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L’8 dicembre 1980 moriva John Lennon: la verità sull’omicidio che sconvolse il mondo

Erano le 22.52 dell'8 dicembre 1980 quando Mark David Chapman esplose cinque colpi di pistola contro John Lennon, uccidendolo

di BIANCA MICHELANGELI

New York – “Ero un nulla totale e il mio unico modo per diventare qualcuno era uccidere l’uomo più famoso del mondo“. Così Mark David Chapman giustificò, nel 2000, l’assassinio di John Lennon, cui sparò cinque colpi di pistola alle 22.52 dell’8 dicembre del 1980 di fronte alla sua casa nell’Upper West Side di New York.

Un omicidio, quello dell’iconico ex-frontman dei Beatles, che sarebbe passato alla storia come uno dei più folli e chiacchierati.

Nei quarant’anni successivi, infatti, il brutale assassinio ha ispirato libri, film e infinite ipotesi e teorie. Perché Mark David Chapman, semplice guardia giurata, pianificò con tanta cura l’omicidio dei musicisti più famosi di tutti tempi? Fu davvero tutta colpa della sua malattia mentale, oppure era lì perché ce l’aveva mandato qualcuno?

C’è chi è convinto, infatti, che dietro l’omicidio dell’ex-Beatle ci siano i servizi segreti statunitensi, forse addirittura la Cia: dopotutto – sostengono i fautori di questa teoria – John Lennon e la moglie Yoko Ono erano noti per il loro impegno antimilitarista e per le loro simpatie di sinistra.

Ad oggi, però, non sono emersi elementi in grado di confermare alcuna di queste teorie. Quel che sappiamo, e che sappiamo per certo, è che a sparare a John Lennon fu, appunto, l’allora 25enne Mark David Chapman.

Cronologia di un omicidio

John Lennon firma un autografo al suo assassino, Mark David Chapman

L’8 dicembre del 1980 Chapman si appostò davanti all’entrata della residenza di Lennon, il palazzo noto come “The Dakota”, in una delle zone più esclusive di New York City. Quando il musicista uscì di casa, Chapman gli strinse la mano e si fece firmare un autografo sulla copertina di quello che sarebbe stato l’ultimo album di Lennon. Il fotografo Paul Goresh immortalò la scena in una celebre fotografia che ritrae l’assassino insieme alla sua futura vittima.

Chapman, però, rimase in quell’esatto punto per altre quattro ore. Alle 22.52, vedendo Lennon rientrare insieme alla moglie Yoko Ono, Chapman lo chiamò (quell'”Ehi, Mr. Lennon!” sarebbe tristemente rimasto nella storia), e gli esplose contro cinque colpi di pistola, quattro dei quali lo colpirono in pieno. Lennon ebbe appena il tempo di fare ancora qualche passo mormorando “I was shot” (“Mi hanno sparato”) prima di cadere al suolo perdendo i sensi. Trasportato d’urgenza al Roosevelt Hospital, il musicista fu dichiarato morto alle 23:15.

Al momento dell’omicidio, Chapman aveva con sé una copia de “Il giovane Holden”. Dopo aver sparato, l’assassino rimase impassibile, tirò fuori la sua copia del libro e si mise a leggere fino all’arrivo della polizia. Il custode del Dakota Building, Mr. Perdomo, gridò a Chapman: “Lo sai che cosa hai fatto?”, al che Chapman rispose con lucida freddezza: “Sì, ho appena sparato a John Lennon”.

Ma perché Chapman sparò a Lennon?

“Mi sentivo tradito, ma a un livello puramente idealistico. Vagando per le biblioteche di Honolulu mi imbattei in ‘John Lennon: One Day at a Time’. Quel libro mi ferì perché mostrava un parassita che viveva la dolce vita in un elegante appartamento di New York“, raccontò Mark David Chapman in un’intervista del 2000.

“Mi sembrava sbagliato – spiegò ancora Chapman – che l’artefice di tutte quelle canzoni di pace, amore e fratellanza potesse essere tanto ricco. La cosa che mi faceva imbestialire di più era che lui avesse sfondato, mentre io no. Eravamo come due treni che correvano l’uno contro l’altro sullo stesso binario. Il suo ‘tutto’ e il mio ‘nulla’ hanno finito per scontrarsi frontalmente. Nella cieca rabbia e depressione di allora, quella era l’unica via d’uscita. L’unico modo per vedere la luce alla fine del tunnel era ucciderlo“.

“Ascoltavo quella musica e diventavo sempre più furioso verso di lui, perché diceva che non credeva in Dio… e che non credeva nei Beatles. Questa era un’altra cosa che mi mandava in bestia, anche se il disco risaliva a dieci anni prima. Volevo proprio urlargli in faccia chi diavolo si credesse di essere, dicendo quelle cose su Dio, sul paradiso e sui Beatles! Dire che non crede in Gesù e cose del genere. A quel punto – disse – la mia mente fu accecata totalmente dalla rabbia”.

La malattia mentale

Mark David Chapman raccontò agli psichiatri che lo visitarono dopo l’omicidio che s’identificava con i personaggi di Holden Caulfied e di Dorothy de “Il mago di Oz”; spiegò che nella sua mente abitava un “gruppo di ometti”, il “piccolo popolo”, con cui intratteneva discorsi immaginari e che, quando annunciò loro che sarebbe andato a New York per uccidere John Lennon, lo pregarono di non farlo e di pensare alla moglie.

Nel settembre del 2020, a quarant’anni dall’omicidio, dopo che per l’undicesima volta gli è stata negata la libertà condizionata, ha chiesto scusa alla vedova Yoko Ono, definendo il suo un atto “spregevole”.
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