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Trentennale della Convenzione Onu, i diritti per l’infanzia ancora assenti nell’agenda politica

La verità è che eravamo impreparati già prima della pandemia e le misure per arginare la diffusione del coronavirus hanno ulteriormente inasprito e aggravato le condizioni dei minori

A 30 anni dalla promulgazione della Convenzione dell’Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza il percorso di attuazione per far si che che i circa 10 milioni di bambini, bambine e adolescenti in Italia godano realmente e concretamente dei loro diritti è fermo.

Le considerazioni  che si fanno oggi sull’attuazione della Convenzione dell’Onu, da parte degli esperti e delle organizzazioni che a vario titolo si occupano di minori, sono la replica di quelle fatte fin dall’inizio della sua ratifica, che in Italia è avvenuta nel 1991.

Vincenzo Taurino

Vincenzo Taurino

L’assenza dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nella cultura politico-amministrativa e nell’agenda politica, a tutti i livelli, e la mancanza di specifiche politiche sociosanitarie e finanziarie per l’infanzia e l’adolescenza e, di un coordinamento efficace della rete dei servizi ad essi destinati ci rende impreparati di fronte alle responsabilità che abbiamo nei confronti delle generazioni più giovani, che oggi stiamo costringendo a subire le conseguenze più pesanti di un momento storico in cui, al contrario, bisognava dare loro la massima attenzione e protezione.

È da circa un anno, ormai, che l’Italia e il mondo intero sta affrontando una crisi globale sanitaria e socioeconomica provocata dalla pandemia da Covid-19.
In questa crisi, come in ogni crisi, una cosa è certa: i soggetti più vulnerabili sono anche quelli più esposti ai rischi e, l’impatto del Covid-19 sulle vite dei quasi 10 milioni di bambini e adolescenti italiani è stata e sarà molto pesante.

Le misure di isolamento adottati per contenere l’espansione del coronavirus hanno aumentato il rischio di esposizione a nuove minacce per la loro sicurezza. In questa situazione è venuta meno anche la possibilità, per esempio, che un insegnante, un medico, un assistente sociale o un estraneo al di fuori del nucleo familiare potessero recepire i segnali di allarme e di aiuto dei tanti minori vittime di maltrattamenti e abusi.

La verità è che eravamo impreparati già prima che in Italia e nel mondo intero si abbattesse la tragedia della pandemia da Covid19. Le misure per arginare la diffusione del coronavirus hanno ulteriormente inasprito e aggravato le condizioni esistenti di disuguaglianza, privazione e vulnerabilità dei bambini, delle bambine e degli adolescenti nel nostro Paese e nel mondo intero.

“Durante il lockdown della primavera 2020 tutti i bambini, le bambine e i ragazzi hanno dovuto rinunciare alla socialità, allo sport, al gioco all’aria aperta; sono stati costretti a rimodulare il modo di relazionarsi con i propri pari e con la scuola e hanno dovuto affrontare situazioni familiari complesse; si sono adattati alla didattica online, ma non tutti con le stesse opportunità. Eppure queste disuguaglianze erano già note e, infatti, nel 2019 il Comitato ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, accogliendo la raccomandazione lanciata nel Rapporto Supplementare del CRC, aveva espresso preoccupazione per le disparità esistenti tra Regioni relativamente all’accesso ai servizi sanitari, allo standard di vita
essenziale e all’istruzione per tutti i minorenni nel Paese, segnalandole come violazioni del principio di non discriminazione” (CRC, art. 2).

Dai dati e dall’analisi dell’ultimo Rapporto CRC di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia risulta chiaro ed evidente che in questa sfida di civiltà per affermare i diritti delle persone di minore età nel nostro Paese, c’è sempre stato un grande assente: la politica. Non bisogna mai dimenticare che nei casi di violenza sui minori oltre alla mano del “carnefice” a colpire c’è anche la mano di un “mostro”, che è l’indifferenza di chi ha la responsabilità e il potere di agire, ma volta lo sguardo dall’altra parte.

Durante questa lunga pandemia, a sopperire l’iniziale mancanza di attenzione della politica nei confronti dei diritti dell’infanzia c’è stato il moltiplicarsi di iniziative da parte dei soggetti del Terzo Settore, insegnanti, reti informali di cittadini, che hanno elaborato proposte e soluzioni concrete.

Quello che è sempre mancato, che manca oggi e, purtroppo, ancora di più in questo particolare momento storico è la voce diretta dei protagonisti, ovvero ciò che viene dettato dall’articolo 12 della Convenzione Onu: “Gli Stati parti garantiscono al fanciullo capace di discernimento il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa, le opinioni del fanciullo essendo debitamente prese in considerazione tenendo conto della sua età e del suo grado di maturità.
A tal fine, si darà in particolare al fanciullo la possibilità di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo concerne, sia direttamente, sia tramite un rappresentante o un organo appropriato, in maniera compatibile con le regole di procedura della legislazione nazionale”.

Per garantire la reale attuazione dei diritti sanciti nella Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, occorre dunque rilanciare con forza una sfida, che è sempre la stessa e che richiede l’impegno di tutti, in primo luogo delle istituzioni responsabili a livello centrale e locale per le politiche dell’infanzia, del Terzo Settore, della comunità educante: quella di attivare un ascolto costante dei bisogni dei bambini, delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze e, promuovere la conoscenza, attraverso strumenti idonei, della reale condizione delle persone di minore età nel nostro Paese.

Ma, occorre soprattutto cambiare la cultura politica, in cui le risorse destinate alle politiche per l’infanzia non vengano più intese come “spesa pubblica ma, come “investimento”. Un investimento che crei benessere, sicurezza e risparmio, attraverso la programmazione e realizzazione di servizi mirati e di qualità. Ma soprattutto un investimento per far si che la nostra società possa realmente e concretamente definirsi “civile”.
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Foto di Bessi da Pixabay