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Riconosciuto il miracolo, Livatino sarà il primo magistrato beato nella storia della Chiesa

Per la Chiesa il giudice ucciso dalla Stidda sarà un "martire", a ribadire che il credo della mafia non ha nulla a che vedere con quello cattolico

Città del Vaticano – Trent’anni fa venne ucciso, oggi l’annuncio formale della beatificazione, ma dal Vaticano trapela l’intenzione ferma di arrivare in tempi brevi alla canonizzazione del primo magistrato beato, esperiti tutti i passaggi necessari. Insomma, la Chiesa di Francesco si appresta ad elevare all’onore degli altari Rosario Livatino, definito una volta “il giudice ragazzino” (e non pare fosse un complimento), facendone il santo simbolo della lotta del cristiano alla mafia e al crimine organizzato.

Niente di più in linea con un magistero come quello di Bergoglio, che indica nella corruzione la “malapianta” che avvinghia il cuore dell’uomo, distruggendolo. Quanto alla mafia, vale quel che disse a Palermo, nel 2018, ricordando Don Puglisi: “Non si può credere in Dio ed essere mafiosi”, “Chi è mafioso non vive da cristiano perchè bestemmia con la vita il nome di Dio”. Oggi, quindi, viene annunciata la beatificazione di Livatino, con la cerimonia che si potrebbe svolgere ad Agrigento nella prossima primavera, in attesa di una rapida canonizzazione.

Papa Francesco, si legge, “ha ricevuto in udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi”. Quindi “il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione” a promulgare il decreti riguardante “il martirio del Servo di Dio Rosario Angelo Livatino, Fedele Laico; nato il 3 ottobre 1952 a Canicattì e ucciso, in odio alla Fede, il 21 settembre 1990”. Il “giudice ragazzino” aveva 37 anni quando venne ucciso mentre andava sulla via del al tribunale di Agrigento con l’automobile personale e senza scorta. Aveva lavorato come magistrato nel periodo detto della “mattanza mafiosa” siciliana. Per l’esattezza ad ucciderlo fu la Stidda, la Mafia della Sicilia agrigentina. Eroe civile, quindi, ma per la Chiesa soprattutto testimone della fede. Lo dimostrano gli appunti trovati nella sua borsa e nella sua scrivania. Nel discorso di condanna della mafia tenuto da Papa Giovanni Paolo II il 9 maggio 1993, venne definito “martire della giustizia e indirettamente della fede”. Fu l’inizio di un processo che adesso dovrebbe trovare la sua conclusione.

“I mafiosi sono scomunicati”, aveva scandito Papa Francesco nella spianata di Sibari a Cassano all’Jonio, già nel 2014. Parole cui ha fatto seguito lo studio della possibilità di cacciare ufficialmente dalla Chiesa “per corruzione e associazione mafiosa”. Un passo annunciato nel giugno del 2017 al termine di un incontro organizzato con la Pontificia Accademia per le Scienze sociali, vi hanno partecipato circa 50 tra magistrati anti-mafia e anti-corruzione, vescovi, personalità di istituzioni vaticane, degli Stati e delle Nazioni Unite, capi di movimenti, intellettuali e alcuni ambasciatori. Questo perché la lotta “alla corruzione e alle mafie» viene considerata «una questione non solo di legalità, ma di civiltà”.

Il grido del Papa contro la mafia: “C’è bisogno di uomini d’amore non di uomini d’onore”

La scomunica è la pena più grave nella Chiesa. L’antichissima fattispecie comporta l’allontanamento dalla comunità dei fedeli e la conseguente esclusione dai sacramenti. La corruzione è un tema che ricorre spesso nelle parole di Francesco, che ha più volte avvisato quanto sia pericolosa e come uno che corrompe sia molto più che un peccatore: “Il peccatore, se si pente, torna indietro; il corrotto, difficilmente”, ha spiegato qualche mese fa in una delle omelie a Casa Santa Marta. E nella prefazione al libro “Corrosione” (Rizzoli), scritto dal cardinale Peter K. A. Turkson, prefetto del Dicastero dello Sviluppo, con Vittorio V. Alberti, il Pontefice l’ha definita un “cancro” da estirpare.

Questa svolta, conclamata sotto il pontificato di Bergoglio, è in realtà in linea con i suoi due predecessori, che “hanno contribuito all’interpretazione e alla condanna della mafia a partire dalle tradizionali e originali categorie cristiane”, ricordò a suo tempo monsignor Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale, uno dei presuli più impegnati su questo fronte. San Giovanni Paolo, nel 1993, nel discorso alla Valle dei templi, lanciò l’appello: “Mafiosi convertitevi, una volta verrà il giudizio di Dio”. Benedetto XVI nel 2010 a Palermo sentenziò che la mafia è “una strada di morte”.

Bergolgio, rispetto a Ratzinger e Wojtyla, è stato ancora più esplicito. “Mafiosi e corrotti non possono dirsi cristiani: portano la morte nell’anima e agli altri, hanno il cuore pieno di putredine”, disse ancora nel 2018 puntando l’indice contro un male endemico spesso al centro di denunce da parte dei vescovi del Sud. Il cristiano, aggiunse, deve avere la capacità di convertirsi e di pentirsi. Cosa che, invece, non riescono a fare i mafiosi che “non sono capaci di cambiare vita anche se continuano a proclamarsi cristiani”.

“Un dono straordinario”

“Considero un dono straordinario l’idea che questo riconoscimento spirituale a Livatino sia avvenuto lo stesso anno, il trentennale dall’omicidio, in cui anch’io ho in parte rivisto la luce riuscendo a raccontare in un libro ciò che io e la mia famiglia abbiamo dovuto vivere”, dice Piero Nava, testimone oculare dell’omicidio del giudice Rosario Livatino. Il libro cui Piero Nava fa riferimento è “Io sono nessuno”, a cura di Paolo Valsecchi, Stefano Scaccabarozzi, Lorenzo Bonini, edito da Rizzoli e uscito a settembre in occasione del trentesimo anniversario dell’omicidio
Livatino.

“Quella mattina ho assistito alla barbara morte di Rosario Livatino e ho deciso di testimoniare – ricorda Nava – non sapevo chi fosse la vittima dell’agguato cui avevo assistito, solo molte ore più tardi ho saputo che si trattava di un giudice, di un giovane magistrato antimafia”.

“Oggi so – prosegue – che quell’istante che ha cambiato per sempre la mia vita è servito a dare giustizia a un beato. Quel giorno sono morto insieme a lui, mi sono caricato sulle spalle una croce che continuo a portare ancora oggi. Sono stati 30 anni bui, faticosi e dolorosi, per me e per tutti la mia famiglia, durante i quali ho potuto sempre fare affidamento sulla preghiera e sul conforto della fede». Questa è l’occasione «anche per ricordare la straordinaria figura di Rosario  Livatino, – prosegue Nava – un esempio di dovere civile e morale, un magistrato e un martire. Con la sua beatificazione Papa Francesco ci ricorda, di nuovo, la forza della fede e della giustizia”.