitante in Pomezia e che uno dei cani con microchip era di proprietà di una signora che aveva lasciato l’animale nella pensione per qualche giorno e dal lontano 2013 non era mai più andata a riprenderlo. L’ultimo invece, sarebbe stato “di proprietà di una sua amica, che ha lasciato l’animale per qualche giorno dovendosi recare fuori Roma”, come riportato nell’ordinanza.

Il sopralluogo della Polizia Locale, insieme alla Asl Rm 6, ha permesso l’identificazione dei veri proprietari dei cani e dell’attività, nonché la chiusura della stessa.

“Alla verifica dei luoghi – prosegue il documento – si è accertato che questi non rispettano le normative vigenti relativamente alle
distanze delle attività”. Ora, la signora che ha allestito la pensione per cani abusiva, pubblicizzata anche sui social, dovrà procedere a regolarizzare la posizione dei due animali, uno senza microchip e l’altro di proprietà di terzi. Avrà comunque la possibilità di fare ricorso al Tar Lazio o un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica.

Per dovere di cronaca, e a tutela di chi è indagato, ricordiamo che un’accusa non equivale a una condanna, che le prove si formano in Tribunale e che l’ordinamento giudiziario italiano prevede comunque tre gradi di giudizio.
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