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Pink Roma, Uberta Paoluzzi: “Correre mi fa sentire viva. Con le mie Sorelle sono libera”

La storia di una delle atlete delle Pink Roma. La diagnosi di tumore al seno e poi la guarigione. La rinascita grazie al progetto di Fondazione Veronesi. La parola cancro spaventa, ma in squadra tutto è più facile

Roma – Narrare belle storie è il compito dei giornalisti. Farlo con delicatezza e tatto, è il caso di questa. Chi ha affrontato una malattia, soffrendo, assaporando il dolore, ma poi vincendo, merita quel rispetto universale, che tutti dovrebbero avere. E ce l’hanno. Soprattutto per le donne guerriere.

Sono tante ogni anno che devono fare i conti con una diagnosi di tumore al seno. E questo periodo di Covid-19, porterà forse ad un moltiplicarsi delle diagnosi, dopo il lockdown e i controlli complicati avuti e non avuti. Come indicato più volte dagli oncologi. E’ là allora che la ricerca dovrà dare il meglio di sé, insieme alla prevenzione, come una campionessa nello sport.

Racconta Il Faro online la storia di una di esse. Una donna come tante. Con la sua vita da vivere quotidianamente e una famiglia da accudire. Marito e figlio piccolo, al tempo della battaglia. Aveva solo sette anni il bimbo di Uberta, quando la mamma dovette affrontare il percorso  più duro della sua vita. Oggi una delle atlete delle Pink Ambassador italiane a Roma, corre, gioisce. E rinasce. Mettendo un passo dopo l’altro, indossando scarpe da ginnastica e maglietta rosa. Il colore della femminilità. Il colore della forza. Quello di chi sopravvive e si prende le sue rivincite. Lo ha fatto Uberta Paoluzzi. Insieme alle sue “Sorelle” del team delle Pink, inserite nel progetto ‘Pink in good’ della Fondazione Umberto Veronesi, la protagonista della storia de Il Faro online, è tornata alla vita. Lo racconta con estrema gioia ed energia. Lo si sente dalla sua voce. E’ una donna di grande determinazione e decisione. E allora quel giorno di diagnosi, quando la paura le è andata incontro, Uberta la accolta, ma anche combattuta. E’ normale averne e bisogna averne, per reagire con quel valore immenso chiamato coraggio, che non fa indietreggiare.

Spaventata, arrabbiata. Aveva la sua vita da vivere Uberta. Con il ricordo di sua mamma nel cuore e quello per il suo amico Paolo, che sempre terrà dentro  di sé. Ha affrontato il suo percorso con il cuore di una campionessa e ha vinto. E ha cominciato a correre. Nel contesto del running, insieme al team delle allenatrici Alessia Manfredelli e Antonella Garone, la Pink romana ha cominciato “a volare”. Usa queste parole per descrivere la sua esperienza nella squadra. La corsa è vita, è gioia, è rinascita. E’ quel volo libero che accompagna fino al traguardo. E farlo, vuol dire tutte le volte, vincere ancora. Anche contro il fantasma. Spaventa la parola “cancro”. A tutti. Soprattutto a chi è passato in mezzo agli spuntoni. Ma anche in quel caso il coraggio arriva e va a dipanare le  nuvole, insieme all’amore per la vita. E quell’amore per essa spinge Uberta a correre con le sue Sorelle, senza le quali, non avrebbe mai costruito una rinascita così bella.

Uno dei traguardi più importanti raggiunti, dopo la sua vittoriosa guarigione, è stato quello della Staffetta Pink. Voleva a tutti i costi raggiungere i 21 chilometri del programma.  Stanchezza e dolore alle ginocchia hanno minato la sua partecipazione, ma non frenato la sua voglia di andare fino in fondo. Descrive quella giornata Uberta,  trascorsa a Villa Borghese. All’interno dell’evento nazionale ‘Staffetta Pink’ che di città in città ha toccato tutto lo Stivale, anche le Pink Roma hanno partecipato,  contribuendo alla vita e alla raccolta fondi per la ricerca, mediante Rete del Dono.

Non lo ha fatto sola però. Sul traguardo ad accoglierla, c’erano amiche e marito, con un bellissimo striscione rosa con su scritto “Arrivo”, che lei conserva gelosamente in casa, Uberta è arrivata grazie all’aiuto di Irene, sua compagna di squadra. Alla quale con affetto, lei stessa, aveva donato parole di incitamento. Una delle emozioni più belle provate in squadra. Donne, amiche, guerriere, sorelle. Adesso unite per sempre. E forti, insieme. Contro quella parola che spaventa. Ma in squadra tutto è più facile. E allora quel giorno della Staffetta Pink, proprio Uberta ha coniato lo slogan: “Pijamose Roma!”. Come le gladiatrici romane. Hanno conquistato  Roma, hanno vinto ancora una volta: “Forza ragazze, niente può scalfirci. Siamo delle guerriere!”. Incita in questo modo le donne che stanno affrontando il tunnel. Perché ognuna si avvicina al dolore delle altre, quando una di esse ci passa o ci è passata. Unite e non solo fisicamente. Anche moralmente. Per superare insieme il traguardo, sulle ali della vita. Come le Pink Roma fanno ad ogni 21 chilometri corsi e sudati. Come ogni volta Uberta fa con maglia rosa e scarpette ai piedi. Come ogni  giorno fa, aprendo gli occhi, respirando e amando la sua famiglia, se stessa e le sue sorelle.

