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Maradona il Genio del calcio: a suon di tango argentino, magie, dribbling e incanto

Il più grande calciatore mai esistito. Il giocoliere che stupiva. Il campione che ha fatto innamorare Napoli e i napoletani

Roma – Alle magie di Maradona in campo, è sempre stata associata una speciale musica. Una speciale danza. Una di quelle melodie passionali, una di quelle musiche sanguigne che vanno a descrivere il rapporto tra uomo e donna, per le storie d’amore più intense. Per un argentino, che indossava i colori del cielo e delle nuvole in Nazionale, come nel Napoli sotto al Vesuvio, dall’altra parte dell’oceano atlantico, solo il particolare tango della sua Nazione poteva accompagnarlo in giro per i campi verdi del mondo.

Lo faceva, mentre lui sfiorava, accarezzava, nascondeva il pallone tra i piedi, facendo l’amore con il sogno di giocare a calcio. Restava appiccicato a quei piedi il pallone e i grandi difensori, degli anni ’80 e ’90, impazzivano: “Come fa?”. Maradona era questo in campo. Talento puro di quel calcio delle partitelle dei bambini in cortile, dei palloni con le toppe, dell’odore del muro bagnato  degli spogliatoi, del colore del campo vero sotto al sole a picco d’Italia. Era un tempo più buono quello, quello del calcio di Maradona. E i tifosi lo seguivano con le loro danze dagli spalti. Canzoni, cori. Famosissimi, nella storia del  calcio e nella favola d’amore tra i sostenitori del Napoli e il loro Genio del calcio.

Solo Pelé sarebbe stato in grado di farlo. Palleggiare con un’arancia. Lo faceva Maradona e giocava con il pallone, come le ginnaste della ritmica fanno con gli attrezzi in pedana. Un giocoliere. Un circense del pallone. Capelli neri, mossi e foltissimi. Basso e un po’ tozzo. L’anti atleta praticamente. Ma che importava? Maradona incantava ed era velocissimo in campo, sfilava in area di rigore lasciando alle spalle e senza fiato i reparti difensivi. Le punizioni calciate. Quelle della tecnica più sopraffina, per i tiri in porta più imprendibili. Piegava il corpo Diego. Pallone calciato di interno e palla piazzata nel punto più lontano dal portiere, era il tipico gol sotto al sette che frega il destino e la squadra avversaria. E tutti a bocca aperta, sempre.

Andava sulla fascia laterale Diego. A volte crossava in area, a volte e spesso faceva tutto da  solo. Inventandosi un gol da incorniciare, al fianco delle difese, come fosse  stata una spinta dolorosissima da estrarre  dalla pelle. Le sue discese verso il fondo, con pallone ai piedi, accarezzato con attenzione e senza lasciarlo andare via. Gesta del Genio rimaste nella memoria collettiva. E’ una consuetudine per il calcio. I popoli ricordano. Campioni, partite, trofei vinti. Una Coppa Uefa, tre Coppe Italia e due scudetti con il Napoli. Una città in delirio. Cortei, feste, motorini in giro per le strade, murales, coriandoli. Era lui il dio di Napoli. Diego. Arrivò nella città partenopea nel luglio del 1984. Quasi 80 mila sugli spalti. Una presentazione innovativa per un calciatore in quegli anni. In mezzo al prato della Stadio San Paolo Maradona fece proprio il giocoliere. Fu un colpo di fulmine con i tifosi. Da quel momento amore immenso e immortale, reciproco. E oggi 25 novembre, dolore profondo, buio. Un colpo al cuore per il popolo biancazzurro. Una città in lutto e stretta stretta intorno al suo campione di sempre.

Ha deciso di volare via proprio smettendo di far battere quel cuore innamorato del calcio, lontano dalla sua Napoli. Dove era tornato nel  2017, ricevendo la cittadinanza onoraria. Un cuore provato dall’età, dalle patologie che aveva e dalla vita sregolata avuta. Un Mito a tutto tondo, come quelli del mondo del rock. Solo che Maradona non suonava una chitarra elettrica come Jimi Hendrix. Lui suonava la melodia del pallone. Epiche le sfide con i grandi difensori italiani e mondiali. E la Coppa del Mondo vinta a casa sua ha segnato l’apice della sua carriera. Per due volte tentò di entrare nella storia della competizione. Nel 1990 perse la finale a Roma contro la Germania, borbottando contro i tifosi dello  Stadio Olimpico durante l’inno argentino. Nel 1994 una vicenda di doping e di calcio politico lo allontanarono in modo definitivo dal sogno della doppia vittoria al Mondiale. Pianse come un bambino disperato tra le braccia della sua ex moglie e lo inquadrarono tutte le televisioni del mondo. L’Argentina, privata del suo calciatore trascinatore e mito, uscì da Usa ’94. Poi la carriera sulla panchina dell’Argentina e l’amicizia fortissima con Fidel Castro. Stesso giorno della scomparsa per entrambi. Forse un segno del destino.

Maradona è stato il sogno dei bambini. Di quei piccoli fanciulli degli anni ’70, degli anni ’80 e degli anni ’90 che indossavano maglia da calcio sulla schiena, dieci stampato sotto le spalle e poster in camera. Sognando un giorno di emulare il Mito di  sempre. Forse, anche più forte del Mito Pelé. L’unico, da oggi, leggenda vivente del calcio degli dei.

Giocava Maradona con il suo pallone. Lo faceva a suon di tango argentino, alimentando una  passione sfrenata per il calcio. Un amore immenso,  intenso, maledetto a volte. Ma presente continuamente nella sua vita. Chi ha giocato sui campi verdi lo sa bene. Non è facile lasciare quel mondo. Le  emozioni, i sogni, l’adrenalina nelle vene. Come tra uomo e donna nel tango della passione. Lui la sua donna ce l’aveva. Era il pallone sui prati verdi. Ha incantato, vinto, fatto arrabbiare i tifosi delle squadre avversarie. E’ stato osannato e contestato. Intervistato e immortalato da milioni di obiettivi. Ha  riempito pagine di giornali di molteplici vicende e ha regalato il riscatto alla città di Napoli. Sua. Napoletano Maradona, da quel luglio del 1984, quando sotto il sole partenopeo incantò la folla accorsa allo  stadio. Lì sono  iniziati i sogni della squadra biancazzurra. Lì sono nati i sogni in Italia per Diego. Mito del  pallone, innamorato del calcio. A  suon di tango argentino.

Da chi ti ha visto giocare per davvero, anche se attraverso la televisione. Da chi ha seguito la tua carriera in Italia. Da chi ti  ha  sentito parlare e adorare la tua famiglia,  sempre presente nei tuoi discorsi. Da chi ti ha visto vincere la Coppa Uefa e piangere come un bambino tra le braccia di tua moglie in America. Sei il simbolo di un calcio che mi ha trasmesso le emozioni più belle. Ciao Diego”.

(Il Faro online)