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Mini lockdown in provincia di Latina, gli operatori della ristorazione: “Così ci uccidono”

Secondo gli operatori della ristorazione, le cerimonie si terranno comunque, spostandosi fuori provincia, se non fuori Regione. Contestato il poco dialogo tra le parti

“Abbiamo sempre rispettato tutte le regole imposte in materia di contenimento dei contagi. Ma questa volta è diverso. Non si tratta di mancanza di sicurezza da parte nostra, si tratta di parametri che non sono proprio stati presi in considerazione e che, però, così stando le cose impediranno lo svolgersi di eventi già programmati da mesi, affossando ancor più la nostra economia. Tutto quello che chiediamo, a gran voce, è che vengano ascoltate le nostre ragioni e che l’ordinanza venga parzialmente rivista”.

Italo Di Cocco, presidente di Fipe Confcommercio Lazio sud, commenta così l’ordinanza regionale che, lo scorso 8 ottobre, ha dato il via ad un mini lockdown per tutta la provincia di Latina.

Una misura questa che è piovuta addosso agli abitanti della terra pontina all’improvviso, sebbene il numero dei contagi sia cresciuto si in maniera esponenziale, ma in un arco di tempo neanche troppo breve.

Un mini lockdown che si poteva evitare?

Allora, viene spontaneo farsi una domanda: questo mini lockdown si poteva evitare? Probabilmente si. Se è vero, infatti, che in tutta la provincia la curva dei contagi non è mai realmente arrivata a zero, è vero anche che, con le dovute eccezioni (come il caso riscontrato all’interno del Municipio di Formia), la nostra è stata un’estate relativamente tranquilla, con numeri di casi positivi contenuti.

A settembre, invece, le cose cambiano. Formia, infatti, diventa cluster, poi, addirittura, un vero e proprio focolaio. Tant’è che se ne è parlato a livello nazionale e da cui sono fuori usciti anche casi positivi in altre zone del sud pontino.

Ma se il sindaco di Formia ha più volte ribadito che la città non è mai stata zona rossa, nonostante le intense giornate di drive-in, e nonostante “i numeri incoraggianti”, il punto è che, qui, bene o male, fino a un certo punto, la movida, fatta entro i limiti già noti, non ha creato problemi a nessuno. Tanto che, dopo diversi rinvii, il 28 settembre è persino partito l’anno scolastico in presenza.

Poi ottobre. Il Covid ricompare con prepotenza anche a Terracina. Comizio di Salvini o meno, la città di Giove diventa anch’essa un vero e proprio cluster, i primi preoccupanti casi arrivano a un soffio dal ballottaggio per le comunali.

L’area in provincia è sicuramente tesa, tesissima. Le persone ricominciano a ricontrollare con assiduità i bollettini della Asl, fanno più attenzione a tenere alte le mascherine, si sanificano più spesso le mani, aumentano persino il distanziamento… ma non basta.

Tutti sanno che una nuova chiusura significherebbe mettere in ginocchio un territorio che non se la passava liscia neppure prima del Covid, figuriamoci adesso. Eppure il provvedimento arriva: dalla sera alla mattina mini lockdown. Chiusure anticipate, vietati gli assembramenti fuori dai locali pubblici (una delle poche misure non contestate), nuovi modi di ripensare lo stare a tavola nei pub e nei ristoranti. Il tutto dopo aver passato un’estate con porti e aeroporti aperti, con turisti provenienti anche dall’estero, che hanno importato con loro anche il virus.

Le reazioni

Le reazioni sono diverse. Prima il panico a cui poi si aggiunge la rabbia. Perché prevenire è meglio che curare, certo. Ma si poteva prevenire prima, si poteva prevenire meglio. Si poteva prevenire dando un minimo di preavviso agli operatori del settore che, nonostante tutto, avrebbero trovato il modo di adattarsi. Persino mentre i loro figli, studenti, sono costretti a perdere sistematicamente l’autobus perché il rischio assembramento è consistente, i mezzi di trasporto pubblico troppo pochi.

“Molte strutture della zona – ha spiegato il presidente degli albergatori del Golfo Angelo Spinosa – avevano prenotazioni fissate già diversi mesi fa, ovviamente erano state considerate tutte le norme per il contenimento dei contagi. Poi, senza neanche il tempo di poterci organizzare, apprendiamo questa ulteriore novità, che per noi è una secchiata d’acqua gelata.

Il punto non sono i tavoli con un massimo di persone – fissato a 4, se non sono familiari conviventi stabili -, il punto è aver fissato un massimo di venti persone in tutto per l’intero banchetto, senza tener presente tutti gli altri parametri. A partire dalla grandezza della struttura stessa. Come resta il problema delle caparre da restituire, sebbene gli eventi potrebbero comunque svolgersi in tutta sicurezza.

Tra l’altro, l’ordinanza cita espressamente banchetti che fanno seguito a cerimonie, non fa alcun riferimento, invece, sugli avventori occasionali”. Quindi, viene da chiedersi, il Covid si nasconde solo tra le pieghe di un matrimonio, di una comunione, di una festa di laurea?

Un’ordinanza, insomma, con molti punti oscuri, che sarebbe da rivedere. “Il punto – conclude Spinosa – non è mai stato mettere in secondo piano la salute. Siamo stati chiusi per mesi quando necessario, come tutti. Così, però, si penalizza una categoria di un intero territorio che ha preso tutte le misure per poter lavorare in sicurezza. E così stando le cose, le cerimonie si faranno comunque, solo in altra provincia, addirittura fuori Regione, se necessario”.

Tutta questione di sfortuna?

Ma questo mini lockdown, è tutta una questione di sfortuna, quindi? Probabilmente no. Il tempo per pensare alla riapertura in sicurezza sia, per la primavera che per l’autunno c’è stato. Il tempo per evitare gli assembramenti sui mezzi di trasporto pubblico c’è stato.

La movida ha le sue colpe? Può darsi. Anticipare la chiusura dei locali a mezzanotte è la soluzione? Quasi sicuramente no. In primis perché si poteva evitare che il Covid si diffondesse per tutto il territorio con questa prepotenza, intervenendo prima, con misure forse meno drastiche di adesso ma più pressanti rispetto ai mesi estivi, piuttosto che limitarsi ai drive-in dove necessario o predisponendo l’obbligo di
mascherine anche all’aperto.

E soprattutto, si poteva cercare, già alle prime avvisaglie di una situazione preoccupante, un dialogo con gli operatori del settore maggiormente coinvolto. Perché questo silenzio diventa il vero nemico invisibile, forse ancora più del virus. Non ci sono, infatti, mascherine abbastanza grandi per proteggere un settore in crisi. E di sicuro, i locali non sono l’unico luogo dove si rischia l’assembramento (si veda l’approvazione delle Luminarie a Gaeta).