Cara Uberta, lo scorso 14 ottobre si è svolta la Staffetta Pink. Avete corso per la tappa di Roma, a Villa Borghese. Puoi raccontare come è andata la gara e tu personalmente come l’hai vissuta? Sul traguardo hai trovato una speciale sorpresa.. 

La gara è stata meravigliosa.. un’emozione unica. Siamo partite con grande entusiasmo. Io e Irene abbiamo corso una accanto all’altra e ci siamo fatte un grande coraggio. Al terzo chilometro ho iniziato ad avere male alle ginocchia e da qui ho iniziato a correre con la testa e con il cuore ..fino al 21esimo km! Mi ha aiutata tantissimo una runner che corre abitualmente con le mie coaches.. è stata unica, doveva correre solo i primi 5 km ed invece mi è rimasta accanto fino alla fine, un vero angelo. Ad ogni giro avevo mio marito che mi incitava, dandomi una forza incredibile, e poi la mia migliore amica e mio nipote Pier.  Il mio ultimo km l’ho fatto volando con la forza che mi ha dato la mia mamma dal cielo ed il mio amico Paolo che mi ha protetta da lassù.  Ho giurato che se fossi riuscita a farcela avrei fatto il tatuaggio ed infatti. sul mio polso sinistro ora c’è scritto 21 KM, e ci sarà per sempre come nel mio cuore. Sul traguardo ho trovato la mia amica del cuore che aveva chiamato le mie sorelle…ho riso e pianto con loro, ho abbracciato mio marito Niccolo’ e sono volata sulle ali del mio successo!”.

“Pijamose Roma”. Lo slogan è il tuo. Perché hai pensato ad esso?

Perché siamo delle guerriere, delle gladiatrici. Quel giorno, Roma, l’abbiamo conquistata noi!”.

Qual è l’emozione più bella vissuta in team, con le tue compagne di squadra? Quale messaggio vuoi dare loro? Ci sono delle persone alle quali vuoi dedicare un pensiero?

Le emozioni sono tante. Ogni singolo allenamento è stato meraviglioso, ma la più grande emozione provata.. è stato vivere un episodio particolare. Con il cuore (e con le lacrime) ho detto ad Irene Viaggiu (meravigliosa Pink): “Vai Ire, ora vola e arriva prima e lei lo ha fatto!!!”.  Alle mie Pink voglio dire grazie. Sono le mie Sisters  e lo saranno per sempre.  Voglio dire grazie alle mie allenatrici Alessia e Antonella. Due persone straordinarie, con una professionalità impeccabile. Sono il motore di questo progetto. Voglio dire grazie alle mie Pink adorate, senza cui tutto questo non sarebbe stato lo stesso”.

Correre aiuta a stare bene e a buttare fuori il dolore. A rinascere. Che sensazioni ti dona la pratica del running? Perché secondo te dovrebbero eventualmente correre, le donne operate di tumore?

Correre è vita, è divertimento, è gioia pura. Correre ti fa sentire libera e capace di ottenere tutto ciò che vuoi.  Mandi via le tossine, il dolore, la rabbia, le frustrazioni e respiri…chiudi gli occhi e voli.  Tutte le donne operate di tumore dovrebbero avere un’opportunità come questa, ti fa sentire bene. A posto con te stessa e VIVA”.

Puoi raccontare la tua esperienza personale? Coraggio e paura. Come hai vissuto questi sentimenti dentro di te? Dove hai trovato la forza per superare il tunnel?

Quando ho scoperto di essere malata ho avuto paura, tantissima paura. Ero smarrita, spaventata, arrabbiata. Poi ho deciso di reagire. Di affrontare tutto, un giorno dopo l’altro. Ho perso mia mamma, quando aveva 53 anni, dopo quasi tre anni di calvario, è stato terribile. Ho pensato a lei e ho deciso che io avrei vinto, che dovevo farmi forza, per mio figlio Leonardo che aveva solo 7 anni. La forza me l’ha data lui e il mio desiderio di restargli accanto e anche l’amore per me stessa, perché la vita è una cosa meravigliosa e bisogna averne cura”.

Qual è il messaggio che vuoi donare alle donne che stanno attraversando il problema del tumore al seno? Qual è secondo te l’appiglio tramite cui, si può affrontare e superare il problema?

Ragazze forza.. bisogna crederci, tenere duro e andare avanti. Siamo delle guerriere, siamo donne forti, belle, intelligenti. Siamo delle rocce e nulla può scalfirci. Uniamoci insieme e per mano sconfiggiamo questo brutto male!”.

Quanto è importante la prevenzione? E quale ruolo ha la ricerca secondo te, nella medicina anti cancro?

La prevenzione ci salva. Tutte le donne devono farsi controllare sempre con regolarità, senza superficialità. La cura e la prevenzione sono le armi migliori che abbiamo, dobbiamo usarle sempre. La ricerca ha un ruolo essenziale e poter aprire una pagina di raccolta fondi per la ricerca, è stato per me un grande onore. La Fondazione Umberto Veronesi mi ha permesso di diventare una Pink Ambassador e io lo sarò per sempre. Cercherò di aiutare la ricerca nel mio piccolo, con tutto il cuore, per sempre. La ricerca è cura non dimentichiamolo mai”.

Che rapporto hai con la parola “cancro”? Come si metabolizza dentro di sé? Tu lo hai fatto?

E’ una parola difficile da accettare e da legare a se stessi. E’ un po’ come una spada di Damocle sulla testa. Tuttavia.. io ho la testa dura e quindi ho deciso che questa spada diventerà una piuma!”.

(Il Faro online)